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La sabbia dorata di Bondi Beach, dove da generazioni si mescolano bagnanti di ogni provenienza, si è tinta di sangue nel pomeriggio del 13 dicembre. Almeno 16 i morti finora accertati, circa 30 i feriti. Due uomini armati di fucili semiautomatici hanno aperto il fuoco contro duemila persone riunite per celebrare Hanukkah, la festa ebraica delle luci. Tra le vittime, il rabbino Eli Schlanger, guida spirituale della comunità Chabad di Sydney, una bambina di 12 anni, un sopravvissuto all’Olocausto ucraino. Un eroe arabo-australiano di nome Ahmed, fruttivendolo di 43 anni, è riuscito a disarmare uno degli attentatori, rimanendo ferito.
Per molti ebrei australiani, questo attacco non è stato una sorpresa. “Inorridita e devastata, ma non scioccata”, ha dichiarato Lynda Ben-Menashe, presidente del National Council of Jewish Women Australia. “Negli ultimi due anni l’antisemitismo è cresciuto mese dopo mese, e il governo non ha ascoltato le nostre suppliche”. Il rabbino Levi Wolff della Central Sydney Synagogue è stato ancora più diretto: “L’inevitabile è accaduto. Come ebreo in Australia, guardi sempre alle tue spalle”.
Il cuore ebraico di Sydney
Bondi Beach non è una spiaggia qualsiasi. È il cuore pulsante della più grande comunità ebraica d’Australia. Dei circa 50 mila ebrei del New South Wales, il 63% vive nei sobborghi orientali di Sydney: Vaucluse, Randwick, Bondi, Double Bay. Nel solo quartiere di Bondi Beach vivono circa 800 persone che si identificano come ebree. Qui sorgono diverse sinagoghe, ristoranti kosher, scuole ebraiche. Il Hakoah Club di Bondi è il principale punto d’incontro sociale e culturale per gli ebrei di Sydney.
La presenza ebraica in questa zona ha radici profonde. Dopo i pogrom zaristi degli anni ’80 dell’Ottocento, migliaia di ebrei dell’Europa orientale arrivarono in Australia. Inizialmente si stabilirono a Darlinghurst, Surry Hills e Newtown, ma presto si spostarono verso Bondi. Nel 1942 fu fondata qui la prima scuola ebraica diurna e l’asilo del Nord Bondi. Negli anni ’40 la sinagoga Bondi Mizrachi divenne un centro di rivitalizzazione della vita religiosa ortodossa. Negli anni ’60 e ’70, immigrati israeliani e sudafricani scelsero Bondi per stabilirsi, attratti dalla vicinanza al mare e dallo stile di vita rilassato.
L’altra voce ebraica: gli antisionisti
Ma nella comunità ebraica australiana non c’è solo l’ortodossia pro-Israel rappresentata dall’Executive Council of Australian Jewry e dall’Australian Jewish Association. Esistono voci dissidenti, marginalizzate ma persistenti, che rifiutano l’equazione tra ebraismo e sionismo.
Jews Against the Occupation ’48 (JAO48) è una di queste organizzazioni. Nata dalla tradizione dell’antifascismo ebraico degli anni ’40, il gruppo prende il nome dal Jewish Council to Combat Fascism and Anti-Semitism. I suoi membri si definiscono “ebrei antisionisti che vivono in Australia e cercano una pace giusta per tutte le persone tra il fiume e il mare”. Per loro, il sionismo non rappresenta l’intera identità ebraica, ma un’ideologia politica specifica che può e deve essere criticata.
Accanto a JAO48 operano altre organizzazioni simili: il Jewish Council of Australia (JCA), l’Australian Jewish Democratic Society, il collettivo Tzedek. Si tratta di gruppi numericamente piccoli ma attivi e determinati. Tra i loro esponenti più noti, Vivienne Porzsolt e l’attivista e giornalista investigativo Antony Loewenstein, che da anni sostengono che “si può essere ebrei senza essere sionisti”.
