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“Se mi possiedi, possederai tutto. Ma la tua vita apparterrà a me.”
(Honoré de Balzac, La pelle di Zigrino – 1831)
Gli imperativi consumistici e il moto perpetuo della ricerca del piacere (sotto forma di stimoli culturali rapidi e superficiali imposti dalle logiche di marketing) hanno condotto a una costante e strutturale insoddisfazione, rendendo la felicità un obiettivo spasmodicamente desiderabile ma mai pienamente raggiunto; con il risultato di un’anestetizzazione generale che rende incapaci di apprezzare soddisfazioni più profonde e durevoli.
Siamo sempre più calati in una cultura dell’anedonia in cui le persone, pur avendo accesso a innumerevoli fonti di gratificazione (materiali e di intrattenimento), sono diventate progressivamente più insensibili o indifferenti a esse, sperimentando un appiattimento emotivo generale.
L’incessante rincorsa all’edonismo e alla gratificazione immediata ha paradossalmente posto le basi di una società sempre più incapace di provare piacere. Distrarsi o decelerare in questo meccanismo significa uscire dal sistema dei consumi e, dunque, passare dalla possibilità di distinguersi, sia pur attraverso beni di massa, allo status di soggetto di massa immediatamente banale e superato.
Nel perpetuo bramare, finisce per venir meno il desiderio autentico, mortificato dalla spinta consumistica che gadgetizza l’intera esperienza umana.
Tutto è festa, tutto è consumo, tutto è soddisfazione istantanea. Deludente nella sua incompletezza, la gratificazione a stretto giro rinnova solo altri capricci.
Per il filosofo e sociologo francese, Gilles Lipovetsky (2019), quella in cui viviamo è una società sempre più parco giochi all’insegna della voluttuosità vacua, ispirata dall’effimera estetica social, dall’individualismo e dal singolarismo (Dumont, 1993), oltr che dall’inappagabile appetito incapace di apportare reale soddisfazione. Il tutto supportato da una tecnologia sempre più invadente e da una globalizzazione sempre più corrosiva, apparentemente al servizio dell’iperconsumatore.
«La forza che ha imposto il riconoscimento unanime dell’ethos individualista – “Sii te stesso” – non è scaturita dai valori di emancipazione di cui è stata portatrice la controcultura degli anni sessanta e settanta, ma dalle seduzioni e dai modi di vita espressi dal mondo materialista della nuova economia del desiderio» (Lipovetsky, 2022, p.17).
Il consumatore non è affatto una pedina delle multinazionali o delle grandi marche, ma giudice sofisticato delle merci gettate sul mercato e filtro ineludibile. Mentre realizza il suo apparente trionfo, in realtà quella felicità così alla portata si rivela come “piacere ferito”.
Il soggetto stesso è il prodotto, è la vita del consumatore e come tale svuotata, consumata, depredata. Non c’è piacere reale, non c’è desiderio vivificante ma una lunga sequela di capricci che sfugge ad ogni possibile setaccio.
Nostra Signora Dopamina
Non si può provare a comprendere come funziona il piacere nell’essere umano, senza invocare la sua più rappresentativa vestale: la dopamina.
Si tratta di una molecola organica che ricopre l’importante ruolo di neurotrasmettitore naturalmente presente all’interno dell’encefalo di essere umani e animali, il cui rilascio è leggibile come conseguenza di situazioni o attività gradite (dal cibo all’attività sessuale, a un successo sportivo eccetera), pur essendo fondamentale anche per numerose funzioni cerebrali come il movimento, l’attenzione, la motivazione, la memoria e il sistema della ricompensa. In pratica una fondamentale messaggera attraverso la quale i neuroni comunicano tra loro.
Ipotizziamo che un calciatore segni il gol decisivo nella finale di Champions League a pochi minuti dalla conclusione della partita. Nel suo encefalo ci sarebbe una liberazione di endorfine varie. Terminata l’esultanza – con corsa forsennata al di sotto della curva dei propri tifosi, lancio della maglietta, invio a distanza di cuori, baci e dediche varie – l’autore del gol (e non solo lui) registrerebbe l’altrettanto involontaria ricaptazione delle stesse, distribuitesi tra le cellule nervose.
Questo process è cruciale per terminare il segnale della dopamina e per mantenere i livelli sinaptici in equilibrio. Se così non fosse, l’eroe sportivo della serata continuerebbe a gioire, a quel punto andando ben oltre l’adeguato e soprattutto l’accettabile da parte della squadra avversaria delle stesse regole non scritte, ma comunemente attese e condivise.
A quel punto, il pallone torna a centrocampo, il ricordo di quel momento non viene cancellato ed è altamente probabile che il giocatore (e non solo lui) farebbe di tutto per riviverlo in futuro.
Dunque, l’essere umano è in grado di produrre dopamina endogena che deve fare i conti con la temporaneità fisiologica del processo e del condizionamento operato dal contesto.
