Il 21 aprile 2026, nell’Aula Magna dell’Università di Roma 3, Amnesty International Italia ha presentato la versione in italiano del Rapporto sulla situazione dei diritti umani per il 2025, un resoconto dettagliato sulla realtà dei diritti umani in 144 Paesi del mondo, analizzati uno per uno. Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, ha fatto luce sulla situazione di crisi umanitaria più grave e più ignorata sul Pianeta, quella del Sudan. Riportiamo la sua relazione integrale, dopo aver pubblicato, ieri, quella di Ilaria Masinara sull’Italia.
Roma, 21/04/2026
Non dobbiamo compiere l’errore di pensare che la gravità delle violazioni dei diritti umani sia proporzionale alla loro notorietà: tanto più note quanto più gravi e viceversa. I comportamenti predatori, con i crimini che ne derivano, non sono solo, quindi, quelli di Putin, Trump e Netanyahu.
La più grave crisi umanitaria al mondo è quella in Sudan
La popolazione civile del Sudan è entrata, una settimana fa, nel quarto anno di conflitto interno: è la più grave crisi umanitaria e dei diritti umani al mondo, eppure è quasi del tutto ignorata. Non è certo neanche il numero delle vittime civili. Noi parliamo prudentemente di “decine di migliaia”, fonti giornalistiche aumentano il numero a 150.000, fonti locali e della diaspora addirittura a 200.000.
Quello che è certo è che, su una popolazione di poco superiore a 50 milioni di persone, oltre un quinto è stato costretto alla fuga dai combattimenti: almeno due milioni negli stati confinanti, 12 milioni all’interno del Sudan, alla ricerca nomadica di una terra risparmiata dal conflitto.
Ben oltre la metà della popolazione, 33 milioni, ha urgente bisogno di aiuti umanitari, il cui ingresso e la successiva distribuzione vengono sistematicamente ostacolati. L’insicurezza alimentare acuta riguarda ormai metà della popolazione, 26 milioni: in alcune zone si è raggiunto il livello della carestia.
Il 70 per cento delle strutture mediche non è più funzionante. Questo spiega anche la diffusione di malattie facilmente prevenibili: come il colera, diffuso ormai in tutti i 18 stati del Sudan, che ha causato 113.000 contagi e 3000 morti.
In Sudan sono stati commessi i più gravi crimini di diritto internazionale: crimini contro l’umanità e crimini di guerra, soprattutto negli stati del Kordofan e del Darfur settentrionale. In quest’ultimo, le Nazioni Unite hanno denunciato “i segni del genocidio”, soprattutto dopo che – nell’ottobre 2025, dopo 18 mesi di assedio – le Forze di supporto rapido hanno preso la capitale Al Fasher.
Le persone che hanno cercato di fuggire da Al Fasher sono state sistematicamente uccise. La violenza sessuale si è fatta endemica: sono stati accertati 1294 casi di stupro, nell’82 per cento dei casi ad opera delle Forze di supporto rapido, ma quel numero è con ogni probabilità una minima frazione del totale.
Le ong denunciano ormai da ormai un anno che i tagli ai finanziamenti dell’amministrazione Trump hanno gravemente limitato o addirittura impedito il proseguimento delle loro attività, come le cure post-stupro per le bambine ora abbandonate a loro stesse insieme alle madri.
Dopo il Sudan, altri conflitti dimenticati: Myanmar e Congo
Quello che ho illustrato in dettaglio a proposito del Sudan vale anche per altri conflitti dimenticati, come quelli in Myanmar e nella Repubblica Democratica del Congo.
Myanmar è un caso unico: colui che nel 2017 guidava le forze armate e nel 2021 ha diretto il colpo di stato ora, al termine di elezioni-farsa, è il capo di stato civile. Lo stato che presiede potrebbe essere condannato per genocidio e lui personalmente potrebbe essere condannato per crimini contro l’umanità. Un altro bullo, protetto in questo caso dal predatore nell’ombra, la Cina.
Un secondo errore da non fare è di lasciare che la magnitudine dei crimini commessi nelle guerre di aggressione e nei conflitti interni oscuri le violazioni dei diritti umani che si verificano quotidianamente: la stretta sul dissenso pacifico, il bavaglio alla libertà di stampa, la sorveglianza illegale di massa, l’invasione dell’intelligenza artificiale nelle nostre società, la violenza contro le donne, l’arretramento dei loro diritti sessuali e riproduttivi, le politiche di chiusura verso le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, la discriminazione verso le comunità lgbtqia+. Ecco perché è utile sfogliare questo Rapporto: perché dentro non abbiamo dimenticato nulla. C’è tutto ciò di cui non abbiamo tempo di parlare qui.
Il messaggio che vorremmo trasmettervi oggi non vuole essere apocalittico. È sbagliato pensare che contro bulli e predatori non ci sia niente da fare, che il mondo sarà governato da un Board of peace e dall’alleanza tra autoritarismo e tecnocrazia.
Istituzioni che resistono, persone che resistono
Ci sono istituzioni che resistono: la Corte penale internazionale ha emesso mandati di cattura per due leader talebani. Il tribunale misto per la Repubblica centrafricana ha condannato sei ex membri di un gruppo armato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La Corte internazionale di giustizia ha terminato le sue udienze sulla denuncia del Gambia contro Myanmar per violazione della Convenzione sul genocidio.
Ci sono degli stati che si comportano bene: le Filippine hanno consegnato l’ex presidente Duterte alla Corte penale internazionale; il numero di quelli che si sono aggiunti al Sudafrica nel ricorso alla Corte internazionale di giustizia contro Israele per violazione della Convenzione su genocidio continua ad aumentare; per un’Italia che ha riaccompagnato a casa un ricercato libico, la Germania ne ha arrestato e consegnato alla Corte penale internazionale un altro.
Soprattutto, ci sono le persone che resistono.
La resistenza l’abbiamo vista proprio nell’epicentro delle azioni predatorie: negli Usa di Trump, dove le persone da Minneapolis a Los Angeles hanno presidiato angolo per angolo, quartiere per quartiere, fino a respingere la brutalità dell’Ice. L’abbiamo vista in Europa, grazie a milioni e milioni di persone scese in strada in solidarietà con la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. L’abbiamo vista, sempre in Europa, nelle centinaia di migliaia di persone che hanno sfidato il divieto dell’allora governo ungherese di svolgere il Budapest Pride; così come nella sfida multigenerazionale, ma soprattutto delle persone giovani, ai governi autoritari di Serbia e Georgia. L’abbiamo vista in luoghi più lontani, come il Nepal e il Madagascar, dove la cosiddetta generazione Z ha spinto o costretto alle dimissioni i rispettivi governi.
Siamo consapevoli che la stranezza di questi tempi impone alle piazze di chiedere il cambiamento ma anche di conservare l’esistente: quando istituzioni abbattono altre istituzioni, tocca alle persone difenderle. Siamo pronte e pronti a fare anche questo.