Queste organizzazioni affrontano ostilità feroci. Come scritto nella loro testimonianza al parlamento del New South Wales sull’antisemitismo universitario: “Come ebrei antisionisti affrontiamo livelli immensi di violenza laterale. In molti casi siamo stati cacciati dalle nostre comunità, dalle famiglie e in alcuni casi dai nostri lavori per aver creduto nella liberazione palestinese e per esserci opposti al culto politico del sionismo – un culto che ha dirottato le nostre sinagoghe e la vita istituzionale ebraica”.
La giornata dell’8 settembre
Esattamente tre mesi fa, domenica 8 settembre 2025 – Festa del papà in Australia – Bondi Beach è stata teatro di violenti scontri. JAO48, insieme al gruppo Eastern Suburbs for Palestine, ha organizzato un “paddle-out” – manifestazione acquatica con tavole da surf – pacifico in solidarietà con la Flotilla diretta a Gaza. L’evento prevedeva famiglie sulla spiaggia, lancio di origami a forma di barche, canti marinareschi. Centinaia di partecipanti si erano radunati sulla sabbia.
Ma l’Australian Jewish Association e il gruppo Lions of Zion avevano organizzato una contro-protesta massiccia. Centinaia di manifestanti pro-Israele si sono posizionati sui gradini della spiaggia e sul lungomare, brandendo bandiere israeliane e australiane. I video mostrano scene di caos: scambio di pugni, insulti reciproci, tensione fisica palpabile.
“Terrorists!”, “Go back to Lakemba!” (riferimento al quartiere di Sydney con la più grande comunità musulmana, insulto che equivaleva a dire “tornate nel vostro ghetto”), “Off the beach!”, “Inbred!” (consanguinei, insulto razzista che implica degenerazione genetica), “Deport the lot of them!” urlavano i contro-manifestanti. Dall’altra parte si levavano cori di “Long live the resistance”, “Long live the intifada”. La polizia è intervenuta con forza per separare i gruppi senza nessun arresto.
Il sindaco di Waverley, Will Nemesh, ha definito la protesta pro-palestinese “altamente provocatoria” e “completamente inutile, soprattutto nella Festa del papà”. Robert Gregory, CEO dell’Australian Jewish Association, ha dichiarato: “Bondi è sul filo del rasoio, tutti sono nervosi”. Il premier del New South Wales, Chris Minns, ha proclamato “tolleranza zero per la violenza politica“.
Judith Treanor, un’organizzatrice ebrea di JAO48, ha raccontato: “Dovevamo viaggiare in gruppi per sicurezza. Normali cittadini di Sidney che andavano a un evento pacifico per famiglie temevano per la loro incolumità. Ho visto Giovanni ragazzi avvolti nella bandiera israeliana, presumibilmente ‘i miei fratelli’, macchiare l’ebraismo”.
Il contesto era cruciale: Bondi non era stata scelta a caso dai pro-palestinesi, ma proprio perché è il cuore della comunità ebraica. Per i contro-manifestanti, si trattava di una provocazione deliberata. “Hanno scelto Bondi Beach, dove ci sono molti ebrei, specificamente per portare il loro odio qui, sulla nostra sabbia”, ha detto un manifestante pro-Israele.
Dal loro punto di vista, l’episodio rappresentava parte di un’escalation. In Australia l’antisemitismo è effettivamente in aumento. Dopo il 7 ottobre 2023 e l’attacco di Hamas contro Israele, c’è stata un’esplosione senza precedenti di incidenti. I dati dell’Executive Council of Australian Jewry parlano chiaro: 2.062 incidenti antisemiti tra ottobre 2023 e settembre 2024 – un aumento del 317% rispetto all’anno precedente. Nel periodo successivo, altri 1.654 incidenti, comunque circa tre volte superiori ai livelli pre-7 ottobre.
Non solo numeri, ma violenza crescente: la sinagoga Adass Israel di Melbourne incendiata a dicembre 2024, asili nido ebraici dati alle fiamme, case e automobili vandalizzate con svastiche, un furgone pieno di esplosivi e una lista di obiettivi ebraici scoperto in un sobborgo di Sydney. A gennaio 2025, vernice rossa è stata spruzzata sulla ex casa di Alex Ryvchin, co-CEO dell’Executive Council of Australian Jewry, proprio vicino a Bondi Beach.
