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L’attacco bellico su larga scala – non precisamente “mirato” come è stato descritto dai media occidentali, visto che ha fatto numerose vittime civili – di Israel sul territorio iraniano, e la risposta del regime di Tehran, hanno aperto l’ennesimo fronte della War generale che lo Stato di Israele ha dichiarato al mondo tutto attorno, sia in senso stretto (cinque Paesi colpiti finora), sia, in senso ampio, a chiunque non si sottometta e/o allinei al 100% al progetto espansionistico sionista. Israele sta, non da ora, ma in modo sempre più visibile da quando al potere c’è l’estrema destra messianica, assumendo le sembianze di una tribù etno-nazionalista ad altissima dotazione tecnologica. In guerra tribale contro il mondo, e soprattutto, in guerra contro l’umanità. Una tribù suprematista che ne capeggia molte altre e conta sul sostegno di molte altre: dai suprematisti bianchi europei, all’estrema destra fascista, fino ad arrivare ai neo-arianisti monarchici iraniani.
Con l’attacco a Teheran, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Gaza diventava un “obiettivo secondario”. Come spesso accade con i sionisti, ciò che dichiarano è la proiezione di ciò a cui puntano, e in questo caso ciò a cui Netanyahu e il governo puntano non è distrarre risorse militari né obiettivi da Gaza. Solo distrarre la nostra attenzione, l’attenzione di un’opinione pubblica che nell’ultimo mese cominciava a diventare un po’ troppo esplicita nella condanna delle torture, umiliazioni e devastazioni che il regime di Tel Aviv sta imponendo sugli abitanti di Gaza.
Israel has understood that the world, not just the Western world, has realised it cannot stand idly by in the face of genocide, and that the burden of cowardly complicity was becoming unbearable. It has also understood this thanks to the radical actions carried out by the Freedom Flotilla, the Sumud caravan, and the March on Gaza, iniziative che con tutte le loro ingenuità e disorganizzazioni, o velleitarietà, hanno avuto un impatto enorme, perché hanno visto azioni combinate fra popoli del nord del mondo e popoli del sud del mondo, insieme. Lo ha capito perché, da che erano soltanto gli Houthi in Yemen a interferire con le operazioni marittime, adesso anche in Europa si moltiplicano le manifestazioni di disturbo al massacro dei Palestinians. I portuali hanno preso l’iniziativa. L’attenzione sul genocidio stava diventando un problema. E allora cosa c’è di meglio che sostituire l’attenzione su un genocidio con l’attenzione su una guerra.
The Israeli war is also a way to carry out genocide without further contention, hoping for the immediate realignment of influential media centres.
Waging war on Iran is also a way to reignite divisions between Muslim countries, the fault line between Shia and Sunni, and therefore complicate the possibility of social movements in the Arab world meeting with those in the Persian world. As well as a way to once again stir up the supremacist and racist sentiments of white Europeans. Many Iranian intellectuals and dissidents had also joined the Global March to Gaza, how did Kritika's collaborator Siyavash Shahabi writesupporting its independence and radicalism, outside of any geopolitical principle, placing the spotlight back into the hands of individuals and civil societies.
Da queste parti, come sa chi ci legge da più tempo, riteniamo estremamente riduttiva la lettura tutta gepolitica del mondo. Quando si tratta di guerre, gli elementi che riguardano la sola politica di potenza e competizione fra Stati o fra Imperi sono sì pertinenti, e non possono certamente essere scartati in toto dalle letture della realtà. Ma lo sono solo fino a un certo punto e se diventano gli unici presi in considerazione, portano a nostro avviso a letture distorte delle vicende umane. Sono infatti spesso anche gli elementi sui quali è più facile mentire, mistificare e creare nebbie tali da rendere più difficili da comprendere le ragioni più radicali degli atti di potenza. In questo caso specifico, è davvero difficile da credere che la ragione dell’attacco israeliano risieda nel programma nucleare iraniano. Tante ragioni sono state sottolineate da analisti anche italiani di grandi capacità, come Luigi Daniele, che ha fatto notare come appena poche settimane fa l’intelligence americana avesse comunicato le conclusioni cui erano giunti dopo l’ennesima indagine sul nucleare iraniano, e le conclusioni vehemently ruled out Iran's pursuit of nuclear weapons.
Geopolitics does not explain everything; and sometimes it explains nothing at all.
