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Il sangue umano ha sempre lo stesso colore, ma quello dei carnefici e quello delle vittime hanno pesi diversi. Non per questo i sentimenti che accompagnano la caduta di un tiranno sono un inno alla morte; piuttosto un’espressione di sollievo, la gioia per la fine di un incubo, anche nella consapevolezza del contesto incerto che si crea, e che il sangue chiama sempre altro sangue. Sono sentimenti antichi quanto l’umanità, eppure fragili. Si chiede moderazione a chi ha conosciuto solo oppressione, si pretende neutralità dove la morale dovrebbe essere ferma e condivisa. Vale nel caso di numerosi popoli: da quello iraniano, a quello palestinese, a quello siriano, a tanti altri, e vale di certo nel caso di questa guerra Israele-Iran. “Chi ha le mani nel fuoco non è come chi ha le mani nell’acqua”, recita un proverbio siriano. In tempi in cui la violenza dei potenti si traveste da ordine, e la propaganda tenta di appiattire ogni giudizio, critica e dissenso, resta un dovere non smarrire l’etica, non accettare discorsi che ignorano il peso del sangue versato.
I siriani hanno gioito fino alle lacrime per la fuga di Bashar al Assad, l’evaporare improvviso della sua presenza fisica; avrebbero sicuramente festeggiato la sua morte, augurandosi che con essa si chiudesse definitivamente quel capitolo della loro storia che porta il suo nome, quello della sua dinastia. Per questo, quando la notizia dell’uccisione di Ali Khamenei e di altri generali e comandanti iraniani – responsabili di anni di repressione, torture e massacri anche in Siria – ha attraversato le comunità siriane, la reazione è stata di giustizia percepita, di memoria che finalmente trova un varco. Non per culto della violenza, ma per il riconoscimento che la scomparsa di chi ha costruito sistemi di morte può aprire spiragli di vita, e che “Non esiste l’eternità”, come recitano post con le foto di Khamenei e Nasrallah condivise in rete da siriani. Anche il regime più solido e sanguinario prima o poi si sgretola, ma quasi sempre nell’implodere distrugge anche tutto ciò che ha intorno, seminando ulteriore morte.
Nessun despota è mai solo: è la punta di una piramide di potere, il volto visibile di un sistema che affonda le sue radici in apparati, clientele, milizie, complicità internazionali. Queste ultime spesso negate, mascherate.
Il ruolo dell’Iran nella guerra in Siria
Per comprendere le reazioni della popolazione siriana agli sviluppi regionali, è necessario tornare alla lunga storia dell’intervento iraniano nel conflitto siriano.
Di quel conflitto, l’Iran è stato un attore tutt’altro che marginale: ha sostenuto il regime su piani militari, paramilitari, politici e simbolici, contribuendo a plasmare la geografia del conflitto e la vita quotidiana delle comunità. Durante gli anni più duri della guerra, comandanti iraniani come Qassem Soleimani hanno coordinato operazioni decisive nelle aree dove il regime rischiava di perdere il controllo. Soleimani, figura centrale nella strategia regionale di Teheran, era spesso presente nei centri di comando congiunti, supervisionava operazioni a Damasco, Aleppo e Daraa. La Forza Quds, un reparto iraniano altamente addestrato che compone il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, ha organizzato milizie locali e straniere – dagli iracheni di al Nujaba agli afghani di Fatemiyoun – che hanno avuto un ruolo determinante negli assedi e nelle riconquiste.
A Daraa, dopo il massacro portato avanti dalle milizie di Teheran nel 2013, che costò la vita a oltre 700 civili, ricercatori siriani e siro-britannici hanno documentato la presenza diretta di unità iraniane e combattenti di Hezbollah, riconoscibili da uniformi, accenti e armamenti. Parallelamente, l’Iran ha sostenuto il regime nelle sedi internazionali e nella potente macchina mediatico/propagandistica – come nel caso della strage di al Houla del 25 maggio 2012, una delle più efferate, che vide molti bambini tra le vittime all’arma bianca –, attribuendo la responsabilità all’opposizione e denunciando “interferenze straniere”.
Questa copertura politica e mediatica ha contribuito a creare un clima di impunità che ha accompagnato molte delle operazioni più controverse. La morte del generale Mohammad Reza Zahedi, ucciso il 1° aprile 2024 in un attacco israeliano al consolato iraniano di Damasco, si inserisce in questa lunga storia. Zahedi era uno dei più influenti comandanti dell’Ircg e della Forza Quds, protagonista per decenni dell’espansione dell’influenza iraniana in Siria e Libano. La sua eliminazione ha rappresentato la perdita più grave per Teheran dai tempi di Soleimani, colpendo un uomo simbolo dell’“Asse della resistenza”.
