Thursday 02/07/2026, 17:18
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È stata una delle prime istituzioni internazionali a usare il termine “” in riferimento all’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza: il Lemkin Institute for Genocide Prevention and Human Security, nato dall’Iraq Project for Genocide Prevention and Accountability, è un’organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti. Deve il suo nome a , il giurista ebreo polacco che coniò il termine “genocidio” e che promosse la Convenzione ONU per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio del 1948. È alla sua figura e al suo lavoro che le fondatrici della ONG, Elisa von Joeden-Forgey e Irene Victoria Massimino – che ha lasciato l’Istituto nel 2024 – si sono ispirate per sviluppare lo strumento “10 modelli di genocidio”.

Già il 13 ottobre del 2023 l’istituto aveva paventato il rischio che quello commesso da Israele potesse configurarsi come genocidio. Fino al durissimo statement del 28 maggio 2024 in cui l’accusa nei confronti dello Stato ebraico è stata mossa chiaramente, inchiodando peraltro le potenze occidentali alle loro responsabilità per complicità nei crimini commessi da Tel Aviv, elemento quest’ultimo che è al centro dell’ultimo report della Relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, .

La campagna diffamatoria contro il Lemkin Institute

E proprio come la giurista italiana, anche il Lemkin Institute è diventato oggetto di una campagna diffamatoria iniziata lo scorso 17 settembre con un editoriale incendiario di Fox News, il principale canale tv americano da sempre schierato a favore di Donald Trump. L’articolo, ripreso successivamente da The Algemeiner, Jerusalem Post e Israel National News, sostiene che il Lemkin Institute stia utilizzando impropriamente il nome della famiglia Lemkin per diffondere «antisemitismo mascherato da diritti umani» e che l’organizzazione abbia «difeso o giustificato organizzazioni terroristiche». In riferimento a Raphael Lemkin, l’editoriale sostiene che l’organizzazione abbia «trasformato la sua eredità in un’arma, non per combattere il genocidio, ma per diffamare Israele e i suoi sostenitori», rimarcando che «la parola genocidio è stata coniata da un ebreo, affinché il mondo capisse cosa sia accaduto al popolo ebraico sotto la nazista. Ora, un’istituzione che si maschera sotto il suo nome, usa quella parola per demonizzare lo Stato ebraico stesso. Questa non è propaganda. È profanazione».

L’accusa parte da un comunicato stampa inviato da Joseph Lemkin, parente di Raphael Lemkin, e dalla European Jewish Association (EJA), incentrato su una lettera di denuncia presentata al Governatore della Pennsylvania Josh Shapiro. Missiva in cui si accusa il Lemkin Institute di violare leggi statali e federali, utilizzando impropriamente il nome di Raphael Lemkin. L’organizzazione si è detta disponibile a cambiare il proprio nome se venisse appurata una violazione di legge. Ma, si legge in una comunicazione dello stesso istituto, al momento non è stata avviata alcuna disputa legale. Joseph Lemkin e l’EJA «hanno piuttosto scelto un percorso , forzando la questione con le autorità della Pennsylvania e con la stampa statunitense e israeliana» per screditare il lavoro della ONG e cercare di silenziare quest’ultima che, in ogni caso, ha dalla sua parte altri membri della famiglia del giurista ebreo polacco, schieratisi in sua difesa.

Secondo il Lemkin Institute, il tentativo di diffamarlo o di bloccare il suo lavoro fa parte di un più ampio sforzo volto a mettere a tacere l’opposizione al genocidio in Israele negli Stati Uniti.

La a stelle e strisce contro chi denuncia Israele

Il tutto avviene, come è ormai chiaro da tempo, in uno scenario in cui è lo stesso governo degli Stati Uniti a silenziare chiunque osi accusare Israele. Ne sono prova le sanzioni contro Francesca Albanese e quelle emesse contro quattro funzionari della . Le misure adottate nei confronti di questi ultimi sono state imposte tramite un ordine esecutivo emesso da Donald Trump, in cui il tycoon affermava che la Corte «ha intrapreso azioni illegittime e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele».

Ma la furia censoria non si è limitata ai giuristi. Ad essere oggetto di sanzioni sono anche Al Haq, Al Mezan Center for Human Rights, Addameer e il Palestinian Center for Human Rights, gruppi palestinesi per i diritti umani, anch’essi accusati di essere «direttamente coinvolti negli sforzi della Corte penale internazionale per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani». Dal canto suo, lo stesso Israele ha emesso misure analoghe contro altre organizzazioni come al Haq Europe, Law for , Hind Rajab Foundation, Lawyers for Palestinian Human Rights e DAWN, anche in questo caso per il supporto fornito alla Corte.

Un altro capitolo di questa furia repressiva si è consumato il 26 ottobre, giorno in cui il giornalista e analista politico britannico Sami Hamdi, noto per le sue posizioni critiche contro la condotta israeliana a Gaza, è stato arrestato dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) durante un tour di conferenze negli Stati Uniti.

Il Lemkin Institute ha intanto avviato una raccolta fondi per far fronte alle possibili spese legali in una disputa che metterebbe a rischio la sua stessa esistenza. «Questa battaglia non riguarda solo noi. Riguarda la difesa di uno spazio per la prevenzione dei genocidi, per la e per la responsabilità in un mondo sempre più ostile a tutti e tre questi valori». Quando si scriverà la storia del genocidio, sarà necessario raccontare anche la di tutte e tutti coloro che instancabilmente lo hanno denunciato.

Author

  • Marianna Lentini

    She was born in Lecce, where she lives. She graduated in Sociology from the University of Milan-Bicocca and attended the Alessandro Leogrande School of Narrative Reporting. She is the author of *Capitalismo feroce*, published by People, and writes a weekly column of the same name on Ossigeno.net. She is a contributor to *The Post Internazionale*.

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