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Silvia Carenzi è una ricercatrice esperta di dinamiche politico-militari, con alle spalle anni di ricerca sul campo, prevalentemente in Turchia e più recentemente in Siria. Il suo dottorato presso la Scuola Normale di Pisa ha avuto come principale oggetto proprio HTS, l’ex gruppo ribelle (un tempo di ispirazione salafita), guidato da colui che oggi si fa chiamare Ahmed , il presidente ad interim del governo siriano. In questi giorni al Sharaa è in Europa, a Berlino, dove è stato ricevuto dalle autorità tedesche ma ha anche incontrato folte delegazioni di siriani rifugiatisi in Europa negli anni della guerra civile condotta dal dittatore Bashar al Assad sul suo popolo. Nella situazione devastante del Vicino Oriente attuale, prodotta innanzitutto dall’espansionismo suprematista israeliano condotto con l’attiva complicità americana, occidentale in generale e anche di diversi attori arabi dell’area, il ruolo della nuova Siria è incerto, e i più giudicano solo sulla base dei loro pregiudizi siano essi di natura ideologica, religiosa e razziale. Certo è che la figura di al Sharaa è anomala a dir poco, e tale appare lo stesso presente della Siria. Per cercare di fare chiarezza su un quadro complesso abbiamo interpellato la studiosa, ponendole numerose domande.

La Siria è tornata di nuovo alla ribalta dopo che Israele ha attaccato l’Iran e il Libano, e su scala regionale si è scatenata una guerra complessa che non ha risparmiato il territorio siriano, fra continui attacchi di Israele e le tensioni dovute alla situazione libanese. Intanto, anche dall’interno del Paese continuano a giungere notizie di segno opposto, fra spettri di oscurantismi e settarismi, e risposte inedite della società civile. Uno degli ultimi esempi è il fatto che al governatorato di Damasco è stato chiesto di tornare indietro sui suoi passi, dopo che aveva promulgato un divieto di vendita degli alcolici in tutta la regione, con la sola eccezione dei quartieri cristiani. La misura è stata subito contestata in modo sonoro dall’interno della società civile, e infine ritirata. Anche gli inediti festeggiamenti del Capodanno curdo in tutta la Siria sono stati il segno da un lato di una società che prova a superare i suoi settarismi, dall’altro di tante divisioni e guerre intestine che permangono, visti anche gli incidenti nella zona di Kobane. Come si spiega, da parte di una persona come lei che vive e osserva la Siria da molto vicino, la situazione sociale in questo Paese nel presente?

This ban has recently come under the spotlight both in Syria and abroad. The debate – between those who supported it, those who opposed it, and those who would like an extension of it – reflects the diverse visions present within Syrian society in the aftermath of the fall of the Assad regime. Following protests against the measure, a counter-protest was organised on Monday, 23 March, in support of the ban. Society remains divided not simply along community or sectarian lines: different views are emerging even within each community. This reflects differing conceptions of the country's future: some hope for a more conservative structure, among other things, and who knows (or not necessarily). Civil society itself does not have a single voice or vision. 

I read that of the government – whose leaders, by background, come from an experience rooted in a conservative Sunni popular base – as an attempt to strike a balance between different popular bases, which not infrequently express divergent needs, as well as between internal and external pressures. A search for balance that is extremely delicate: sometimes it succeeds, other times less so. Part of the Sunni (post-)revolutionary environmental base considers the government too moderate and conciliatory, both in domestic and foreign affairs; in the last year, there have been no shortage of objections in this regard.

Non ci sono scorciatoie né bacchette magiche per ricomporre queste fratture. Nella narrativa mediatica, talora il tutto viene derubricato a un problema di “”, ma io credo che si tratti di un modo problematico e sbrigativo per liquidare una stratificazione di divisioni socio-politiche che, in primo luogo, affondano le radici nel pesante retaggio storico degli Assad. Quale sarà il rapporto tra Stato e nella Siria post-Assad? Come costruire un nuovo patto sociale? Sono questioni rispetto alle quali spetta alla società siriana trovare una sintesi. L’indignazione a targhe alterne e i diktat dall’estero difficilmente potranno portare a soluzioni autentiche. Tra le potenziali soluzioni proposte, ad esempio sul piano regolatorio a livello municipale e locale, vi è quella di preparare il terreno per elezioni di consigli comunali e amministrazioni locali. 

Regarding relations with the Kurdish communities and the agreement with the SDF last January, following the tensions that occurred during the Newruz celebrations in Kobane and elsewhere, the Syrian leadership – both al-Sharaa and the representatives of AANES and the SDF integrated into the Syrian state – have sought to de-escalate tensions. Paradoxically, both sides must stomach the late January agreement to their respective “support bases,” which effectively represented a compromise. The fact that the tensions coincided with the invitation of a Kurdish delegation to Damascus on the occasion of Eid al-Fitr and Newruz helped to placate these tensions.

