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Un gruppo di donne e uomini di diverse età, in quello che sembra un teatro, pennella in bianco, sul nero, una serie di sagome. Alla fine, dall’alto, capiamo cosa vogliono mostrarci. Hanno disegnato il perimetro di Gaza, e al suo interno, nove quadrati. All’interno di ciascun quadrato c’è uno di loro, in piedi. Sono le loro case. Quello che rimane del luogo in cui vivevano e lavoravano prima che Israele radesse la loro terra completamente al suolo: un ricordo, una sagoma piatta, un buco nero.
Who still lives (Who is still alive, Chi è ancora vivo) del regista svizzero Nicolas Wadimoff, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 82 nel programma de “The Directors' Fortnight”, mette insieme nove persone, donne e uomini di diverse età, e dando loro un pennarello bianco permette loro di disegnare e raccontare, sul nero, la loro Gaza. Sono tutti fuggiti prima che Israele chiudesse il valico di Rafah, nel maggio 2024. Sono in Egypt, dove hanno un permesso temporaneo che non permette loro di lavorare, né di prendere la patente di guida, di frequentare la scuola pubblica o di accedere a qualsiasi altro servizio sociale. Tutti loro hanno perso per sempre, fra le macerie, qualcuno a cui volevano bene. Dall’Egitto, continuano a pensare a Gaza, a sognare Gaza, a piangere Gaza, a soffrire per Gaza. Wadimoff li ha incontrati poco dopo la fuga e, racconta in questa lunga conversazione con Kritica, “ho dato loro l’agio di raccontarsi senza paletti e senza binari, perché potessero esprimere ciò che davvero sentivano”.
A story that calls
Il risultato è un film-documentario in cui, mentre l’umanità dolente dei protagonisti fluisce liberamente, prende vita un Drawing di Gaza che diventa una mappa sentimentale, del trauma e della memoria, dell’attaccamento alla patria e della nostalgia, della solitudine e del legame indissolubile con la propria Family e con la propria gente, il proprio popolo.
“Mi occupo di Palestina fin dai tempi della prima Intifada. Per me, la battaglia per la Free Palestine è sempre stata la madre di tutte le altre battaglie. Assomma su di sé ogni ingiustizia e bruttura del nostro mondo. Nel corso del tempo, tuttavia, la mia posizione sulle vicende è cambiata. Nel 2003, come documentarista seguii da vicino i lavori per quella che fu chiamata, allora, l’Iniziativa di Ginevra. Girai un film che si intitolava proprio L’accordo. Richiese un anno e mezzo di riprese, e fu in quel lungo frangente che mi resi conto che da parte israeliana non c’era alcuna volontà reale di arrivare mai a un accordo di pace. La finzione dell’accordo – che Israele non portò mai a compimento nonostante le numerose concessioni, NDR – celava una profonda e reale ipocrisia sugli intenti reali. Quelli che oggi vediamo di nuovo in azione”.
After L’accordo, Wadimoff ha firmato altri due film sulla Palestina: uno dopo le operazioni di Piombo fuso, nel 2009, e l’altro nel 2016, con un focus più legato alla storia e all’antica mitologia del territorio di Gaza. “Avrei voluto infine dedicarmi ad altri progetti e avevo cominciato a farlo. Ma dopo pochi mesi dal 7 ottobre 2023 mi sono reso conto che non riuscivo a pensare ad altro. Avevo molti amici a Gaza. Alcuni di loro sono morti. Di altri non ho, tuttora, nessuna notizia. In quel periodo sono andato al Cairo, per realizzare un film sull’UNRWA, utilizzando materiale d’archivio. Lì mi sono reincontrato con uno dei miei migliori amici, Jawdat Khudari, un grande uomo di Gaza, curatore di uno stupendo museo della storia palestinese. Era da poco riuscito ad arrivare in Egitto, ma il suo spirito era davvero annichilito. Mi ha chiesto lui stesso di fare un film su ciò che lui e altri rifugiati stavano provando in quel momento. Un film su cosa significa vivere l’esperienza di un genocidio. Non ha dovuto insistere. Non potevo dire altro che sì”.