L’intervento iraniano non si è limitato al piano militare. Nel corso degli anni, si è sviluppata una trasformazione più profonda, definita da alcuni analisti come una vera e propria “iranizzazione” della Siria. Acquisizioni immobiliari in aree strategiche, naturalizzazioni concesse a combattenti stranieri, attività religiose e culturali che hanno rafforzato la presenza sciita in zone dove questa era prima marginale, investimenti economici e infrastrutturali: tutti elementi che hanno alimentato la percezione, in parte della popolazione, che l’Iran non fosse solo un alleato militare del regime, ma un attore intenzionato a radicarsi nel tessuto sociale e demografico del Paese.
Che cosa rimane dell’Asse della Resistenza
È in questo contesto che si inseriscono le reazioni di molti civili siriani alla morte di leader iraniani. In diverse regioni, soprattutto quelle che hanno subito assedi e operazioni congiunte tra regime e milizie filoiraniane, la notizia dell’uccisione di Khamenei è stata accolta con sollievo, persino con festeggiamenti.
Il dibattito che si è aperto tra siriani e libanesi in questi giorni affonda le sue radici in una storia lunga e complessa, segnata dall’alleanza proprio tra il regime di Assad, Hezbollah e l’Iran. Questa alleanza, spesso definita “Asse della Resistenza”, non è nata come un progetto confessionale, ma come un’intesa strategica. Già negli anni Ottanta, la Siria di Hafez al-Assad è stata l’unico Paese arabo a sostenere l’Iran nella guerra contro l’Iraq, inaugurando un rapporto fondato sulla convergenza geopolitica: contenere Saddam Hussein, opporsi a Israele e contrastare l’influenza americana e saudita nella regione. In questo quadro, Hezbollah emerse come il principale strumento militare dell’Iran in Libano, e la Siria divenne il corridoio indispensabile per il suo armamento e addestramento.
Con il passare degli anni, l’asse si è consolidato: Teheran forniva ideologia, fondi e armi; Damasco garantiva il territorio e la copertura politica; Hezbollah rappresentava la forza armata più efficace e disciplinata. L’elemento sciita era centrale per Iran e Hezbollah, ma marginale per la Siria baathista, che rimaneva formalmente laica. Il collante non era la religione, ma la comune opposizione a Israele e agli Stati Uniti, e la volontà iraniana di costruire una cintura di attori armati fedeli. La rivoluzione siriana del 2011 ha trasformato radicalmente questa alleanza. Quando il regime di Assad ha rischiato il collasso, Hezbollah è intervenuto direttamente, dapprima in modo “discreto”, poi apertamente, partecipando a battaglie decisive come quelle di Qusayr e Qalamoun, addestrando milizie e contribuendo agli assedi contro aree ribelli. Per molti siriani, soprattutto sunniti, Hezbollah è diventato uno degli attori più temuti della repressione, spesso percepito come più brutale delle stesse forze del regime. La narrativa della “resistenza contro Israele” si è presto sgretolata: Hezbollah non combatteva Israele, ma i siriani. Questo ha alimentato una frattura settaria e un risentimento che ancora oggi condizionano la memoria collettiva.
Dopo la caduta del governo Assad nel 2024, l’Asse ha perso uno dei suoi pilastri. Senza la Siria, l’Iran ha visto indebolirsi il suo corridoio strategico verso il Mediterraneo, e Hezbollah, già provato dal conflitto con Israele e dall’uccisione di Hassan Nasrallah, si è ritrovato isolato. Nel nuovo assetto siriano, dominato da attori ostili all’Iran, la possibilità di un ritorno di Hezbollah appare remota, ma il timore è vivo. È in questo contesto che si inserisce il dibattito attuale.
Molti siriani rifiutano l’idea di accogliere profughi libanesi, temendo che l’ingresso di civili possa diventare il pretesto per un ritorno di Hezbollah in Siria. Altri ricordano il trattamento ostile riservato ai siriani in Libano negli ultimi dieci anni, fatto di racism, deportazioni e campagne politiche aggressive. Nella diaspora, invece, prevale spesso una posizione più universalista: i libanesi non sono Hezbollah, e la solidarietà non dovrebbe essere condizionata. Il confronto di questi giorni mostra quanto la guerra siriana continui a modellare identità, memorie e paure. La figura di Hezbollah rimane un simbolo di repressione per molti siriani, e la storia dell’Asse della Resistenza continua a influenzare le percezioni reciproche tra due popoli che, pur vicinissimi, portano sulle spalle ferite profonde.