What needs to be clarified about the disinformation and information fog we're currently enveloped in regarding the situation in Syria? What do you think when you hear the term jihadists To talk about what's happening in Syria?

Overusing the word Jihadism As an interpretative category it is misleading. It must be said that a perfect term does not exist. Political violence, that which in English is called intercommunal violence, therefore violence between different communities, is a complex phenomenon, in which different dynamics intersect at different levels. In the case of Syria, looking at this violence solely through a religious lens provides a wholly partial picture of reality. There is a historical dimension, the legacy preceding , l’eredità del periodo del colonialismo e delle fratture sociali in cui poi si erano interposti i francesi; c’è il periodo della dinastia autoritaria degli Assad, in cui le fratture sociopolitiche si sono enormemente acuite, in primis perché il regime prima con Hafez e poi con Bashar hanno molto strumentalizzato le differenze tra comunità diverse, ma anche tra gruppi sociali diversi. Poi, dal 2011 in poi, quando c’è stata la rivoluzione, la militarizzazione della rivoluzione e poi la guerra vera e propria, ovviamente tutto questo ha esacerbato ancora di più le fratture sociali. In questo momento, una enorme priorità per la Siria è cercare pian piano di risanare queste profonde fratture. Nei mesi a venire, uno dei grandi test sarà la tenuta dell’accordo stipulato tra governo siriano e SDF (Syrian Democratic Forces) a fine gennaio e il di integrazione di queste ultime nello stato siriano.

So continue to use the frame of Jihadism does not allow one to understand the roots of this political violence.

I'll give you an example. In recent months, the Kurdish issue has come back into the spotlight, and many people have revived the stereotype of the jihadists who were attacking Rojava and so on. But things are more complex than that: dismissing all the dynamics between different communities and political actors under the catch-all label of “jihadism” does not clarify the issue. For example: during and after the Turkish military operations of 2018–2019, terrible crimes were committed, particularly in the Afrin enclave; certain individuals have become notorious for perpetrating numerous violations, to the extent that they have ended up on a number of international blacklists. Among them was the leader of the Sultan Suleyman Shah Division, an armed group that formed part of the umbrella coalition known as the Syrian National Army (SNA). The SNA was the anti-Assad coalition with the closest ties to Turkey (unlike HTS, which enjoyed greater, albeit limited, room for manoeuvre); however, each group within it had, in turn, different connections, different priorities and its own political agenda. The Sultan Suleyman Shah Division was not a “jihadist” group; indeed, it was not even a ‘religiously oriented’ group; yet it is among the groups blamed for numerous attacks against the Kurdish community in the area. These attacks have left a deep trauma within the Kurdish community.

Speaking more generally, virtually all armed groups have, to varying degrees, been responsible for violations; not only the anti-Assad groups, but also the YPG itself – or, to use the umbrella term, the SDF. When discussing political violence in this region, there is absolutely no need to resort to stereotypes that appear to be clearly rooted in Orientalist thinking. Nor is it necessary to have a long beard to be implicated in violations or war crimes. 

There is a lot of talk about ISIS, but mostly inappropriately, with the term being used as a stereotype, in the same way that one uses jihadist. Especially when it comes to al Sharaa, it is easy to label him an ISIS terrorist; but in reality, things do not seem to be quite like that.

Verso l’estate del 2011, a pochi mesi dallo scoppio della rivoluzione siriana, nel momento in cui iniziava a militarizzarsi, Abu Bakr al-Baghadi, che all’epoca era il leader di quell’organizzazione detta Stato Islamico dell’Iraq – un’evoluzione di al Qaeda in Iraq – mandò un gruppo di soldati in Siria per creare una branca locale. A capo di questo gruppo di soldati c’era al . La branca fu annunciata ufficialmente nel gennaio 2012, con il nome di Jabhat al-Nusra (o Fronte al-Nusra). A fine 2011, gli li inserirono nella blacklist of terrorist organisations. 

In the very early years following the emergence of ISIS, Al Baghdadi and Al Jolani (now known as Al Sharaa) were part of the same organisational structure; but from the outset there were tensions between them, which intensified in 2013, reaching a full-blown breaking point in 2014 (which is also the year in which ISIS proclaimed itself the Islamic State or “IS”). The self-styled Islamic State declared all other factions amongst the rebel groups fighting the Assad regime to be infidels. Subsequently, in 2015, it formally pronounced the takfir (the “excommunication”) against Jabhat Al-Nusra as well, at the time the group led by Al Jolani.

Did they arrive in Syria with the intention of fighting Assad?

