Thursday 02/07/2026, 17:20
Logo Criticism

Follow Kritica on Google

Add Kritica to your favourite sources.

Follow

A Gaza esiste un tipo di dolore che gli obiettivi delle telecamere non riescono a catturare, indipendentemente dalla loro precisione o dall’angolazione della ripresa. È un’agonia silenziosa e profonda che risiede nella “fronte corrugata” di un padre che distoglie lo sguardo dai propri figli per non far loro intravedere il suo spirito spezzato. Il dolore qui non riguarda solo la perdita delle mura fisiche o la fame che tormenta lo stomaco; riguarda il Qahr (profonda oppressione) che devasta l’anima di un uomo che per anni è stato il tetto, la sicurezza e il punto di riferimento principale per la sua . Questa oppressione è un silenzioso massacro della dignità personale davanti alla ghigliottina dei bisogni quotidiani.

Quando oggi cammini per le strade fatiscenti dei , tra la polvere vorticosa dei bombardamenti e le grida dei venditori ambulanti che lottano per guadagnarsi un boccone di pane, e ti fermi a comprare un semplice oggetto da una basata (bancarella improvvisata) su un marciapiede polveroso, o all’interno di un angolo di una scuola-rifugio, devi guardare attentamente il volto del proprietario.

È molto probabile, infatti, che non ti trovi davanti a un venditore ambulante per mestiere, ma a un professore universitario che ha trascorso la sua vita tra i classici e i riferimenti accademici; a un farmacista che gestiva il suo piccolo mondo con estrema eleganza e rigido ordine; o a un ingegnere che un tempo progettava i sogni architettonici della città. Questi uomini, che hanno spogliato la dignità dei loro titoli professionali per indossare il mantello della lotta amara, ora vendono prodotti in scatola provenienti da pacchi di o pagnotte di pane cotte su fuochi a legna che riempiono i loro polmoni di fumo.

Non lo fanno per profitto o per far crescere un’attività; il mercato di Gaza oggi è un mercato del nulla e del baratto delle anime. Lo fanno per sfuggire allo spettro dell’impotenza che tormenta i loro spiriti. Lottano con tutta l’angoscia che possiedono per rimanere eroi agli occhi dei loro piccoli, anche se ciò richiede di stare in piedi per ore sotto un sole cocente o sotto la pioggia battente per vendere un solo pacco di pane o un litro di cherosene. Questo cambiamento di classe forzato non è solo un cambiamento di occupazione; è un terremoto che colpisce l’identità personale e sociale dell’uomo palestinese, che vede la sua storia professionale e gli anni di studio svanire di fronte al disperato bisogno di poter comprare un barattolo di latte o dei pannolini per il suo bambino.

Tuttavia, la tragedia raggiunge il suo apice e mostra i suoi artigli con l’esercito di lavoratori a giornata che erano la linfa vitale dell’ della città prima che le sue membra fossero completamente paralizzate. Il contadino, la cui terra alla periferia di Khuza’a o Beit Hanoun un tempo traboccava di vegetazione, e agrumi, ora pianta la sabbia negli affollati campi di Mawasi. Guarda le sue mani, screpolate da anni di duro lavoro nella terra, solo per scoprire che non c’è più terreno da arare, ma solo sabbia salata che non produce altro che tende e miseria.

L’autista, la cui auto era l’unica fonte di sostentamento e la compagna con cui trascorreva più della metà della sua giornata, ora la vede come un mucchio di ferro bruciato da un colpo o un telaio arrugginito parcheggiato senza da mesi. Il falegname, il fabbro e il muratore, le cui braccia un tempo costruivano e decoravano le case degli altri con i disegni più raffinati, oggi non riescono nemmeno a fissare un paletto in una tenda da sfollati o a rattoppare un pezzo di nylon logoro per proteggersi dal freddo pungente dell’inverno.

Questi uomini, la cui dignità consisteva nel tornare a casa ogni sera con un sacco di pane e un po’ di frutta di stagione, ora devono affrontare l’oppressione definitiva. Non hanno solo perso il lavoro come fonte di reddito, ma anche gli strumenti e lo spazio che li rendevano veri pilastri per le loro famiglie. La perdita della capacità di agire è la forma più dura di genocidio che un capofamiglia possa subire.

