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L’avvocato ed esperto di diritto del lavoro è uno dei componenti del “” che ha promosso il popolare sulla riforma della . Quando le riforme toccano la materia costituzionale il referendum confermativo, senza quorum, è obbligatorio per legge, a meno che la riforma non sia passata con i 2/3 dei voti in ciascuna Camera. Il referendum può essere indetto da tre soggetti politici differenti: un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La maggioranza di Governo si era affrettata a presentare il suo quesito referendario in modo da poter indirizzare il più possibile la campagna referendaria; tuttavia, la proposta di referendum popolare avanzata dal Comitato dai 15 ha ottenuto, nell’arco di pochissime settimane e in pieno periodo natalizio, un successo travolgente, superando con rapidità le 500mila firme necessarie. Di recente la Corte di Cassazione ha dunque deliberato che il quesito referendario sia non più quello presentato dai parlamentari della maggioranza di governo, ma quello richiesto dai 500mila e passa elettori. Un quesito che specifica in modo completo tutti gli articoli della Costituzione che la riforma prevede di stravolgere. La data fissata per il referendum, invece, non è cambiata: si potrà votare il 22 e 23 marzo.

Abbiamo intervistato Guglielmi per comprendere quali sono ora i passaggi fondamentali che ci attendono, e quali i punti cruciali del funzionamento effettivo di una democrazia toccati dalla riforma.

Cosa dice l’articolo 138 della Costituzione?

Ecco il testo:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione [cfr. art. 72 c.4].

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata [cfr. artt. 73 c.187 c.5], se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.


LEGGI IL TESTO INTEGRALE DELLA RIFORMA


Avvocato Guglielmi, l’Ufficio Centrale per il referendum presso la Corte suprema di Cassazione ha accolto la richiesta del Comitato referendario che lei e altre 14 personalità avevate costituito per sottoporre la Riforma sulla Giustizia a referendum popolare attraverso un quesito chiaro, che evidenziasse in modo limpido tutti gli interventi che la riforma attua sulla .

Il nostro comitato è formato da persone senza alcuna particolare eccezionalità. Non ci definirei “personalità”, la nostra piccola fama di questi mesi è legata in verità proprio a questo, al nostro essere persone comuni. Il contenuto della riforma è rimasto una questione di palazzo per oltre un anno. La riforma è stata votata quattro volte dal Parlamento senza che venisse cambiata una virgola rispetto al testo iniziale del governo e senza alcun pubblico dibattito nel paese, rimanendo del tutto sconosciuta.  Per altro, subito dopo l’approvazione, i parlamentari che l’hanno votata hanno immediatamente chiesto loro il referendum con reiterate dichiarazioni di voler andare al voto addirittura a febbraio.

Perciò quando a metà dicembre abbiamo deciso di promuovere la raccolta delle firme siamo stati mossi da tre obiettivi. Intanto abbiamo deciso di  promuovere un referendum popolare – richiesto cioè dai cittadini che si oppongono alla riscrittura della Costituzione e non dai parlamentari in cerca di plebiscito – per rendere la riforma finalmente oggetto di discussione e confronto tra gli elettori, nelle università, sui giornali, nelle associazioni e nei partiti su quale ne fosse il reale contenuto. E questo nella convinzione che più tale contenuto fosse venuto a galla, più sarebbero cresciute le ragioni per votare No. Poi, ciò che ci ha mosso è stata la voglia di infondere coraggio a chi voleva e doveva battersi, schiacciato da sondaggi e previsioni che sembravano non dar margine ad alcun possibile recupero. E infine, intendevamo con la nostra iniziativa evidenziare la profonda ingiustizia del voler impedire il dibattito portando il paese subito al voto. 

Riguardo al pronunciamento specifico della Corte di Cassazione: che il nostro quesito sia scritto meglio di quello dei parlamentari della maggioranza non è una sorpresa per nessuno, visto come scrivono le leggi. Ed è interessante notare che statisticamente ignoranza e prepotenza viaggino spesso insieme.

Dopo che il TAR aveva bocciato il ricorso sullo spostamento della data, molti avevano concluso che l’azione del vostro comitato, e la raccolta firme record attuata in pieno periodo natalizio-festivo fosse di fatto stata inutile. A quanto sembra, si erano sbagliati.

Noi abbiamo attivato la piattaforma su cui votare il 22 dicembre e questo ha impedito al Governo di procedere subito prima di ad indire il voto. Ma  quando, il successivo 12 gennaio hanno stabilito di andare alle urne il 23 marzo era già troppo tardi, per loro intendo. Ed infatti tutte le forze contro questa riforma si erano rianimate e riunite nella bella giornata del 10 gennaio a Roma con il lancio unitario della campagna per il No. E le firme volavano: avevamo già raggiunto oltre la metà di quelle necessarie e il numero aumentava vertiginosamente ogni giorno. Insomma si stava realizzando il primo obiettivo con un risveglio di partecipazione ed interesse che non ci sognavamo neppure. Si stava realizzando il secondo obiettivo con la forbice nei sondaggi che tendeva progressivamente a ridursi fino ad arrivare quasi a zero. E la data del 22 marzo ci concedeva comunque il tempo minimo per spiegare ai cittadini i contenuti della riforma e le ragioni del No.

Dunque perché avete fatto ricorso al Tar per spostare la data?