Khudari è uno dei nove protagonisti del film. “Nel giro di due settimane, mi ha fatto incontrare con altre e altri rifugiati come lui, e fra le sue e le mie conoscenze abbiamo dato vita a questo gruppo di nove persone, ciascuna con la sua storia, ciascuna bisognosa di raccontarla”.
The St. Gotthard massif
Inizialmente, il film si sarebbe dovuto girare in Svizzera. Ma per fare ingresso in Svizzera, così come in Italia, ai palestinesi è necessario chiedere un visto. E la Svizzera gliel’ha negato. “In occasione di questo film – spiega Wadimoff – ho avuto modo di capire senza dubbi di sorta come la politica del mio Paese, tradizionalmente aperta alle istanze del popolo palestinese, stia drammaticamente cambiando. Gli accordi iniziali erano che avremmo iniziato a girare ad agosto scorso, in un bellissimo teatro indipendente di Losanna. Il ministero della Culture, finanziatore del film, sosteneva la concessione del visto ai protagonisti palestinesi, e aveva anche scritto una lettera di sostegno al nostro progetto, indirizzata all’ambasciata svizzera al Cairo. Eppure, il Segretario di Stato per la migrazione ha negato il visto comunque. È interessante notare che entrambe le figure, la ministra della Cultura e il Segretario di Stato per la migrazione – Vincenzo Mascioli – sono socialisti. Rappresentano la componente socialista del governo svizzero, tradizionalmente composto da una ampissima coalizione di forze politiche (quella che in Svizzera chiamano “la formula magica”, NDR). Eppure Mascioli non ha avuto il coraggio di concedere i visti, temendo le polemiche che si sarebbero sollevate. Questo perché la Svizzera, attualmente, è spaccata in due: c’è una parte più umanista, che tende a coincidere in gran parte con la regione francofona del Paese, che è più solidale con il popolo palestinese; e c’è un’altra parte, tendenzialmente più coincidente con la regione germanofona, che si è allineata alla Germania in un sostegno pressoché cieco e sordo a Israele; a cui si lega un sempre più esplicito razzismo antipalestinese”.
Proprio ieri, in Svizzera è stata bocciata dal Parlamento una proposta di legge che chiedeva il riconoscimento dello Stato di Palestina, in linea con quanto espresso già da diversi Paesi europei. “Anche questo è un segno del cambiamento radicale in corso nel Paese. Di fatto, ci stiamo allineando per la prima volta nella Storia all’asse Stati Uniti-Israele”.
A closed-door limbo
Quando si è trattato di recarsi a Venezia per la proiezione del film, anche l’Italia ha negato il visto a cinque persone della delegazione dei protagonisti. “La spiegazione tecnica, per così chiamarla, per cui non hanno ottenuto il visto è la stessa fornita dalla Svizzera: siccome l’Egitto ai palestinesi concede soltanto un permesso temporaneo, temevano che sussistessero troppi rischi di permanenza sul territorio italiano”. Formalmente, il motivo per cui l’Egitto, così come la Jordan, concedono permessi fortemente limitati ai profughi palestinesi è la necessità di non legittimare il progetto di ethnic cleansing israeliano. Assimilare i palestinesi alla popolazione egiziana significherebbe minare di fatto, in qualche modo, il loro diritto al ritorno. L’altra motivazione, non detta, è che l’integrazione dei palestinesi porta con sé le loro istanze. Il rischio è una radicalizzazione sociale fra le stesse popolazioni egiziane e giordane, fra cui serpeggia il malcontento per le azioni ben poco incisive dei governi in difesa della Palestina. Ecco perché i profughi palestinesi in Egitto vivono una condizione di forte estraniazione, in cui non mancano, come hanno raccontato alcuni dei personaggi del film, anche alcuni elementi di razzismo nei loro confronti. “Di fatto, la loro vita è completamente bloccata: non possono mandare i figli a scuola. Non possono avere la patente e guidare un’auto. Non possono aprire un conto in banca. Non possono aprire un’attività. Non possono viaggiare. Non possono fare nulla. Per via di questa condizione, Svizzera e Italia hanno ravvisato il rischio migratorio nei loro Paesi. Ma, in questo modo, i profughi palestinesi in Egitto vengono sottoposti a una doppia pena”.
