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In Italia non ha avuto una eco particolare il discorso pronunciato da Ursula von der Leyen alla Conferenza degli ambasciatori dell’Unione Europa lo scorso 9 marzo, ma in tutta Europa le sue parole hanno provocato numerose reazioni e una vera e propria crisi fra i funzionari di Bruxelles, come ha riportato Politico. Kritica ha deciso di tradurlo integralmente in italiano, per la sua importanza.
La Presidente della Commissione Europea è da tempo accusata di voler indirizzare la diplomazia europea ben oltre il suo ruolo e di voler di fatto decidere l’indirizzo europeo complessivo in politica estera in modo autocratico, scavalcando non soltanto il ruolo di Kaja Kallas – attuale Alto Rappresentante UE per la politica estera – ma anche e soprattutto il metodo democratico e collegiale attraverso il quale l’UE interagisce su tutti gli aspetti diplomatici. Kallas viene di fatto trattata come una subordinata, hanno riportato diverse testate, e in privato ha avuto modo di definire von der Leyen “una dittatrice”. Sempre Politico scrive che “nove diplomatici, funzionari dell’UE e legislatori, provenienti da paesi europei piccoli e grandi, hanno criticato quella che hanno definito un’eccessiva ingerenza diplomatica da parte della presidente della Commissione europea. La disapprovazione per la sua gestione della crisi iraniana si aggiunge alle critiche su altre questioni di politica estera, tra cui gli sforzi della Commissione per accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’UE e l’approccio della von der Leyen al “Consiglio di pace” di Donald Trump.”
Il vincolo dell’unanimità e la necessità di una decisionalità più adeguata al mondo di oggi – fra le righe: il bisogno di maggiore potere esecutivo da parte della leadership, in linea con la visione governista cara anche a molti nostri politici, fra cui Giorgia Meloni – è stato uno dei bersagli dell’esplosivo discorso di von der Leyen. Come suo costume, la politica tedesca, ex ministro delle Finanze del suo Paese, non ha affrontato in modo trasparente le questioni di indirizzo politico. Ha piuttosto lanciato una serie di messaggi ambigui, non per questo meno allarmanti. In particolar modo, il suo riferimento quasi fatalista alla fine dell’ordine mondiale basato sulle regole, combinato con le priorità indicate dal suo discorso, hanno suscitato una reazione veemente da parte di diversi alti funzionari. Il Presidente del Consiglio Europea Antonio Costa si è dissociato dal discorso della collega in modo esplicito, ribadendo che l’Unione Europa dovrebbe invece difendere i principi del diritto internazionale, non cedere a una non meglio precisata realpolitik evocata da von der Leyen. La sua posizione è stata appoggiata anche da Teresa Ribera, Prima Vicepresidente esecutiva della Commissione europea e Commissaria per la Concorrenza, una delle “vice” di von der Leyen, dunque.
La diatriba che si è aperta a livello Diplomat in UE non è puramente verbale. Chiama in causa proprio le differenziazioni politiche sempre più visibili fra i diversi Paesi, a fronte delle quali la pretesa di von der Leyen di comportarsi da super-premier stride ancora di più. È di oggi, 11 marzo, la notizia che la Spagna ha ufficialmente ritirato la sua ambasciatrice Ana María Sálomon Pérez da Tel Aviv. Il Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha inoltre pubblicamente criticato le parole di von der Leyen affermando che “l’alternativa all’ordine internazionale si chiama ‘disordine’”. Proprio oggi mercoledì 11 marzo, von der Leyen si è rivolta a un Parlamento europeo di Strasburgo attraversato dai malumori e ha cercato di ammorbidire, in parte, le sue dichiarazioni.
Del discorso che segue, del quale abbiamo messo in evidenza i passaggi a nostro avviso più importanti e che più hanno fatto discutere. Discorsi come questi si caratterizzano, tuttavia, sempre anche per le parole che non sono state dette. Due elementi in particolare: non vengono mai nominati gli Stati Uniti. Una parte importante del discorso di von der Leyen è rivolta a suggerire tutte le strade alternative che l’UE si trova a dover intraprendere proprio rispetto alla relazione finora privilegiata con gli Stati Uniti. Ma questi non vengono mai una sola volta nominati, conferendo profonda ambiguità alle sue parole.
