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Lo scorso 1° settembre Félix Tshisekedi, presidente della Repubblica democratica del Congo (RDC), è arrivato a Gerusalemme per incontrare Benjamin Netanyahu. La visita, presentata dai due governi come un passo verso una nuova fase di cooperazione, ha prodotto una dichiarazione congiunta. Kinshasa e Tel Aviv hanno annunciato l’avvio delle consultazioni per l’apertura di un’ambasciata israeliana residente nella Repubblica Democratica del Congo e per il trasferimento della rappresentanza diplomatica congolese da Tel Aviv a Gerusalemme, un trasferimento che già era stato annunciato a settembre 2023, per poi fermarsi a seguito della guerra genocidaria scatenata da Israele a Gaza.
L’ultimo colloquio tra i due Paesi arriva in un momento in cui Kinshasa si trova in una posizione forte nel consesso internazionale. La Repubblica Democratica del Congo siede infatti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come membro non permanente, uno dei dieci seggi eletti a rotazione dall’Assemblea generale. La presenza nel Consiglio garantisce una visibilità diplomatica significativa e la possibilità di influenzare l’agenda internazionale attraverso il ruolo di membro e, periodicamente, attraverso la presidenza mensile a rotazione dell’organo.
Un partner di peso per Israele
Per Israele, rafforzare il rapporto con Kinshasa in questo momento significa avvicinare un Paese africano con un peso crescente nelle istituzioni multilaterali. In una fase segnata dall’isolamento internazionale, il sostegno di partner con una posizione di rilievo alle Nazioni Unite diventa una risorsa strategica per Tel Aviv. Inoltre, due giorni dopo l’incontro tra Tshisekedi e Netanyahu, il ministro per la Sicurezza nazionale Itmar Ben Gvir ha presentato un piano che mira a trasferire la stragrande maggioranza della popolazione palestinese di Gaza fuori dal territorio attraverso quella che ha definito “emigrazione volontaria”.
Trasferire i palestinesi in Congo?
Già nel 2024 era circolata la voce di un accordo tra Kinshasa e Tel Aviv per il trasferimento della popolazione gazawa, voci poi smentite da entrambe le parti. Certo è che la tempistica delle dichiarazioni di Ben Gvir lascia pensare che i colloqui avvenuti a inizio settembre possano aver avuto tra i temi discussi proprio quello riguardo il trasferimento dei Gazawi nel Paese africano. Per la RDC, invece, il rapporto con Tel Aviv si inserisce nella necessità di mantenere un legame privilegiato con Washington, principale alleato di Israele e attore considerato fondamentale da Tshisekedi nella gestione del conflitto regionale con il Rwanda.
Accordi su aiuti militari e tecnologie
Ma sarebbe riduttivo pensare che Kinshasa cerchi solo di compiacere l’alleato americano. Infatti la RDC, sempre per il contrasto all’M23, la milizia proxy del Rwanda, che occupa e amministra una cospicua parte delle regioni orientali congolesi, cerca con Tel Aviv anche accordi su aiuti militari e tecnologie.
L’amicizia e la collaborazione tra Kinshasa e Tel Aviv però non inizia oggi. Le relazioni tra i due Paesi risalgono a poco dopo l’indipendenza congolese. Durante il regime di Mobutu Sese Seko, lo Zaire, oggi RDC, diventa un partner importante per Israele nel continente africano. La collaborazione, anche allora, riguardava soprattutto sicurezza e formazione militare. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche seguita alla guerra dello Yom Kippur del 1973, i rapporti vengono ristabiliti negli anni Ottanta. Ma è con il caos seguito alle guerre congolesi degli anni Novanta che entra in scena una figura destinata a diventare centrale: Dan Gertler.
Il nodo dei diamanti e delle risorse minerarie
Imprenditore israeliano attivo inizialmente nel commercio dei diamanti, Gertler costruisce negli anni Novanta un rapporto privilegiato con la classe dirigente congolese. Il momento decisivo arriva nel 2000, quando il Paese è ancora immerso nella seconda guerra del Congo. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche e rapporti internazionali, Gertler raggiunge un accordo con l’allora presidente congolese Laurent-Désiré Kabila: in cambio di un sostegno finanziario immediato al governo di Kinshasa e di un aiuto strategico e militare, il magnate ottiene un accesso privilegiato alle concessioni minerarie della RDC.
Un modello che negli anni successivi avrebbe riguardato non solo i diamanti, ma anche rame e cobalto, risorse diventate strategiche per l’industria tecnologica mondiale. Per riuscire però a soddisfare le richieste militari di Kabila, Gertler mette in gioco tutte le sue conoscenze negli apparati di sicurezza israeliani, che insieme al ministero degli esteri di Tel Aviv vedono nella possibile ricompensa delle concessioni minerarie un guadagno immenso. A Tel Aviv infatti c’è la Borsa dei diamanti di Israele, il più grande centro di scambio e lavorazione di diamanti al mondo, in un paese che la materia prima non può che importarla, o saccheggiarla, da paesi come la RDC.
La figura di Gertler diventa così il simbolo dell’intreccio tra politica, sicurezza e risorse naturali. Il suo rapporto con la leadership congolese gli permette di essere un intermediario fondamentale tra governo e grandi aziende internazionali interessate alle ricchezze minerarie della RDC. Il Dipartimento del Tesoro statunitense lo ha accusato di aver costruito la propria fortuna attraverso accordi minerari opachi legati a relazioni politiche privilegiate con il potere congolese. Nel 2017 e nel 2018 gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro di lui e alcune delle sue società nell’ambito del Global Magnitsky Act. Ma anche qui l’eminenza grigia di Tel Aviv si è fatta sentire. Infatti secondo ricostruzioni pubblicate da Bloomberg e altre fonti, esponenti del governo israeliano avrebbero esercitato pressioni sull’amministrazione statunitense per ottenere un alleggerimento delle misure contro il magnate. Tra le figure citate compare Yossi Cohen, ex direttore del Mossad, che avrebbe sostenuto l’importanza strategica dei rapporti costruiti da Gertler in Africa.
La RDC possiede alcune delle più importanti riserve mondiali di rame e cobalto, minerali fondamentali per batterie, automobili elettriche e tecnologie avanzate, materiali di cui Israele comincia a necessitare e che la sempre più ampia ostilità internazionale rende difficili da reperire. Proprio per questo nella visita di settembre in Israele si è parlato anche del Corridoio di Lobito. La linea ferroviaria, il cui progetto di ammodernamento è iniziato durante la presidenza Biden, collega le aree minerarie della RDC e dello Zambia al porto atlantico di Lobito, in Angola. Per gli Stati Uniti e i partner occidentali, Lobito rappresenta uno strumento per ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento controllate da Pechino. Per la RDC rappresenta la possibilità di attrarre investimenti e trovare nuovi alleati o, come per Israele, rispolverare vecchie amicizie. La nuova relazione tra Israele e Repubblica Democratica del Congo nasce dunque dall’incrocio di interessi diversi: la ricerca di sostegno diplomatico e minerali a buon mercato da parte di Tel Aviv, la necessità di sicurezza e investimenti da parte di Kinshasa.
In un misto di interessi economici, diplomatici e politici Tel Aviv cerca alleati nel continente africano, facendo leva sui suoi prodotti di punta: le armi e le tecnologie di sorveglianza, entrambe collaudate sulla pelle dei palestinesi. Tramite uomini legati ai Servizi, accordi segreti e comportamenti opachi, Israele punta a guadagnare il massimo con il minimo sforzo, atteggiamento prevedibile per l’ultimo baluardo del colonialismo occidentale.

