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Oggi mercoledì 4 giugno il Senato è al voto per approvare il Decreto Sicurezza. Ne parliamo con il senatore di Alleanza Verdi Sinistra Peppe De Cristofaro.
Senatore, il decreto sicurezza sarà presumibilmente approvato mercoledì 4 giugno al Senato. Che possibilità ci sono di impedirlo?
Noi fino all’ultimo momento siamo andati avanti con i nostri emendamenti. Martedì 3 giugno in Commissione (Affari costituzionali, ndr) abbiamo provato a presentare un numero di emendamenti, anche ridotto rispetto a quelli che erano stati presentati in Aula. Il governo aveva infatti utilizzato i nostri emendamenti per denunciare “ostruzionismo” da parte nostra e ha posto la fiducia per saltarli; in realtà, il loro era solo un alibi per giustificare le forzature che stanno operando; abbiamo voluto far cadere l’alibi riducendo il numero degli emendamenti presentati, per far capire che il tema non è quello dell’ostruzionismo delle opposizioni, bensì il fatto che il governo e la maggioranza parlamentare hanno deciso di considerare questo testo completamente blindato. Lo vogliono approvare così com’è. Del resto l’hanno fatto alla Camera pochi giorni fa, quindi era ovviamente del tutto prevedibile che facessero la stessa cosa al Senato. E naturalmente vanno avanti spediti, anche perché stanno utilizzando una serie di strumenti che i regolamenti parlamentari, purtroppo, gli consentono, per bypassare il lavoro delle opposizioni. Per esempio, la scelta che hanno fatto di andare in aula “senza mandato al relatore”, privando così la Commissione della possibilità di entrare nel merito del provvedimento e sottoponendolo direttamente alla Camera. I numeri di maggioranza sono quelli che sono, franchi tiratori dalla maggioranza parlamentare che votino contro sono ovviamente esclusi, tanto più che è stata chiesta la fiducia; per cui è chiaro che noi ancora oggi (4 giugno) proveremo in tutti i modi a fare ciò che è nelle nostre possibilità, prima del voto.
Inizialmente questo era un disegno di legge, di iniziativa governativa. È andato in stallo come tale, e il governo ha deciso di trasformarlo in Decreto legge. Difficile non considerarlo un colpo di mano autoritario anche nel metodo, oltre che nei contenuti del decreto stesso.
Il metodo è sostanza e il metodo che hanno scelto è gravissimo. Qui c’era un disegno di legge, peraltro di iniziativa governativa, che era all’esame delle camere. L’esame in Senato era durato molti mesi, era addirittura arrivato quasi alla fine del percorso, e a un certo punto il governo ha deciso di trasformare il disegno di legge in decreto. Una cosa molto grave, anche perché non si capisce bene in che modo la necessità di urgenza richiesta dall’utilizzo del decreto si sposi con il fatto che il DDL, che diceva le stesse cose, sia stato per oltre un anno fermo alle due camere. Il governo sicuramente si è assunto una responsabilità molto seria, quella di forzare il dibattito parlamentare su un testo delicatissimo, in cui si mette mano in maniera molto pesante e significativa anche e soprattutto alla libertà personale: parliamo di un decreto che introduce 14 reati, introduce 9 aggravanti e aumenta le pene in maniera considerevole. E sarebbe buona norma che la materia penale, proprio per la delicatezza del suo rapporto con le libertà personali, non venisse mai trattata per decreto ma fosse di esclusiva competenza parlamentare.
Si chiama decreto sicurezza ma di fatto si occupa di repressione.
Attraverso un decreto, questo governo rischia seriamente di provocare una modifica delle libertà costituzionali come l’abbiamo conosciute, una stretta autoritaria tesa a un vero e proprio Stato di polizia. Per noi c’è una sola cosa da fare di fronte a questo, opporsi in tutti i modi. Se in Parlamento i numeri sono quelli che sono, bisognerà fare tutto il possibile anche un minuto dopo l’approvazione. Continuo a pensare che sia altamente probabile – come abbiamo già visto in questi anni, per esempio con la legge sull’autonomia differenziata – che interverrà la Corte costituzionale, perché ritengo diverse parti di questo decreto molto deboli dal punto di vista della tenuta costituzionale. Poi naturalmente c’è la politica. In questo Paese è necessario costruire un’alternativa politica all’attuale maggioranza di governo, e questa alternativa politica si farà certamente anche a partire dall’abrogazione di norme come questa.