I numeri qui non parlano di economia in senso teorico o di perdite del PIL, ma di un sistematico genocidio sociale volto a distruggere il tessuto psicologico della società dall’interno, spezzando la volontà di chi la sostiene. Secondo i rapporti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e dell’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), dalla fine della guerra la ha perso circa il 79% dei posti di lavoro. Questa percentuale terrificante non è solo una fredda statistica in un rapporto letto nei corridoi delle Nazioni Unite; rappresenta centinaia di migliaia di nodi alla gola stretti ogni giorno, a ogni grido di aiuto di un bambino affamato o malato. È il dolore provato da un padre mentre tiene in mano la sua ciotola di plastica, in piedi nella lunga fila della Takia, trattenendo il suo orgoglio ad ogni passo verso il mestolo, mentre un fuoco di vergogna e dolore brucia nel suo cuore che tutta l’acqua del mondo non può spegnere.

L’oppressione di un padre a Gaza non sta nella sua fame; i padri di Gaza hanno imparato l’arte di fingersi sazi e di dare i loro pochi bocconi ai figli. La vera oppressione è quel momento spontaneo in cui suo figlio chiede una coperta calda per proteggersi dal freddo gelido della tenda, o un pezzo di caramella visto nella mano di un altro bambino. Il padre risponde con assoluto silenzio e occhi vaganti alla ricerca di una via d’uscita, perché la mano che una volta dava senza limiti e soddisfaceva le richieste prima ancora che fossero espresse, ora è incatenata dalla crudeltà della guerra e dalla tirannia dell’assedio.

Questo dolore si estende a coloro che sono intrappolati oltre i confini, praticando una digitale distorta attraverso pallidi schermi di telefoni. Confortano le loro famiglie con parole che sanno benissimo non possono soddisfare la fame, e sentono l’eco dei bombardamenti attraverso il ricevitore, morendo mille volte al minuto per l’impotenza e l’ansia. Quanto al padre ferito, che ha perso parte del suo corpo ma non un briciolo della sua responsabilità, combatte la battaglia per la dignità su una gamba sola o da una sedia a rotelle, dando pacche sulle spalle dei suoi figli e fingendo forza, mentre è lui quello che ha più bisogno di sostegno o di qualcuno che guarisca le sue ferite spirituali prima di quelle fisiche.

La presenza di questi padri dietro bancarelle improvvisate, o il loro affollarsi nelle file per l’acqua contaminata, o la loro ricerca di legna da ardere tra le delle loro case distrutte, non è prova di rottura o sconfitta. Piuttosto, è l’apice della cavalleria contemporanea. Questi uomini insegnano al mondo una dura lezione: la dignità non si trova nei palazzi fortificati o nei gradi militari scintillanti, ma nella capacità di sacrificare ogni briciolo di prestigio sociale per proteggere l’ultimo respiro di coloro che amano. L’oppressione del padre palestinese è, in realtà, il carburante della vera fermezza; ogni sguardo di dolore che nasconde ai suoi figli è un nuovo chiodo nella bara dei tentativi di schiacciarlo e sottometterlo.

Alla fine, questi sono i veri eroi che non indossavano corone e non erano acclamati dalla folla nelle piazze. Indossavano invece una pesante preoccupazione e marciavano con essa attraverso i sentieri accidentati e pericolosi di Gaza, affinché le teste dei loro figli non si inchinassero davanti ai venti feroci della guerra. A torso nudo, proteggono ciò che resta dell’umanità in questo mondo, dimostrando che la paternità in tempo di guerra è la forma più alta di resistenza.


CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

Author

  • Mayss Mohammad

    Mayss al reem Mohammad Hussein was born in 2006 and lives in Gaza. She focuses on uncovering the forgotten struggles and silent daily realities within the Strip, documenting human and social perspectives often overlooked by mainstream media.

Stay in touch

Get updates sent directly to your smartphone.

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!
Leave A Reply