Hope and the lie
The nine people we know in Who still lives sono giornaliste, studenti, scrittori, mediche, imprenditori, musicisti, influencer: tutti avevano vite piene, prima che il genocidio le spazzasse via. I loro nomi: Jawdat Khoudary, Ghada Alabadla, Hana Eleiwa, Feras Ashrafi, Haneen Harara, Adel Altaweel, Mahmoud Jouda, Malak Khadra, Eman Shannan. Le loro storie si susseguono e si confrontano, ognuna fra i dettagli di come la loro casa è stata distrutta, di come hanno scoperto la morte dei loro cari, di cosa stavano facendo nel momento della bomba. Feras Ashrafi è un musicista, suona il Qanun, una cetra araba tradizionale. Ricorda esattamente su quale nota della canzone che stava suonando per strada ha sentito il boato dell’esplosione. La dottoressa Eman Shannan, oncologa e malata di tumore ella stessa, ha provato a salvare, nella fuga, le cartelle cliniche dei suoi pazienti. Dice del suo popolo: “Siamo morti senza tomba”. La più crudele di tutte è forse la storia di Adel Altaweel, che si trovava in Egitto nei primi mesi dell’attacco israeliano e ha deciso di tornare a Gaza per non stare lontano dalla sua famiglia. A poche ore dal suo arrivo, una bomba li ha uccisi tutti, lasciando vivo soltanto lui.
Ma la voce che, a chi scrive, ha fatto più male ascoltare è quella triste e saggia di Jawdat Khoudary, l’amico di Wadimoff dal cui input è nato il film. Dopo aver dedicato tutta la sua vita alla memoria e alla dignità del suo popolo, “per la prima volta nella mia vita, quando parlo di speranza, oggi mi sento un bugiardo”, dice alla telecamera. Il bellissimo spazio che curava, che era un museo, un giardino, un luogo accogliente e impregnato di bellezza, è stato totalmente piallato dall’esercito. “Lo hanno raso al suolo con un Caterpillar, con desiderio di distruggere”. In una interessante scena del documentario, si confronta con alcune delle co-protagoniste. Sembra davvero il più scoraggiato. “Pensate a voi, al vostro futuro, dimenticate Gaza”, dice loro. “No, cresceremo i nostri figli perché siano forti, perché studino e in un futuro tornino a Gaza. Gaza ha bisogno di persone forti”, gli risponde la giornalista Haneen Harara. Portano con sé, tutti loro, la pena inespiabile di essere sopravvissuti. E alcuni, forse, avrebbero preferito morire.
“Per la profonda fiducia e il legame di amicizia che ci unisce”, spiega Wadimoff, “Jawdat in quel momento si è sentito libero di esprimere fino in fondo il malessere che provava, lontano dalla sua terra, estraniato. Oggi, che sono passati diversi mesi e la sua vita si sta ricostruendo, il suo sentimento è in parte diverso. Ma lo scopo del film era mostrare la piena umanità di tutti loro, senza preoccuparsi se le loro parole potessero essere male interpretate da chi difende la causa palestinese. “Noi, figli di Gaza, non abbiamo ancora raccontato [al mondo] la nostra storia”, dice a un certo punto lo scrittore Mahmoud Jouda. “I media riprendono la narrazione dei politici, dell’esercito o del partito politico a cui sono allineati. Ma noi, come palestinesi, come abitanti di Gaza, siamo persone reali, siamo esseri umani”.
