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The review of  di Arthur Koestler scritta da appear on New Statesman il 4 gennaio 1941. Il romanzo dello scrittore ungherese era uscito pochi mesi prima, in Inghilterra, dove Koestler aveva trovato rifugio dopo aver peregrinato, in fuga dalla , prima in Unione Sovietica e poi in .

Darkness at noon ebbe una eco importante come romanzo di denuncia del totalitarismo sovietico, ma Orwell – che sulla produzione di Koestler tornerà anche in un saggio successivo più ampio nel 1944, contenuto nel volume Critical Essays – analizza con sguardo critico e non indulgente l’opera dell’autore, il cui percorso personale non sarà privo di contraddizioni anche molto serie. Non soltanto perché dopo essersi iscritto al Partito Comunista nel 1931 approderà, sul finire della sua esistenza, a posizioni apertamente antirivoluzionarie e antisocialiste, ma anche per la disinvoltura con cui, nei suoi anni giovanili, si era rivolto al sionismo, trasferendosi in Palestina nel 1926 in cerca di fortuna come scrittore e giornalista. A ricoprirà anche la più che controversa posizione di segretario del partito sionista revisionista Betar, fondato da Ze’ev Jabotinsky, padre spirituale dell’estrema destra israeliana di Benjamin Netanyahu, ammiratore di Benito .

Orwell non ritiene Koestler un grande autore, e si mostra attento (ancor di più nei Critical Essays) a cogliere le involuzioni antirivoluzionarie e antisocialiste del suo pensiero. Ma individua anche il nucleo di interesse autentico dell’opera, quello di uno sguardo dall’interno sulla realtà dello stalinismo, sulle dinamiche terribili che operano nel Partito come grande architettura umana.

Come sempre, la nostra rubrica Orwell è affidata alla bravura della traduttrice letteraria Anna Martini.


What do I fight for?

Il signor Arthur Koestler dovrebbe saperne qualcosa, di prigioni, avendovi trascorso una porzione ragguardevole degli ultimi quattro anni. Prima la lunga detenzione in una delle fortezze di Franco, con il rumore dei plotoni d’esecuzione che rimbombava attraverso i muri venti o trenta volte al giorno; poi circa un anno di internamento in Francia; quindi la fuga in Inghilterra e un nuovo internamento nel carcere di Pentonville – dal quale, comunque, è appena stato rilasciato senza condizioni. Inutile dire che non è mai stato accusato di alcun reato specifico. Oggigiorno, in zone sempre più ampie della Terra, le persone vengono incarcerate non per ciò che they do ma per ciò che I am, o meglio: per ciò che le si sospetta di essere. Nondimeno, il signor Koestler può rallegrarsi con sé stesso per essere caduto, sinora, solo in mani dilettanti. L’Inghilterra lo ha incarcerato, è vero, ma poi lo ha rilasciato senza costringerlo a confessare di aver avvelenato pecore, sabotato ferrovie o congiurato per assassinare il Re.

 Questo suo romanzo, frutto di esperienze personali, racconta la prigionia, la confessione e la morte di uno dei vecchi bolscevichi, personaggio composito, con tratti sia di Bucharin sia di Trockij. Gli avvenimenti nel libro seguono il corso normale. Rubashov, uno degli ultimi superstiti del Comitato Centrale del Partito Comunista originario, viene arrestato, accusato di crimini incredibili, nega tutto, lo torturano e lo giustiziano con un colpo di pistola alla nuca. La storia finisce con una giovane, nella cui casa Rubashov aveva soggiornato, che si domanda se denunciare il padre alla segreta per ottenere un alloggio per sé e il futuro marito. L’interesse del libro, comunque, risiede quasi interamente nella contesa intellettuale fra tre uomini: lo stesso Rubashov e i due funzionari della GPU [pronunciato Ghepeù, it was the Political Directorate of the state, in Russian Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie. Fu la polizia segreta del regime sovietico fino al 1934, NdT], Ivanov e Gletkin, che si occupano del suo caso. Ivanov appartiene alla stessa generazione di Rubashov e durante il procedimento viene improvvisamente epurato e giustiziato senza processo. Gletkin, invece, appartiene alla nuova generazione cresciuta dopo la Rivoluzione, in completo isolamento sia dal mondo esterno, sia dal passato. È il “bravo uomo di Partito”, esemplare quasi perfetto del grammofono umano. Ivanov non crede sul serio che Rubashov abbia commesso le assurdità di cui è accusato. L’argomento che usa per indurlo a confessare è che si tratta di un ultimo servizio richiestogli dal Partito. La gente del popolo, spiega lui, non riesce a comprendere che la “deviazione” è di per sé un crimine; di conseguenza, occorre inventare crimini di un tipo che la gente possa capire: omicidio, sabotaggio ferroviario e via dicendo. Gletkin usa il medesimo argomento, ma con un atteggiamento alquanto diverso. Non si capisce mai se creda o no alla colpevolezza di Rubashov; o, per esser più precisi, nella sua mente non esistono distinzioni tra colpa e innocenza. L’unica forma di critica che riesca a concepire è l’omicidio. Dal suo punto di vista, chiunque sia capace di formulare un pensiero irrispettoso su Stalin, inevitabilmente tenterebbe di assassinarlo. Dunque, sebbene il tentato omicidio forse non ci sia stato, si può ritenere che sia avvenuto; esso esiste, come il prolungamento non tracciato di una linea retta. La forza di Gletkin sta nel totale distacco dal passato, che lo rende non soltanto privo di compassione, ma anche privo di immaginazione o di conoscenze scomode. D’altro canto, la debolezza dei vecchi bolscevichi sta nell’essere rimasti europei nell’animo, più affini alla società da loro rovesciata che alla nuova razza di mostri da loro creata.