L’altro elemento sul quale invitiamo i lettori tutti a una riflessione è questo: von der Leyen fa un cenno ai vissuti di due popoli nel suo discorso, quello iraniano e quello ucraino. Mai una sola volta fa riferimento ai vissuti dei popoli europei, dei cittadini e delle cittadine europee, tanto meno per sottolinearne la primarietà, il fatto che qualsiasi decisione e indirizzo, in una democrazia, dovrebbe nascere dalla volontà popolare e servire a produrre migliori condizioni di vita per le cittadinanze. Tutto questo è del tutto assente dall’orizzonte della Presidente, che fa riferimento ai popoli solo in chiave strumentale e paternalistica, mai rispettandone la sovranità, tantomeno ricordandosi che è da questa – e solo da questa – che il ruolo che ricopre deriva la sua legittimità. Il suo mindset, per usare le sue stesse parole, è evidentemente già oltre la logica democratica, è solidamente autocratico e tecnocratico.
Grazie mille, cara Kaja, cara Segretaria Generale Belen (Belén Martinez Carbonell, Segretaria Generale del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, ndr), ambasciatori, signore e signori.
È un vero piacere rivedere così tante persone in questa sala.
Vorrei iniziare ringraziando e rendendo omaggio a tutti coloro che non hanno potuto essere qui di persona. Penso in particolare a coloro che lavorano senza sosta in tutto il Medio Oriente per riportare i cittadini europei a casa, per collaborare con i nostri alleati e partner nella regione e per mantenere il nostro personale e le loro famiglie al sicuro. Quindi penso che da questa sala possiamo dire loro che rappresentano il meglio del nostro corpo diplomatico e il meglio dell’Europa. [applausi]
E inizio dal Medio Oriente, non solo per la gravità e la rapidità del conflitto in atto, ma anche per ciò che ci dice sul mondo e su come l’Europa e la sua politica estera si inseriscono in esso. Sentirete opinioni diverse sul fatto che il conflitto in Iran sia una War di scelta o una guerra di necessità. Ma credo che questo dibattito in parte manchi il punto, perché l’Europa deve concentrarsi sulla realtà della situazione per vedere il mondo così com’è realmente oggi. E voglio essere chiara, non dovrebbero versarsi lacrime per il regime iraniano. Questo regime ha inflitto morte e repressione al proprio popolo. Ha massacrato 17.000 giovani. E questo regime ha causato devastazione e destabilizzazione in tutta la regione attraverso i suoi proxy, armati di missili e droni. E molti iraniani all’interno del Paese, in Europa e nel mondo hanno festeggiato la scomparsa dell’Ayatollah, così come molte altre persone in tutta la regione. Sperano che questo momento possa aprire una la strada verso un Iran libero. E penso che il popolo iraniano meriti libertà, dignità e il diritto di decidere il proprio futuro, anche se sappiamo che questo sarà pieno di pericoli e instabilità durante e dopo la guerra.
Oltre a questo, ora possiamo assistere a un conflitto regionale con conseguenze imprevedibili. E le ripercussioni sono già una realtà oggi, sia che si tratti di energia o finanza, nel commercio o nei trasporti o nello sfollamento delle persone.
Le basi militari britanniche sono state prese di mira a Cipro, e voglio ribadire la nostra piena solidarietà da questa postazione. Le truppe della NATO sono state chiamate ad abbattere un Drone. I nostri cittadini sono rimasti intrappolati nel fuoco incrociato. I nostri partner sono sotto attacco e sono stata in contatto con molti di loro in tutta la regione per esprimere la nostra solidarietà e il nostro sostegno.
E l’impatto a lungo termine sta già ponendo questioni esistenziali sul futuro del nostro sistema internazionale basato sulle regole, su come l’Europa possa trovare unità in questa situazione. Tutto ciò dimostra quanto sia precaria la situazione globale odierna, quanto siano diverse le minacce e come l’Europa sarà sempre influenzata da ciò che accade nel mondo. Quindi l’idea che possiamo semplicemente ritirarci e allontanarci da questo mondo caotico è semplicemente un errore. Credo sia fondamentale comprendere che questo influenzerà la nostra politica estera per gli anni a venire.