The Venice Film Festival
Che le loro storie di persone reali abbiano trovato spazio nel contesto della Mostra internazionale del Cinema di Venezia è, per Wadimoff, motivo di gratitudine, verso i selezionatori – la direttrice artistica della sezione in particolare, Gaia Furrer – ma anche verso la direzione della Mostra tutta. E, se è vero come è vero che la Palestina ha fatto irruzione a Venezia innanzitutto grazie al lavoro di conflitto e consapevolezza condotto dal collettivo Venice4Palestine, per Wadimoff molti meriti vanno riconosciuti anche ai vertici della Biennale stessa. “Se confrontiamo quanto abbiamo visto alla Biennale, non soltanto con i film della selezione ufficiale come The Voice of Hind Rajab, ma con questo stesso film e alcuni altri titoli, la presenza fissa del presidio dell’Isola Edipo – organizzato proprio da Venice4Palestine – con quanto avvenuto a Cannes, dove neanche l’assassinio della giornalista palestinese Fatma Hassouna, appositamente ordito da Israele per impedirle di ricevere un premio ha smosso minimamente la direzione del Festival – nel comunicato stampa di cordoglio non si fa cenno alle responsabilità dell’esercito israeliano – penso che possiamo ritenere a buon diritto la Mostra di Venezia la numero uno, fra le grandi mostre del cinema internazionali, nel tenere alta non solo la bandiera della Palestina, ma quella dell’umanità”.
Eppure anche alla Mostra non sono mancati i compromessi, in primis riguardo alla vittoria nel Concorso ufficiale, dove non tanto Jim Jarmusch quanto innanzitutto MUBI, come casa di produzione saldamente legata a Israele, porta a casa una vittoria che sa tanto di complicità con lo statu quo. “Anche durante la cerimonia di premiazione abbiamo assistito a momenti di importante riconoscimento verso il popolo palestinese. In tanti discorsi di ringraziamento, nella canzone del vostro cantautore Nino D’Angelo, così bella e commovente. Per tanti di noi, nella comunità internazionale dei Filmmaker, sia Venezia, sia in generale le iniziative che nascono in Italia e provengono da voi italiani, sono fonte di ispirazione in questo momento, per lo schieramento con il popolo palestinese. Il festival di Locarno stesso, nel mio Paese, al di là di un discorso molto elogiato del suo direttore Giona A. Nazzaro ha concesso in realtà ben pochi spazi ai palestinesi. Non parliamo neanche di Berlino, dove la Berlinale ha preso esplicite distanze dagli autori palestinesi del film No Other Land. Venezia 82 è stata il luogo dove la Palestina ha vissuto di più e con lo schieramento più nitido, in tutto questo anno di cinema”.
D’altra parte, lo stesso The Voice of Hind Rajab avrebbe potuto essere selezionato già a Cannes. Il film era pronto e disponibile. Eppure, è a Venezia che lo abbiamo visto. “All’Isola Edipo, un giorno, il nostro protagonista musicista, Feras, ha suonato Goodbye, beautiful with the Qanun. Abbiamo vissuto un momento di grande fratellanza umana, reso possibile da un clima che non trova paragoni altrove e che risponde a ciò che sento necessario, in questo momento, come filmaker. Per me parlare di Palestina ora è l’unica cosa che posso fare. Ho la sensazione che se non lo faccio, che se accettiamo e non resistiamo a ciò che sta accadendo ora in Palestina, accetteremo l’indicibile che potrà accadere ovunque. E in questi tempi, la verità è che non mi capacito di come tutto ciò, che è così cruciale per noi, possa non apparire cruciale ad altre persone. Ora capisco meglio cosa accadde nel 1935, ’36, ’37, ’38, ’39, ’40. Capisco come abbia fatto allora, il fascismo, a insinuarsi nella società.


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