It doesn't explain, for example, the hatred of the ruling elites against societies, and their constant need to attack societies and their self-determination. Beyond any propagandistic nonsense that Western liberal and/or Zionist choruses might spout, the leading women and men of the Woman, Life, Freedom protest movement are among the first victims and targets of Israel. Which certainly thinks of a regime change, ma un rovesciamento figlio di una guerra, non di una rivoluzione. Un rovesciamento in cui la popolazione iraniana, completamente passiva, assista e ringrazi i liberatori. Netanyahu, spalleggiato in questo da una parte della Iranian diaspora – quella monarchica attiva soprattutto negli Stati Uniti, che auspica il ritorno dei Pahlavi, il cui rampollo Reza insieme alla moglie Yasmine non perdono occasione di sfoggiare visioni razziste e suprematiste di stampo uguale e contrario a quello sionista –, ha in mente una società iraniana che non esiste nella realtà del territorio, e che non ha niente a che vedere con il popolo iraniano in carne e ossa, un popolo con il coraggio dell’autodeterminazione.
All wars in the contemporary era are also fought over populations, never solely for reasons of power politics between states. Ultimately, on the other hand, even when dealing with wars aimed at the conquest of natural resources, the final obstacle to seizing any strategic asset is the inhabitants of a territory, more so and before the ruling elites of that territory itself.
Niente di tutto ciò rappresenta una novità. Chi ha vissuto da adulto e da militante o persona attiva politicamente gli anni dello scoppio della Iraq War sta vivendo in questi giorni una forte sensazione di deja-vu. Sul piano politico, forse l’unica novità, la grande differenza fra ora e allora è che allora Israele chiedeva e ordiva – Netanyahu è stato uno dei più feroci sponsor della guerra in Iraq di George W. Bush – ma non agiva direttamente; erano gli USA a muoversi. Oggi Israele agisce direttamente e porta la guerra anche sul suo stesso territorio. Questo può significare molte cose e non appare in Truth un segnale di forza da parte dell’asse Israele-USA.
Ma queste sono considerazioni che riguardano, dicevamo, la dimensione geopolitica. Dal nostro punto di vista, quello della gente comune, delle società civili, tornare a quegli anni con la memoria è necessario per ricordarci la sconfitta assoluta, sonora e traumatica – impastata come fu delle ferite provocate da Genova 2001 prima e dall’11 settembre 2001 poi – patita da movimenti che furono sì moltitudinari, ma di sola protesta. La nostra voce oggi deve rimanere alta e decisa. È tenere più che mai alta l’attenzione sulla Palestina, da Gaza alla West Bank.
Palestinians are the prime target of every Israeli move, including the attack on Iran. For Israel, destroying the existence of the Palestinian people is an imperative. For the peoples of the world, however, it is imperative to prevent this genocide. Because it is not only genocide, but a broader term of humanicide. Tolerating the level of humiliation and torture that Israel is inflicting on the populations of Gaza can only be done at the price of de-humanising us all, of transforming us into perfect soldiers in the service of over-militarised empires. This is not the future we desire. Neither for ourselves nor for those who will come after us.
Abbiamo bisogno di cercare, e trovare rapidamente, pratiche e azioni non violenti ma più pragmatiche, più efficaci per metterci di traverso alla macchina distruttiva israeliana e alla complicità, ancora una volta organica, del mondo occidentale con la suddetta macchina. Una complicità talmente appiattita sui soliti meccanismi ipocriti che ormai non fa neanche più notizia. Invece è la presa d’iniziativa dei popoli, sud e nord insieme con il Mediterraneo in una posizione speciale di incontro e combinazione, a fare notizia. È l’iniziativa di eurodeputate coraggiose come Rima Hassan, di personalità note al mondo intero come Greta Thunberg, di migliaia di Giovanni che non si sono limitati a manifestare a casa loro ma hanno deciso di approssimarsi fisicamente ai palestinesi per portargli la loro solidarietà, a fare notizia. Gli iraniani e le iraniane in rivolta contro il regime sono da questa parte del conflitto. E lo stesso si può dire per i milioni di cittadini americani e immigrati latinoamericani negli Stati Uniti che in questi giorni stanno entrando in conflitto diretto, a viso aperto, contro l’autoritarismo di Donald J. Trump. La trappola retorica tale per cui opporsi alla guerra contro l’umanità tutta condotta da Israele significa sostenere gli ayatollah è inservibile sul piano logico e politico, ha dalla sua solo il vantaggio di una sovraesposizione mediatica martellante. Ma anche questo ormai è un gioco che non funziona più. Fermiamo il genocidio dei palestinesi, fermiamo la macchina distruttiva delle élite dominanti, scagliata in corsa contro l’umanità tutta oltre che contro il nostro Pianeta.


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