Confini militarizzati e civili in fuga
Secondo Enab Baladi, un sito di informazione indipendente, la Siria ha dispiegato migliaia di soldati, unità missilistiche e mezzi corazzati lungo i confini con Libano e Iraq. Fonti militari siriane e libanesi citate da Reuters confermano che i rinforzi, iniziati a febbraio, hanno subito un’accelerazione con l’intensificarsi della crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran. Tra le unità schierate figurano reparti della 52ª e 84ª Divisione, battaglioni di ricognizione e guardie di frontiera, con l’obiettivo dichiarato di contrastare il contrabbando e prevenire infiltrazioni armate. La presenza di lanciarazzi Grad e Katyusha ha però alimentato timori internazionali su un possibile coinvolgimento siriano in territorio libanese. Damasco ha respinto ogni ipotesi offensiva, definendo il dispiegamento “puramente difensivo” e necessario per proteggere la sovranità nazionale in un momento di instabilità crescente.
Parallelamente al rafforzamento militare, i valichi tra Siria e Libano sono stati travolti da un’ondata di civili in fuga dai bombardamenti israeliani sul Libano meridionale e sulla periferia sud di Beirut. Fonti giornalistiche locali riferiscono che il solo valico di Jdeidet Yabous ha registrato oltre 11.000 arrivi di cittadini siriani in un giorno, costringendo le autorità siriane a operare in stato di massima allerta e a mantenere i passaggi aperti 24 ore su 24. Secondo le stime ufficiali citate dal Ministero degli Affari Sociali libanese in Libano vivevano circa 2,1 milioni di siriani tra rifugiati registrati e non registrati. Circa 272.135 sono rientrati dal Libano da dicembre 2024.
Le immagini di civili stremati, spaventati, infreddoliti che attraversano le frontiere in mezzo alla neve, nell’ennesima fuga a cui la guerra li ha costretti, sembrano riportare indietro nel tempo, anche se la direzione di partenza questa volta è quella opposta. Le testimonianze raccolte dalla stampa locale restituiscono un quadro umano drammatico: famiglie in fuga all’alba, autobus e taxi sovraccarichi, persone costrette a proseguire a piedi per chilometri pur di raggiungere la Siria, in un clima di incertezza e paura crescenti. Molti siriani non dispongono più di un permesso di soggiorno valido in Libano, ma la paura di un’invasione israeliana li ha spinti a “bruciare l’ultimo ponte”, come ha raccontato un autista sulla tratta Beirut‑Damasco. La crisi umanitaria si complica ulteriormente. Al rientro in Siria, molti non ritrovano le proprie case, ma solo macerie, né le proprie famiglie, decimate e divise da quattordici anni di violenze.
Il territorio siriano è stato colpito indirettamente dagli scambi di fuoco tra Iran e Israele: la testata siriana Al‑Jumhuriya ha documentato la caduta di detriti di missili iraniani intercettati da Israele in diverse regioni siriane – dalla campagna di Damasco a Daraa e Quneitra – con vittime in alcuni casi, come nell’esplosione nella zona industriale di Sweida.
Proprio a Sweida e a Quneitra, intanto, nella Siria meridionale, le incursioni israeliane non sono più episodi isolati ma una pratica ricorrente che ha assunto la forma di penetrazioni via terra, posti di blocco temporanei e sorvoli continui dei droni. Le testimonianze raccolte parlano di famiglie costrette a spostarsi verso l’interno ogni volta che i movimenti militari si intensificano, con evacuazioni brevi ma ripetute che hanno scandito l’intero 2025.