Cari ambasciatori, nel corso della conferenza di quest’anno sentirete molte descrizioni dello stato del mondo, che si tratti di potenze medie o di disordine multipolare. Discuterete dell’importanza del sistema internazionale basato sulle regole e, naturalmente, dell’urgente necessità di una sua riforma. Scambierete idee sulla sicurezza nazionale e sulla sicurezza economica. Tutto ciò alimenterà il nostro work, in particolare in vista della nuova strategia di sicurezza europea su cui stiamo lavorando con l’HRVP (Alto rappresentante/Vice Presidente, si riferisce a Kaja Kallas, ndr) e il nostro servizio diplomatico.
Ma allo stesso tempo, questi tentativi di etichettare il mondo di oggi mascherano due realtà tangibili e strutturali che sono tutt’altro che importanti (qui si è sbagliata e voleva dire il contrario, ndr) per l’Europa.
La prima è che l’Europa non può più essere custode del vecchio ordine mondiale, per un mondo che è andato e non tornerà. Difenderemo e sosterremo sempre il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire insieme ai nostri alleati. Ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi o presumere che le sue regole ci proteggano dalla complessa minaccia che dobbiamo affrontare.
Dobbiamo quindi costruire il nostro percorso europeo e trovare nuovi modi di cooperare con i nostri partner. Il secondo è che abbiamo bisogno di uno sguardo lucido alla nostra politica estera nel mondo di oggi. Sia per quanto riguarda la sua concezione che la sua attuazione. Dobbiamo riflettere con urgenza se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale, tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e multilateralismo, abbiano tenuto il passo con la velocità dei cambiamenti che ci circondano. Se il sistema che abbiamo costruito con tutti i suoi tentativi ben intenzionati di consenso e compromesso sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico. So che questo è un messaggio duro e una conversazione difficile da affrontare. Ma so anche che molti di voi hanno sentito questa tensione nel vostro lavoro quotidiano. Il punto è che se crediamo, come me, che abbiamo bisogno di una politica estera più realistica e più orientata agli interessi, allora dobbiamo essere in grado di realizzarla. E questo è il cuore del mio messaggio di oggi (corsivo nostro, ndr).
Cari ambasciatori, l’Europa ha già fatto molta strada in questa direzione negli ultimi anni. Siamo diventati più abili nell’utilizzare la nostra forza nel perseguire i nostri interessi, il nostro mercato, le nostre leve di sicurezza economica. Abbiamo reagito con forza quando i nostri Stati membri sono stati messi in discussione, ad esempio con la Danimarca nel caso della Groenlandia. Stiamo investendo nella nostra resilienza interna per contrastare la manipolazione delle informazioni straniere e, soprattutto, abbiamo avviato un progetto generazionale, ovvero l’indipendenza europea. L’obiettivo è quello di renderci più resilienti, più sovrani e più potenti. Dalla difesa all’energia proprio in questi giorni, dalle materie prime critiche alle tecnologie strategiche, il vostro lavoro per approfondire, ridurre i rischi e diversificare le nostre partnership in tutto il mondo è inestimabile a tal fine. Questo è ciò che significa indipendenza nel mondo di oggi. Significa non dipendere da un unico fornitore per beni vitali, dall’energia alla difesa, dai semiconduttori ai vaccini, dalle tecnologie pulite alle materie prime solo per citarne alcune. E per questo abbiamo bisogno di più collegamenti con partner affidabili e di fiducia, dagli accordi commerciali ai partenariati di sicurezza che avete contribuito a negoziare.
Questo sta già facendo una vera differenza. Ma dobbiamo andare oltre. Dobbiamo essere pronti a proiettare il nostro potere in modo più assertivo. Ad esempio, per contrastare l’aggressione e l’ingerenza straniera con tutti i nostri strumenti, sia economici che diplomatici, sia tecnologici o militari, o essendo molto più pragmatici quando si tratta di fare affari in tutto il mondo. Durante i miei viaggi in tutto il mondo, ho parlato con molti di voi che hanno espresso esattamente lo stesso punto di vista. L’Europa deve passare all’attacco e iniziare a cogliere le opportunità che si presentano. Quasi due terzi della crescita globale avviene al di fuori degli Stati Uniti e della Cina. Paesi di tutti i continenti stanno cercando il loro posto nel mondo. Non vogliono far parte di alcuna sfera d’influenza. Vogliono solo essere prosperi e sovrani. E questo è il motivo per cui stanno diversificando le loro relazioni commerciali per proteggersi dalle dipendenze. Dall’Asia centrale al cuore dell’Africa, dall’America Latina al Sud-Est asiatico, vasti territori del mondo sono alla ricerca di stabilità e partner affidabili. E questo è il nostro segno distintivo, la nostra offerta europea. Quindi, guardando al futuro, dobbiamo continuare a cogliere queste opportunità, mettendo i nostri interessi al centro del nostro lavoro. E ci sono tre aree in cui ritengo che questo sia particolarmente importante.
