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Il giornalismo è una delle professioni più pericolose a Gaza. Qui i reporter lavorano in condizioni estreme ormai da quasi tre anni e ogni giorno devono affrontare gravi difficoltà, sia sul piano della sicurezza sia su quello professionale, nel tentativo di documentare gli eventi sul campo. Israele ha ucciso oltre 200 giornalisti a Gaza, com’è noto. Ma le difficoltà affrontate dai reporter vanno ben oltre il pericolo immediato rappresentato dalle azioni dell’. Si barcamenano fra i rischi, fra attacchi aerei, restrizioni alla libertà di movimento, continui e una cronica carenza di attrezzature e risorse. E, a complicare tutto, c’è la natura fragile dei loro rapporti di .

Operatori spesso sfruttati e non riconosciuti

Molti reporter, soprattutto , operano infatti senza contratti formali che garantiscano i loro diritti o definiscano le responsabilità delle testate giornalistiche in caso di perdita delle attrezzature, ferimento o morte. Secondo una testimonianza raccolta da Reporters Without Borders (), il giornalista palestinese ha descritto la condizione dei freelance nella Striscia come un lavoro svolto «senza contratti, senza stabilità e senza protezione». In pratica, molti giornalisti rischiano la vita per fornire fotografie, video e informazioni ai media locali e internazionali senza poter contare su coperture assicurative, garanzie professionali o forme di sostegno per sé e per le proprie famiglie.

Eppure il loro ruolo è diventato ancora più centrale dopo che le restrizioni imposte da Israele all’accesso dei giornalisti stranieri nella Striscia hanno reso i reporter la principale fonte di informazioni. Sono loro a documentare bombardamenti, evacuazioni, crisi umanitarie e condizioni della popolazione civile, pur trovandosi in un contesto segnato da continui blackout elettrici, interruzioni delle comunicazioni e dall’assenza di un’autorità in grado di garantire una protezione effettiva.

Nonostante questo, il modello lavorativo di molti giornalisti freelance si basa su incarichi occasionali piuttosto che su un impiego stabile. Un fotografo o un reporter raccoglie immagini, video e testimonianze e li invia successivamente a un’agenzia di stampa, a una televisione o a una piattaforma mediatica. Il compenso viene spesso corrisposto soltanto se il materiale viene pubblicato, non per il tempo trascorso a lavorare in condizioni estremamente pericolose. Molti collaborano contemporaneamente con più organizzazioni internazionali senza esserne dipendenti. L’Agence France-Presse, ad esempio, ha inquadrato diversi giornalisti palestinesi a Gaza come collaboratori freelance e non come membri del proprio staff. Questo modello occupazionale trasferisce sui reporter quasi tutti i costi e i rischi dell’attività giornalistica: sono loro a dover reperire attrezzature, trovare connessioni Internet funzionanti, ricaricare dispositivi elettronici e attraversare aree interessate dai combattimenti senza uno stipendio fisso né una tutela garantita.

L’assenza dei loro colleghi internazionali, che non possono entrare a Gaza per via del divieto posto dalla forza occupante, contribuisce inoltre a isolare completamente questi giornalisti dal resto della comunità globale, costringendoli a lavorare di continuo per rendersi continuamente visibili attraverso i social media e minando la loro autorevolezza in quanto non hanno alcun editore dietro le spalle.

La realtà amara del giornalismo freelance emerge anche dalle esperienze di professionisti che hanno collaborato con importanti media internazionali senza essere assunti stabilmente. La giornalista televisiva ha lavorato come freelance per l’Associated Press e per altre testate internazionali, mentre Hossam Al-Masri collaborava con Reuters quando è stato ucciso durante una diretta dall’ospedale Nasser. In assenza di giornalisti internazionali la copertura internazionale della guerre dipende dal lavoro dei reporter locali, che spesso sostengono da soli il peso economico e personale della propria attività, senza che i grandi network internazionali li assumano.

Giornalisti equiparati ai terroristi, non solo da Israele

Negli ultimi mesi, il dibattito internazionale sulla protezione dei giornalisti palestinesi si è ulteriormente complicato. Alla precarietà lavorativa e ai rischi derivanti dall’avanzata israeliana si è aggiunta una crescente contestazione dell’identità professionale di alcuni reporter uccisi nella Striscia. A giugno 2026 il Committee to Protect Journalists (CPJ), una delle principali organizzazioni che monitora gli attacchi contro nel mondo, ha annunciato una revisione completa del proprio database dei giornalisti uccisi durante il genocidio dopo che Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno pubblicato necrologi nei quali comparivano alcune persone precedentemente censite come giornalisti.

Il CPJ ha precisato che la propria metodologia prevede l’esclusione dai registri di chi risulti aver preso parte direttamente alle ostilità o non stesse svolgendo attività giornalistica al momento della morte. L’organizzazione ha già rimosso alcuni nominativi dal proprio database e ha avviato una verifica complessiva dell’elenco. Allo stesso tempo ha ribadito che, secondo il diritto internazionale umanitario, anche un giornalista affiliato a un attore non statale mantiene lo status di civile fintanto che non partecipa direttamente ai combattimenti. La revisione rappresenta anche una conseguenza delle enormi difficoltà nel verificare in modo indipendente ogni singolo caso: ricercatori e corrispondenti internazionali, infatti, non hanno potuto accedere liberamente alla Striscia, rendendo molto più complessa la raccolta di prove e testimonianze sul terreno. Anche questo è un effetto dell’impedimento mosso da Israele all’ingresso dei giornalisti internazionali a Gaza.

Le piattaforme social censurano i giornalisti palestinesi

Parallelamente, il lavoro prodotto dai giornalisti palestinesi incontra ostacoli anche nello spazio digitale. Numerosi reporter e organizzazioni per i diritti digitali hanno denunciato la sospensione di account, la rimozione di contenuti e la limitazione della visibilità di post relativi alla guerra. Organizzazioni come Human Rights Watch, Access Now, e SMEX hanno documentato casi di moderazione contestata che hanno riguardato giornalisti, fotografi e media palestinesi. In un contesto in cui i reporter stranieri hanno un accesso estremamente limitato a Gaza, i social network rappresentano spesso il principale canale attraverso cui fotografie, video e testimonianze raggiungono il pubblico internazionale. La perdita di questi strumenti rischia quindi di accentuare ulteriormente l’isolamento dei giornalisti locali, riducendo la possibilità di documentare gli eventi in tempo reale.

È il caso, ad esempio, del giovane fotografo Karam Al-hawajri, reporter ventenne che in questi tre anni ha documentato in foto la distruzione operata da Israele a Gaza: i suoi due profili (il principale di oltre 180mila follower e il secondario di circa 30mila) sono stati entrambi chiusi da Meta senza alcuna spiegazione ufficiale, gettandolo in uno stato di prostrazione e difficoltà, costringendolo a contare solo sull’aiuto solidale per andare avanti.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) inserendo il link e citando la fonte all’inizio.

PHOTO CREDITS: Hamed Sbeata

Authors

  • Eman Abu Zayed

    Translator and writer from Gaza. Collaborates with various magazines including Kritika and il manifesto.

  • Dario Morgante

    Messinese, classe 1998, è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Attualmente studia alla Scuola di giornalismo investigativo “Lelio Basso” di Roma e si occupa di Palestina, repressione e giustizia sociale.

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