Il sistema della ricompensa, però, se esposto a continue e robuste scariche di dopamina – vedi stimoli altamente gratificanti come gli zuccheri, il cibo spazzatura, le notifiche sullo smartphone, il binge-watching e tanto altro ancora – tende a desensibilizzarsi, con la possibilità non così remota di uno stato di deficit dopaminergico. Di fatto: il grado di attivazione del circuito cerebrale del piacere (medial forebrain pleasure circuit) decresce nel tempo, pur tenendo traccia viva della percezione soggettiva del piacere.
Proprio nel contesto dell’era digitale, del trionfo del consumo e dell’eccesso di stimoli, dunque, si va facendo sempre più largo – su ispirazione ancora una volta della Silicon Valley – una possibile soluzione, senza precise evidenze scientifiche di validità, o per meglio dire va facendosi strada un nuovo trend: il dopamine fasting (digiuno dopaminergico).
Si tratta di una pratica che dovrebbe ipoteticamente garantire una sorta di resettaggio del cervello attraverso l’astensione da stimoli per contrastare la dipendenza dai piccoli ma continui picchi per recuperare talune capacità tra le quali attenzione, concentrazione e capacità di apprezzare le ricchezze autentiche della vita.
Le neuroscienze insegnano, però, che non è la gratificazione in sé a rilasciare dopamina ma la sua anticipazione. È il pensare il piacere, desiderarlo, attenderlo. È l’idea che possa concretizzarsi che regala piacere. Da qui la domanda: che fine ha fatto il desiderio nella società del: Quando lo voglio Io! Come lo voglio Io! Perché lo voglio Io!?
Cosa succede quando nella relazione con l’Altro, che è soprattutto Altrove rispetto alle mura sempre più fortificate della sovranità assoluta dell’IO, non disponiamo a nostro piacimento dei tasti “Cancella” e “Spam”?
Il leggero mantello, di weberiana memoria, eliminabile all’occorrenza, si è fatto «gabbia di durissimo acciaio»: una prigione globale, ma profondamente individuale, da cui non è così facile riuscire a fuggire.
Rincorrere il piacere (che non si fa trovare)
Se il piacere è una questione di dopamina, ma più realisticamente si dovrebbe dire che media il desiderio, poco al mondo si accompagna a questo neurotrasmettitore di più della cocaina che, ad oggi, resta la sostanza, dopo la cannabis, più utilizzata al mondo.
In generale, l’uso ripetuto di sostanze stimolanti non attenua l’effetto gratificante delle stesse, paradossalmente ne amplifica il desiderio. Questo fenomeno prende il nome di tolleranza inversa o sensibilizzazione (anche detta iperstimolazione dopaminica). Se per altre sostanze, infatti, il consumatore ha la necessità di innalzare le dosi per procurarsi il livello di piacere iniziale (tolleranza), nel caso degli stimolanti, e specificatamente della cocaina, l’effetto è opposto.
In questi casi si parla di wanting che si traduce in un aumento dell’effetto delle dosi successive lì dove le droghe sono state assunte in maniera ripetuta e in quantità elevate anche se in maniera discontinua. Resta attiva per lunghi periodi e per alcune persone addirittura per sempre (Lugoboni et al., 2021).
Verificatosi un adattamento cerebrale e di sistema psico-sociale, la sensibilizzazione tende a mantenersi anche dopo lunghi periodi di astensione, proponendosi, unitamente a stress, stimoli subliminali o emozioni anche positive, come una delle cause più frequenti negli episodi di ricaduta nel consumo. In pratica, nella dipendenza si assiste ad un’amplificazione della salienza degli incentivi che possono finire per condurre al ritorno all’utilizzo di droga.
Il centro del piacere si abitua a quantità di dopamina sempre più consistenti, alle quali corrisponde un attaccamento allo stimolo gratificante sempre più pressante, e una sua assunzione sempre più elevata e frequente con un piacere che non è e non potrebbe più essere nemmeno paragonabile a quello provato agli esordi dell’assunzione o dell’iniziale messa in atto di un comportamento (Lacatena, 2019).
In estrema sintesi, l’eccesso di stimolazione e di piacere non attenua la possibilità di provarlo. Realisticamente, non si tratta più, però, del piacere iniziale, ma del suo ricordo, da rincorrere nonostante l’aumento di concomitanze proprie e di contesto negative per il consumatore (problematiche di salute, perdita di denaro, messa in discussione di relazioni eccetera).
The dopamine affair
Credo che ad oggi nessun nucleo familiare o cerchia di amici sia completamente immune dall’obbligo imposto generalmente dalla scuola, di sottoporre un bambino a visita neuropsichiatrica. Il grande timore da dissolvere, attraverso la medicina specialistica, è quello di una diagnosi da ADHD.
Il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività è strettamente legato a un deficit di dopamina e a una sua disfunzione nel cervello, con livelli più bassi e/o recettori meno efficienti, che finiscono per compromettere attenzione, motivazione e sistema di ricompensa, inducendo la ricerca di stimoli intensi e compensatori. I sintomi più frequenti sono, dunque, la difficoltà di concentrazione, l’iperattività, l’impulsività, la mancanza di attenzione nel corso delle attività scolastiche, lavorative e sociali (vedi Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-V) con una sempre più comprovata possibilità di sviluppare dipendenze da sostanze o comportamentali (gaming, gambling eccetera). I farmaci ADHD agiscono spesso aumentando l’efficacia della dopamina, e terapie comportamentali e stile di vita (esercizio fisico per esempio) aiutano a ristabilire l’equilibrio.