Un Paese segnato dall’incertezza e dalle ambiguità del governo transitorio
Sul piano Politician‑sociale la Siria meridionale sta diventato una sorta di area senza sovranità effettiva, dove la presenza dello Stato è intermittente e la popolazione drusa vive tra pressioni esterne e fratture interne. Sweida, città a maggioranza drusa, è ormai un territorio in cui la crisi economica, la sfiducia verso Damasco e la crescente militarizzazione hanno prodotto nuove vulnerabilità: l’assenza di un’autorità protettiva rende ogni incursione israeliana più destabilizzante, e ogni scambio di fuoco regionale più rischioso per i civili. In questo contesto, una parte dei drusi del sud, guidata dal leader religioso Hikmat Hijri – considerato tra le tre figure di spicco della comunità drusa siriana – ha espresso apertamente il desiderio di un sostegno israeliano, anche manifestando più volte nelle piazze sfoggiando la bandiera bianca e blu. Le parole di Hijri, tuttavia, hanno creato divisione anche all’interno della comunità drusa stessa, che non vuole essere discriminata e accusata di complottare contro l’unità nazionale, pur chiedendo a Damasco garanzie.
Intanto, per ragioni di sicurezza, l’Autorità per l’Aviazione Civile Siriana ha chiuso progressivamente i corridoi meridionali dello spazio aereo, fino a sospendere completamente decolli e atterraggi negli aeroporti di Damasco e Aleppo. Solo Aleppo ha annunciato una riapertura parziale, mentre il resto dello spazio aereo rimane soggetto a valutazioni costanti. Le dichiarazioni ufficiali siriane mostrano un equilibrio delicato. Damasco, un tempo alleata di Teheran, ha cambiato registro con la leadership di Ahmad al Sharaa, allineato politicamente con Donald Trump; al Sharaa ha condannato gli attacchi iraniani contro Stati arabi e invocato soluzioni diplomatiche. Il presidente ad interim ha intensificato i contatti con i leader arabi, ribadendo il rifiuto di qualsiasi violazione della sovranità degli Stati della regione, anche in considerazione delle continue ingerenze di Israele nella zona meridionale del Paese.
La posizione ufficiale del nuovo governo siriano sulla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è caratterizzata soprattutto dal silenzio. Secondo un’analisi pubblicata da Sky News Arabia, Damasco non ha rilasciato alcuna dichiarazione di condanna né di sostegno dopo l’inizio degli attacchi, un comportamento che ha attirato l’attenzione perché rompe con decenni di allineamento strategico alla Repubblica islamica. Gli osservatori citati spiegano che questo silenzio riflette il nuovo orientamento geopolitico della Siria post-Assad: il presidente Ahmed al Sharaa ha chiarito fin dal suo insediamento che la presenza iraniana nel Paese non è più accettabile e che nessuna milizia potrà usare il territorio siriano per colpire Israele. Tale scelta risponde sia alla necessità di ottenere sostegno occidentale, in particolare degli Stati Uniti di Donald Trump, primo presidente americano ad aver accolto alla Casa Bianca un leader siriano, sia al profondo risentimento popolare verso l’Iran per il ruolo avuto nella repressione durante la guerra civile. In questo quadro, l’escalation tra Israele, Stati Uniti e Iran è stata percepita dal governo siriano come un’occasione per dimostrare la propria distanza da Teheran e consolidare la nuova linea diplomatica.
Parallelamente, il nuovo presidente siriano è diventato bersaglio di minacce esplicite da parte di ciò che resta dell’Isis. Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, il portavoce dell’organizzazione, Abu Ḥudhayfa al Anṣari ha diffuso messaggi in cui accusa il governo di “tradire l’Islam e promette attacchi diretti contro le istituzioni statali”. Le minacce non sono rimaste solo retoriche: nelle ultime settimane cellule legate all’Isis hanno compiuto attentati e tentativi di infiltrazione nelle province di Raqqa, Deir ez Zor e persino nei dintorni di Damasco. Il Ministero dell’Interno siriano ha annunciato di “aver sventato un piano terroristico” nella capitale e di aver intensificato le operazioni congiunte con i servizi di sicurezza turchi per neutralizzare le cellule attive. Gli analisti citati sottolineano che l’Isis vede nel nuovo governo un nemico prioritario, sia perché ha perso la protezione indiretta garantita dal caos del periodo precedente, sia perché la cooperazione tra Siria e Stati Uniti nella lotta al terrorismo ha reso più difficile per il gruppo riorganizzarsi.
Nel frattempo, la chiusura dello spazio aereo e l’interruzione delle forniture di gas egiziano – conseguenza della sospensione delle esportazioni israeliane – stanno aggravando ulteriormente la fragilità economica del Paese, già provato da anni di guerra e sanzioni. La Siria è oggi vulnerabile, attraversata da tensioni che non controlla e segnata da trasformazioni interne che continuano a influenzare la percezione dei civili, che nel Paese e in diaspora, non si sentono ancora fuori da alcuna guerra.


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