Prenderete l’iniziativa di referendum abrogativi?
Naturalmente anche questa è un’opportunità, ovviamente complessa, perché come sempre quando si parla di referendum c’è sempre il tema del quorum. Vedremo anche cosa succederà domenica 8 giugno e lunedì 9 giugno con i referendum sul Jobs Act e la cittadinanza. Se come auspico otterremo un buon risultato, potrebbe effettivamente essere l’apertura di una nuova stagione referendaria. E quindi anche quell’ipotesi non andrebbe scartata. Rimane una strada nient’affatto semplice, il 50%+1 è un obiettivo molto ambizioso.
Le eccezioni del Presidente Mattarella al testo originario del decreto hanno prodotto alcune sue sostanziali modifiche. Avrebbe potuto o dovuto rigettarlo interamente?
La responsabilità degli atti politici legislativi è tutta del Parlamento, non penso sia del Presidente. Si tratta di scelte politiche gravemente sbagliate operate dalla maggioranza parlamentare,. Grazie all’intervento di Mattarella sono intervenute alcune modifiche, per noi non bastano ma il punto è politico, riguarda una maggioranza di governo che ha scelto una strada politica nefasta.
Secondo lei quali sono gli aspetti più gravi di questo decreto?
È difficile fare una classifica dell’orrore, sono molti i punti che dal mio punto di vista davvero non sono condivisibili. Ne segnalo tre che mi sembrano tutte e tre molto indicativi di dove si vuole andare a parare.
Il primo riguarda la libertà di manifestare. Viene colpita in maniera profonda, sia per quanto riguarda, per esempio, gli attivisti che si battono contro i cambiamenti climatici o contro le grandi opere, sia per quel che riguarda i lavoratori. Questo decreto colpisce una forma di lotta aspra come quella del blocco stradale, che da illecito amministrativo ora diventa reato. Se penso alla mia città, Napoli, non posso non ricordare che i lavoratori della Whirlpool sono stati costretti negli anni passati a fare dei blocchi stradali, allo scopo di accendere i riflettori sulla loro vertenza. Se lo facessero a decreto approvato, sarebbero arrestati e messi in carcere. E questo mi sembra davvero un fatto molto indicativo di come si intenda la democrazia sostanziale in questo paese. Il governo, lo stesso che dice di andare al mare invece che a votare, oppure di “andare a votare ma senza ritirare la scheda”, offre una chiara risposta antisociale ad alcune esigenze che vengono dal Paese.
Come secondo esempio, trovo davvero fuori di ogni logica il contenuto dell’articolo 31, che dà licenza agli agenti segreti infiltrati nelle organizzazioni di commettere attentati, di guidare un’azione eversiva senza commettere reato. Si tratta di una questione di una delicatezza inaudita, che con incredibile leggerezza è stata inserita in questo decreto e che rischia di creare danni giganteschi al nostro paese.
Lo Stato si dà licenza di portare avanti una strategia della tensione, e si autoassolve preventivamente per questo?
È una sintesi che non fa una grinza, e mette i brividi. Il mio terzo esempio riguarda un’altra assurdità del decreto, ovvero il proibizionismo sulla canapa industriale. In questo caso, incredibilmente, il furore ideologico non solo non fa distinguere tra droghe e cannabis light e quindi mette sullo stesso piano la cannabis light rispetto a una droga pesante, ma addirittura non fa distinguere nemmeno tra cannabis e canapa. L’interpretazione della norma è infatti molto discutibile, e si rischia di mettere al bando anche chi produce canapa industriale per usi che non hanno niente a che vedere con la cannabis; per produrre, per esempio, sedie a sdraio. Con la ragionevole certezza della perdita di decine di migliaia di posti di lavoro.
Anche la nuova discrezionalità nell’applicazione del Daspo urbano rischia di produrre una stretta repressiva significativa e l’aumento della violenza temeraria.
Il Daspo urbano è già di suo uno strumento molto discutibile, ricalcato sul modello del Daspo dello stadio. Qui il questore potrà applicare il Daspo urbano anche semplicemente in presenza di una denuncia, compreso denunce senza esito; non solo senza condanna ma anche senza processo. Solo per aver subito una denuncia ci si può veder applicato il Daspo urbano, con una limitazione molto seria delle libertà costituzionali. Un’ennesima dimostrazione della natura liberticida e autoritaria di questo decreto oltre che del governo che lo sta spingendo.
PHOTO CREDITS: Flickr – CC BY-NC-SA 2.0


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