Il mio primo punto è la sicurezza e la difesa. L’Europa ha la pace al suo centro. È al centro del nostro trattato e al centro della nostra storia. Rimane una missione duratura per ciascuno e per ognuno di noi. Per cercare la pace nel mondo di oggi, l’Europa deve essere in grado di proiettare il proprio potere, di scoraggiare, contrastare e aumentare la nostra influenza.
In termini semplici, dobbiamo investire in mezzi per proteggere il nostro territorio, la nostra economia, la nostra democrazia, in sostanza il nostro modo di vivere. E questo sarà al centro della nostra nuova strategia di sicurezza europea. In tutte le nostre risorse e politiche, dobbiamo integrare le considerazioni relative alla sicurezza. Infatti, la sicurezza deve diventare il principio organizzativo della nostra azione.
Deve essere l’impostazione di pensiero predefinita dalla difesa ai dati, dall’industria alle infrastrutture, dalle tecnologie al commercio. E, naturalmente, non partiamo da zero. Abbiamo fatto di più in materia di difesa nell’ultimo anno che nei decenni precedenti. Come sapete, abbiamo avviato un aumento, una massiccia accelerazione della spesa per la difesa fino a 800 miliardi di euro entro il 2030, e gli Stati membri stanno aumentando i loro investimenti a livelli record. Il messaggio è chiaro. La pace e la sicurezza in Europa dipendono da noi e noi ce ne assumiamo la piena responsabilità al riguardo. Ma stare in piedi con le nostre gambe non significa stare da soli. Vogliamo anche lavorare con partner fidati in tutto il mondo e questa è l’idea centrale alla base dei partenariati di sicurezza e difesa con paesi di tutto il mondo.
Abbiamo aperto il nostro programma di approvvigionamento congiunto al Canada. Stiamo valutando l’integrazione delle nostre catene del valore della difesa con l’India. Il nostro lavoro con l’Australia sta procedendo bene. La nostra unione si è impegnata in questo tipo di cooperazione in materia di sicurezza, ma mai su questa scala. Ora, alcuni potrebbero dire che stiamo uscendo dalla nostra zona di comfort, mentre altri sostengono che dovremmo concentrarci solo su ciò che accade ai nostri confini.
Ma le minacce che affrontiamo provengono da tutte le direzioni e da tutti i settori, sia dal mondo cibernetico che dallo spazio. Quindi questo approccio davvero a 360 gradi alla nostra sicurezza deve continuare a guidare il nostro lavoro. Il punto è che il mondo intorno a noi sta cambiando a velocità incredibile e ora anche l’Europa sta cambiando.
Cari ambasciatori, quando parlo di sicurezza, dobbiamo parlare dell’Ucraina, una nazione europea orgogliosa che continua a lottare per le nostre libertà, sia come futuro membro della nostra unione e come prima linea di difesa dell’Europa. Il mio messaggio è molto chiaro.
L’Europa sarà sempre al fianco dell’Ucraina, indipendentemente da ciò che accade altrove. Tutti noi vogliamo che questo orrore e questo spargimento di sangue finiscano. E nessuno desidera la pace più del popolo ucraino. Ma la guerra deve finire in modo da non gettare i semi per futuri conflitti. Ed è su questo che continuiamo a lavorare ogni giorno con l’Ucraina e con i nostri partner per garantire all’Ucraina una sicurezza reale e duratura, in modo da poter garantire una pace completa, giusta e duratura. E ciò di cui l’Ucraina ha bisogno ora è innanzitutto un sostegno finanziario sostenuto. Come sapete, è per questo che abbiamo proposto un prestito di 90 miliardi di euro per finanziare le esigenze dell’Ucraina.
E avete visto tutti le difficoltà che abbiamo incontrato nel portare a termine questa operazione linea anche dopo che tutti i 27 leader avevano dato il loro consenso. Questo ci riporta al punto che ho sollevato in precedenza, ovvero se il nostro sistema sia ancora in grado di funzionare in modo efficiente.