Non si tratta di un disturbo recente, considerato che la prima descrizione da manuale di un disturbo con i tratti distintivi dell’ADHD si fa risalire al 1775, con il medico tedesco Melchior Adam Weikard.
Ad oggi, la ricerca su questo disturbo considera maggiormente rispetto al passato i correlati ambientali (privazione, stress, infezione, povertà e traumi, eventi durante la gravidanza e il parto, carenze nutritive, esposizione a sostanze tossiche), sebbene i fattori sociali e culturali che conducono a differenze rispetto ai valori dominanti e condivisi dalla società continuano a restare sullo sfondo, orientandosi verso quelli biologici e genetici (vedi conformazione del DNA) (Montecchi, 2023).
L’indirizzo più valido sembra essere quello di intervenire sulla modulazione della trasmissione dopaminergica, facendo ricorso alla chimica e alla psicofarmacologia.
All’insegna del paradigma deficitario, i farmaci più utilizzati sono il Ritalin – 50° farmaco più prescritto negli Stati Uniti nel 2023, con oltre 13 milioni di prescrizioni totali (6 milioni solo le diagnosi su bambini) –, l’Adderall, l’Equasym, il Medikinet, farmaci a base del principio attivo metilfenidato cloridrato (MPH), appartenente alla classe degli psicostimolanti e brevettato nel 1954 dalla Ciba Pharmaceutical Company, successivamente diventata Novartis International AG. La multinazionale svizzera, per fatturato 2021, si è classificata quinta tra le aziende farmaceutiche, con 51,63 miliardi di dollari. Questi farmaci agiscono da stimolanti del sistema nervoso centrale per aumentare i livelli di dopamina e, in parte, della noradrenalina. Il tutto a favore di un mercato che nello stesso anno ha sfiorato i 14 miliardi di dollari e che entro il 2030 raggiungerà 19 miliardi con un CAGR (Tasso composto di crescita annuale) del 4,2%.
Parallelo all’assunzione con prescrizione – molto più difficile ottenerla da adulti – non può mancare il mercato nero. Un’analisi del National Survey on Drug Use and Health (NSDUH) ha rivelato che il 10,5% dei Giovanni adulti americani di età compresa tra 18 e 25 anni (soprattutto studenti) aveva utilizzato stimolanti non prescritti almeno una volta nel 2020, inseguendo con il misuso l’illusione di andare oltre i propri limiti, restando concentrati e attenti ben oltre il consueto e l’umanamente possibile.
Quanto siamo (ancora) capaci di provare piacere?
Tutti gli esseri viventi agognano il piacere, declinabile in diversi modi: scarica di tensione, benessere, appagamento dell’ideale di sé, superamento dei limiti, felicità, euforia, assenza di dolore, rilassamento, sollievo, accesso a nuove esperienze percettive eccetera.
Se non inseguissimo il piacere, con buona probabilità ci saremmo già estinti, ma pensare che tutto ruoti intorno a correlati biochimici non è meno rischioso.
La glorificazione della neurobiologia rischia di consegnarci al riduzionismo del tutto è potenzialmente antropico. Stimolante come prospettiva ma, considerate le possibili implicazioni in negativo, anche tanto inquietante.
Sicuramente è un ulteriore incentivo all’idolatria dell’anelato essere senza difetti, sempre più smerciato come sé autentico. Spesso, altro non è che narcisismo mascherato che confonde il piacere con la soddisfazione immediata, nonostante non vi sia nulla di più distante, persa la capacità di attenderlo, costruirlo, riconoscerlo. Antipopolare e invisa constatazione: il piacere è anche fatica.
Tutto ciò che si contrappone all’idea della piena realizzazione di sé e delle proprie aspettative è ormai catalogato come fake (inautenticità) e chi ne è portatore declassa da interlocutore a nemico. Chiamati faticosamente a fronteggiare la pletora degli insopportabilmente diversi da sé, mai come nell’attuale società dell’iperstimolazione e della sua desiderabile normalizzazione, il senso della potenza e il godimento si accompagnano alla solitudine, all’insoddisfazione, alla frustrazione e alla rabbia.
Per contro, il piacere reale presuppone il preliminare desiderio dell’Altro che è anche Altrove, distanza vivificante dalla tirannia dell’IO – è curioso come il galateo moderno inviti ad evitare l’espressione “piacere” in risposta alla presentazione tra persone sconosciute, perché quel piacere, in realtà è tutto da verificare. Non il piacere dell’incontro ma eventualmente quello del “mi piaci” di più connessa consuetudine.
Un’altra rotta esistenziale è ancora possibile a patto di recuperare trascendenza e spiritualità all’insegna dell’Oltre, di un senso non omologato e condiviso di piacere che potrebbe non essere immediatamente comprensibile e, dunque, sulle prime nemmeno pienamente consolante e… godibile.