Nuovamente per un triplice motivo. Il primo: semplicemente perché dovevamo farlo. Centinaia di migliaia di cittadini si erano fidati di noi, e non potevamo non fare tutto ciò che era nella nostra possibilità per dire che il loro voto era utile, serviva ed aveva senso. Poi perché davanti alle prepotenze non si riesce a stare fermi  e indifferenti, soprattutto quando sono sfregi alle regole costituzionali. Questa volta con la fissazione al 23 marzo ci avevano dato un tempo che – pur minore di quello cui avevamo diritto – comunque consentiva di fare la campagna elettorale. Ma era un precedente pericolosissimo per la prossima tornata referendaria, avendo il Governo promesso che se vincerà questo referendum avvierà subito dopo la su autonomia differenziata e quella sul Premierato. Infine, il terzo motivo: il pronunciamento serviva a mostrare  a cosa serve una Magistratura terza e indipendente. Qualunque fosse stato l’esito, avremmo vinto noi. E così è stato. 

Cosa comporta ora il pronunciamento di Cassazione?

Comporta intanto che a quei 550.000 cittadini che hanno firmato per il referendum sarà riconosciuto diritto di parola e i fondi per rendere questo  diritto effettivo (garantiti dalla legge 157/1999, che prevede il rimborso delle spese sostenute dai comitati promotori, ndr): e loro li regaleranno – nostro tramite – a chi si batte per il No. E poi comporta che il principio è salvo, e che alla prossima riforma costituzionale, qualunque sarà la maggioranza che l’avrà varata, nessuno potrà nuovamente dire “chissenefrega” degli elettori che raccolgono le firme nei tre mesi previsti dall’articolo 138 della Costituzione. Insomma tanta roba. 

Che idea vi siete fatti della rispondenza popolare straordinaria che la vostra iniziativa ha ottenuto?

Continuiamo a non raccapezzarci, come tutti. L’unica cosa che crediamo con sicurezza di aver azzeccato è stata quella di non aver mai trattato le persone come cretine. Di aver rispettato anche le ragioni di chi non era a priori contrario alla riforma, tra cui vari miei amici.  Di aver invitato tutti a ragionare con la propria testa e non per schieramenti, slogan, demonizzazioni e fantasmi persecutori.

Se mai la dovesse passare, quali saranno a vostro avviso le principali conseguenze sull’assetto democratico del nostro Paese?

Come ho detto crediamo che gli allarmismi siano controproducenti. Se la riforma verrà approvata comunque resterà in vigore l’articolo 104 della Costituzione secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il punto è che una previsione analoga c’è anche nella Costituzione della dell’Iran. Lo dico perché i principi hanno bisogno di gambe per esistere davvero. E  l’unica gamba pensata dai Costituenti per garantire forza e autonomia alla magistratura è stata quella di dare forza e autonomia al suo organo di governo: il Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma toglie al forza e autonomia e non offre nessun altro strumento per garantire effettività all’indipendenza della magistratura. Ecco, il punto è che a noi non piace l’amministrazione della giustizia in Paesi come l’Iran. 

Uno degli argomenti spesso adoperati in favore del Sì è il fatto che la magistratura si autodisciplini rappresenterebbe uno dei motivi per cui quando i giudici commettono errori, o addirittura dolo, le persone comuni siano di fatto impossibilitate a ottenere alcuna giustizia nei loro confronti.

Come ho detto una delle motivazioni che ci ha mossi, forse la principale,  è spingere ciascuno – a partire da noi stessi  – a capire con la propria testa. In rete è facilmente reperibile come è adesso la Costituzione e come diventerebbe con la vittoria del Sì. Il mio invito è quello di non pensare che sia un quesito tecnico riservato agli specialisti, ma di affrontarlo partendo dalla propria esperienza biografica domandandosi: essere maggiormente esposto a sanzioni disciplinari nell’impossibilità di scegliere chi mi dovrà rappresentare e difendere in quella procedura mi renderebbe un insegnante, un operaio, uno studente, un giornalista, un funzionario pubblico migliore? O invece più solo, più spaventato, più conformista, più preoccupato, senza più l’attenzione a far bene ma solo a  rispettare programmi ministeriali, ad attenermi ottusamente a procedure da cui far andar via ogni sapere vivo, a non pestare i piedi ai potenti e a vivere nel culto delle circolari e della burocrazia?

Cosa risponde a chi accusa i giudici di rappresentare una “casta” che si autoprotegge? 

Ho due risposte. La prima è che sono tante le “caste” che si autoproteggono, e lo fanno più e peggio dei magistrati. Penso chiaramente ai politici ma a scendere se ne incontrano molte altre. E i cittadini “normali” come me, quando si imbattono e vengono danneggiate da una di queste caste, hanno come sola possibilità di difesa quella di rivolgersi alla magistratura. Ed è una possibilità  preziosa che dobbiamo preservare con cura.  La seconda risposta è che non vedo l’ora che arrivi il 22 marzo, e vinca il No, per continuare con maggiore libertà e slancio a battermi contro tutte le degenerazioni “castali”,  incluse ovviamente quelle dei giudici, dei partiti e dei sindacati (compresi quelli schierati per il No), e infine a scendere, sino a quelle tentazioni castali che stanno inevitabilmente anche dentro chi fa mestieri come quello della giornalista, che è il suo, o quello dell’avvocato, che è il mio.


CREDITI FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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