Ma posso assicurarvi che in questo caso rispetteremo i nostri impegni, perché è in gioco la nostra credibilità e, cosa ancora più importante, la nostra sicurezza. Per noi è quindi fondamentale e chiarissimo: otterremo questo prestito di 90 miliardi di euro e la stessa logica si applica all’allargamento. Si è discusso molto su come rispettare i tempi previsti per il processo basato sul merito. Ma è di fondamentale importanza che ci prepariamo avvicinando i Balcani occidentali, la Moldavia e l’Ucraina alla nostra Unione. Ora, l’allargamento non è una questione di ideologia. È una questione di interesse comune e di sicurezza e dobbiamo essere pronti a realizzare il progetto non appena sarà il momento opportuno.
Cari ambasciatori, la seconda priorità è il commercio e gli investimenti con il mondo perché il commercio non è solo economia, è potere. Conoscete tutti l’elenco dei nuovi accordi commerciali che abbiamo concluso perché avete contribuito a scriverla. Abbiamo iniziato con Messico, Svizzera, Indonesia, poi con il Mercosur dopo 25 anni di tentativi falliti e poi l’accordo più importante di tutti, quello con l’India. L’Australia è la prossima e non abbiamo ancora finito. Il mondo vuole commerciare con l’Europa. Che si tratti delle Filippine, della Thailandia, della Malesia, degli Emirati Arabi Uniti o cinque Paesi dell’Africa orientale e meridionale, la nostra rete commerciale non si è mai espansa così velocemente. E, ancora una volta, non si tratta di ideologia. Si tratta di dare risultati alle famiglie europee, alle imprese europee e alle industrie europee. Perché mercati aperti e catene del valore affidabili rendono la nostra economia più forte e un’economia più forte a casa ci rende più forti nel mondo. Ad esempio, stiamo diversificando le nostre catene del valore per i chip e tecnologie pulite in paesi come l’India.
Stiamo diversificando la nostra fornitura di materie prime critiche dall’America Latina, dall’Australia e da altri paesi. La nostra rete di accordi comprende attualmente quasi il 50% del PIL globale e più della metà del commercio europeo avviene all’interno della nostra rete di accordi. Ciò significa che le nostre aziende possono avere scambi commerciali prevedibili e basati su regole con più della metà del mondo. E vogliamo espandere questa comunità ancora di più. Ad esempio, cooperando con i 12 membri del CPTP, il Partenariato Trans-Pacifico. Il punto è che esiste un business case convincente per il commercio e gli investimenti in tutto il mondo. Prendiamo Global Gateway. Nei circa quattro anni trascorsi dal suo lancio, abbiamo già superato il nostro obiettivo iniziale di mobilitare 300 miliardi di euro. E sono convinta che supereremo la soglia dei 400 miliardi di euro l’anno prossimo, perché c’è una domanda in tutto il mondo per gli investimenti europei. E il motivo è semplice. Quando investiamo nelle catene del valore dell’energia pulita in Nord Africa o nelle competenze per la lavorazione dei minerali lungo il corridoio di Lobito o nelle connessioni digitali lungo il corridoio India-Medio Oriente-Europa IMC nelle industrie agricole locali in Africa e nei Caraibi, quando investiamo in tutti questi progetti è chiaro che entrambe le parti ne traggono vantaggi. L’Europa beneficia di catene di approvvigionamento più forti. I nostri partner ottengono investimenti sostenibili nelle infrastrutture locali, nelle competenze e nell’Employment. E si tratta di posti di lavoro duraturi in nuove industrie locali. Questo crea nuovi mercati per le aziende locali e anche per le nostre. È un modello che funziona. Ecco perché nel prossimo bilancio europeo abbiamo proposto di aumentare i finanziamenti europei del 75%. Il messaggio è molto chiaro. Il Global Gateway è incentrato sui vantaggi reciproci ed è un mezzo per sviluppare partnership e progetti che promuovono i nostri valori.
Si pensi, ad esempio, a progetti strategici come il corridoio di trasporto transcaspico. A prima vista, il suo obiettivo è quello di ridurre il viaggio via terra tra l’Asia centrale e l’Europa da 30 a 15 giorni. Ma c’è di più. Il corridoio collegherà anche gli ex paesi nemici nel Caucaso meridionale tra loro e con l’Europa. E proprio come il carbone e l’acciaio hanno unito l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, questo nuovo corridoio può rendere il commercio e la cooperazione la norma in una regione travagliata ed essere una via non solo verso l’Europa, ma anche verso la pace. Il mio punto di vista è semplice. In questa regione, così come in Africa o in Medio Oriente, i nostri investimenti ci danno influenza e potere d’azione; o guardiamo al successo del patto per il Mediterraneo che sta rivitalizzando la nostra partnership in tutta la regione. Il punto è che dobbiamo trasformare la nostra forza finanziaria nel potere di fare davvero la differenza. Questo è ciò che una politica estera guidata da interessi pragmatici può offrire all’Europa e a tutti i nostri partner in tutto il mondo.