Quando Rubashov cede e confessa, non è tanto a causa della tortura – ha sofferto di peggio per mano dei nazisti, senza confessare – quanto per un completo senso di vuoto interiore. “Mi sono chiesto” dice al processo, quasi con le stesse parole di Bucharin: “Per che cosa combatto?” Per che cosa, davvero? Da tempo ha perduto ogni diritto di protestare contro la tortura, le carceri segrete, la menzogna organizzata e così via. Ammette che quanto gli sta succedendo è conseguenza delle proprie azioni; sente perfino una certa ammirazione per Gletkin, il quale è probabilmente il genere di creatura subumana che serve a traghettare la rivoluzione nella sua fase attuale. I processi di Mosca sono stati un orrendo spettacolo, ma se ci si ricorda la storia dei vecchi bolscevichi, è difficile provare compassione per loro come individui. Hanno impugnato la spada e di spada sono periti, e si può presumere che lo stesso accadrà a Stalin, sempre che non vada incontro a una morte prematura, come Lenin.

Per quanto questo sia un romanzo brillante e brillantemente scritto, mi pare più prezioso per l’interpretazione delle “confessioni” di Mosca da parte di una persona che conosce bene dall’interno i metodi totalitari. L’aspetto più spaventoso di questi processi non è tanto il fatto che siano avvenuti (queste sono cose ovviamente necessarie in una società totalitaria) quanto il fervore con cui gli intellettuali occidentali li hanno giustificati. I corrispondenti di giornali liberali si sono dichiarati “completamente soddisfatti” delle confessioni di uomini tirati fuori dal buio, in certi casi, dopo anni di isolamento; un eminente avvocato è giunto a teorizzare che la perdita del diritto di appello fosse un gran vantaggio per l’accusato! I casi trattati in nello stesso periodo, con identiche accuse ma senza confessioni, sono stati insabbiati con cura o mistificati dalla stampa di . Certo, gli imputati nei casi russi erano stati ovviamente torturati o minacciati di tortura, ma è probabile che la spiegazione sia più complessa. Il signor Koestler pensa, come Souvarine, che “il bene del Partito” sia stato forse l’argomento definitivo; in effetti il suo libro somiglia a un pamphlet dilatato, Nightmare in the USSR [“Incubo in URSS”, pamphlet di Boris Souvarine (1937) sui processi di Mosca e sulle confessioni nelle purghe staliniane, NdT)]. Da un punto di vista letterario, è un notevole passo avanti rispetto ai suoi lavori precedenti.

Author

  • “Tea and Tobacco,” George Orwell photographed by his friend Vernon Richards, 1945. Source: Orwell Archive, University College London, ORWELL/T/2/E/3.

    Pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903-1950). Nato in India da una famiglia di funzionari britannici della borghesia medio-bassa, morì di tubercolosi a soli 46 anni. Scrittore, giornalista, saggista letterario e politico, i suoi scritti hanno puntellato il secolo di utopie e distopie in cui ha vissuto grazie a un acume critico e a un coraggio ideale fuori da ogni dottrina e dogma, alla ricerca di verità intellettuale.

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