Due infermiere di hospitals pubblici sono state licenziate dopo essere state sorprese in un video mentre dicevano che avrebbero rifiutato di assistere pazienti israeliani. I graffiti antisemiti sono comparsi ovunque. Mike Burgess, direttore generale dell’Australian Security Intelligence Organisation (ASIO), ha dichiarato che l’antisemitismo era diventato “la sua priorità numero uno in termini di minaccia alla vita”.
L’Australia ha registrato il più drammatico aumento relativo di incidenti antisemiti tra tutti i paesi anglofoni con dati disponibili. Un sondaggio del National Council of Jewish Women Australia ha rivelato che più della metà delle donne ebree australiane si sentono insicure, due quinti nascondono attivamente la loro identità ebraica, e circa il 10% sta considerando di lasciare l’Australia.
Le accuse incrociate
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ore dopo l’attentato, ha attaccato duramente il governo australiano: “L’Australia ha gettato benzina sul fuoco dell’antisemitismo”, ha dichiarato, riferendosi al riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Canberra. “Le vostre politiche incoraggiano l’odio per gli ebrei che ora infesta le vostre strade. L’antisemitismo è un cancro. Si diffonde quando i leader rimangono in silenzio”.
Robert Gregory dell’AJA aveva previsto questo scenario: “Era del tutto prevedibile. Il governo australiano del primo ministro Anthony Albanese è stato ripetutamente avvertito, ma non ha adottato misure adeguate per proteggere la comunità ebraica”.
Ma le voci ebraiche antisioniste contestano questa visione. Michelle Berkon, membro di JAO48, ha definito “molto malizioso” suggerire che palestinesi o loro sostenitori fossero dietro agli attacchi antisemiti: “Chi ne trae beneficio? Certamente non i palestinesi”. Alcuni esperti hanno ipotizzato il coinvolgimento di attori stranieri, possibilmente intelligence russa, nel fomentare le tensioni. La polizia sta indagando sull’uso di criptovalute per pagamenti a criminali locali.
Una spiaggia, due linee narrative
Bondi Beach incarna oggi la frattura profonda che attraversa non solo la comunità ebraica australiana, ma la società occidentale tutta. Da una parte, ebrei che vedono ogni critica a Israele come potenziale antisemitismo, che si sentono abbandonati dal governo e minacciati da un’ondata di odio. Dall’altra, ebrei che rifiutano l’identificazione automatica tra ebraismo e sionismo, che vedono la difesa dei palestinesi come imperativo morale ebraico.
Nel mezzo, una società multiculturale che fatica a tracciare linee chiare tra legittima critica politica e odio razziale, tra diritto alla protesta e incitamento alla violenza. I manifestanti pro-Palestina del settembre scorso portavano origami di barche per la pace. I contro-manifestanti gridavano che gli ebrei non potevano sentirsi sicuri nel “loro cortile di casa”. Entrambi rivendicavano Bondi come propria.
Oggi quella sabbia, simbolo di un’Australia multiculturale e aperta, è macchiata dal sangue di innocenti. Naveed Akram, 24 anni, originario del Pakistan, è stato identificato come uno degli attentatori. Un uomo musulmano, Ahmed al Ahmed, ha rischiato la vita per disarmare un terrorista e salvare ebrei. Un rabbino e una bambina di 12 anni sono stati uccisi mentre celebravano la luce contro le tenebre.
“L’inevitabile è accaduto”, ha detto il rabbino Wolff. Ma non doveva essere inevitabile. In qualche punto lungo il cammino, l’Australia ha perso la capacità di contenere il conflitto, di proteggere i suoi cittadini, di impedire che le guerre altrui si trasformassero in sangue sulle sue spiagge più iconiche.
Mentre il sole tramonta su Bondi Beach, le luci di Hanukkah non si sono accese. Sono rimaste spente, coperte dal sangue, testimoni silenziose di una tragedia che nessuno è riuscito a prevenire.
CREDITI FOTO: EPA/DEAN LEWINS


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