Signori Ambasciatori, il terzo punto che vorrei sottolineare riguarda la nostra diplomazia e come questa possa aiutare a ottenere risultati per gli europei. Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua è una parte essenziale di ciò che siamo. Insieme agli Stati membri, diamo il contributo finanziario più consistente sistema delle Nazioni Unite, anno dopo anno. E voi sapete tutti perché: in un mondo più conflittuale come il nostro, abbiamo bisogno di una governance globale basata su regole. Naturalmente, anche il sistema delle Nazioni Unite ha bisogno di riforme. E quando i formati tradizionali raggiungono uno stallo, dobbiamo cercare modi creativi per affrontare la crisi più grave dei nostri tempi. L’Europa è sempre stata pronta a impegnarsi in formati innovativi per la diplomazia, che si tratti di quartetti, gruppi di contatto, coalizioni di volenterosi o iniziative regionali. Ed è per questo che continueremo a cercare tutti i modi per lavorare insieme per far fronte alle nostre responsabilità e priorità più urgenti e le nostre priorità più urgenti, in particolare la Reconstruction di Gaza e la pace per palestinesi e israeliani.
Ogni nuova iniziativa dovrebbe mirare a integrare le Nazioni Unite, non a competere né sostituirle. Lo abbiamo chiarito fin dall’inizio e questo rende il nostro impegno ancora più importante. Ma l’Europa non può plasmare il mondo stando in disparte. Dobbiamo impegnarci per far sentire la nostra voce, proteggere i nostri interessi e, soprattutto, portare sempre i nostri valori sul tavolo delle trattative. Poiché la nostra politica estera cambierà, questo imperativo non cambierà mai.
Cari ambasciatori, vorrei concludere riconoscendo che ci sono molte priorità, molte regioni, molti paesi che non ho menzionato oggi. Questo non perché il nostro lavoro lì sia meno importante, ma piuttosto perché volevo fare un’osservazione più ampia sulla la nostra posizione e la scelta molto concreta che dobbiamo affrontare. Ci sarà sempre un certo livello di limitazione nella politica estera dell’Europa a causa della geografia o geopolitica. Dobbiamo accettarlo e dobbiamo essere onesti nel riconoscere che non possiamo risolvere ogni questione globale o conciliare perfettamente i nostri valori e i nostri interessi in ogni occasione. Ma ciò che possiamo controllare è ciò che guida la nostra politica estera e il modo in cui scegliamo di condurla.
Come ho detto qui l’anno scorso, credo che dobbiamo essere molto più assertivi nel perseguire i nostri interessi. Questo è ciò che ci aiuterà a cogliere le opportunità che vedete davanti a voi ogni singolo giorno. Ma credo che dobbiamo anche valutare in modo molto critico se le nostre strutture e i nostri strumenti siano ancora adeguati a tale scopo o al mondo di oggi. La situazione in Medio Oriente non è un fattore scatenante in questo senso. È piuttosto un sintomo di una questione più ampia, come lo era la Groenlandia, come lo è l’Ucraina e come lo saranno molti altri luoghi nei prossimi anni a venire. Il punto è che in tempi di cambiamenti radicali come il nostro, possiamo aggrapparci a ciò che ci ha resi forti e difendere abitudini e certezze che la storia ha sempre già superato.
Oppure possiamo scegliere un destino diverso per l’Europa. Possiamo costruire una politica estera che ci renda più forti a casa, più influenti a livello globale e un partner migliore per i paesi di tutto il mondo. Una politica estera che sia un pilastro fondamentale dell’indipendenza europea, che protegga i nostri interessi e promuova i nostri valori non con la nostalgia o il rimpianto del vecchio mondo, ma plasmando quello nuovo. E quindi voglio ringraziarvi ancora una volta per il vostro incredibile lavoro. E voglio concludere come sempre dicendo: lunga vita all’Europa. [applausi]
Grazie.


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