With the aim of fighting Assad, within the organisation that al-Baghdadi had founded and led in Iraq. In reality, from the very beginning there was a great deal of tension between the two groups – that of Jolani or al-Sharaa and that of al-Baghdadi; Jolani emerged from the outset as the proponent of his own project, certainly with “jihadist” connotations at the time – if we are to use that term – but distinct from al-Baghdadi’s. This rift between them had already become extremely acute, to the extent that, during those years, al-Baghdadi sent one of his emissaries, al-Adnani, ahead to Syria with the mission of bringing Jolani’s group back into line. In the spring of 2013, Al Baghdadi decided to dissolve both the Iraqi branch of the Islamic State and the Syrian branch of Jabhat al-Nusra, and to merge them both into a new entity, which he called the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIS). It was at that point that the rift between the two widened further. 

Al-Jolani issued a counterstatement, renewing his oath of allegiance to Sheikh Ayman al-Zawahiri, who was the leader of Al-Qaeda at the time. He therefore placed himself under the protective umbrella of Al-Qaeda, a move dictated by the desire to preserve the group’s cohesion and stem defections to ISIS. 

Ayman al-Zawahiri, the head of Al-Qaeda, had declared that he wished to see the status quo maintained and the territorial division between al-Baghdadi's Islamic State in Iraq and al-Jolani's group in Syria upheld. Instead, ISIS began to challenge his authority, first on a theological level, and subsequently on a military one. 

This marked the beginning of a rivalry between these fighting groups, which intensified further in 2014, the year Al-Qaeda disavowed ISIS, and the latter essentially declared war on all rebel groups in the Syrian region. It declared takfir against Salafist groups such as Ahrar al-Sham; and in the eastern regions of Syria, particularly in Deir ez-Zor province, a full-blown war broke out between ISIS on one side, and al-Nusra, allied with other rebel groups, on the other. ISIS thus conquered eastern Syria, particularly Raqqa and Deir ez-Zor itself, while the northwest became a stronghold of al-Nusra. 

When discussing groups that fought ISIS in Syria, people tend to only mention those linked to the PKK, the YPG. It is never mentioned that there were clashes between jihadist and Islamist-inspired groups, and that they fought amongst themselves.

In practice, analyses have rarely focused on the internal dynamics within the former opposition to Assad – including the mechanisms of rethinking and evolution within religiously-defined formations, both Salafist and otherwise – that also emerged following the rise of IS.

Per quanto riguarda le forze a guida curda, nel 2012  Assad si era sostanzialmente ritirato dalle aree o “cantoni” a maggioranza curda: difficilmente avrebbe potuto avere troppi fronti aperti. Così, l’amministrazione di queste aree è passata sotto il controllo del PYD (filiale siriana del PKK creata nel 2003) e del suo nuovo braccio armato, le Unità di popolare o YPG; mentre il PKK ha potuto inviare i suoi combattenti da Qandil, la sua roccaforte nel nord dell’Iraq, verso il nord della Siria. Successivamente, è stata proclamata l’autonomia dei tre “cantoni” (le enclaves di Afrin/Efrin, Kobani e quella nel nord della provincia di Hasaka), geograficamente non contigui, con l’ambizione di unirli in un’unica entità territoriale.

Quando, ottenuto il supporto americano, hanno combattuto il sedicente Stato islamico, man mano che quest’ultimo si ritirava dalle zone sua roccaforte, come Raqqa o Deir ez-Zor, la nuova coalizione guidata dalle YPG – le SDF o Syrian Democratic Forces, create nel 2015 accorpando anche altre formazioni militari – si è espansa su quel territorio, creando nel 2018 l’Amministrazione autonoma del nord-est e rinunciando alla denominazione ‘Rojava’. In questo modo, le SDF si sono trovate a controllare regioni a maggioranza araba fra le cui popolazioni il loro progetto non ha mai fatto molta presa. Per questo motivo, lo scorso gennaio, il governo siriano provvisorio non ha neanche dovuto combattere per riprendersi il controllo di queste zone: lì le SDF non erano riuscite a radicarsi o a ottenere una chiara legittimità popolare. Le popolazioni locali li consideravano certamente meglio di altri modelli di governance come quello dell’IS, ma si sentivano comunque sotto occupazione; ritenevano che il progetto portato avanti dalla leadership delle SDF non li rappresentasse – un malcontento animato da marginalizzazione e pratiche coercitive. 

Cosa successe quando nel 2015, la coalizione ribelle riuscì a conquistare la zona di Idlib?

In Jabhat al Nusra c’erano state numerose discussioni interne su come procedere nella guerra. Da un lato alcuni comandanti, soprattutto quelli considerati più leali ad Al-Qaeda, erano stati uccisi da attacchi statunitensi. Dall’altro lato, la strategia di escalation contro tutti dell’IS aveva colpito non solo a livello internazionale, contro una ampia serie di Paesi esteri, ma anche a livello locale; IS cercava il dominio assoluto. Nessuna strategia del bastone e della carota, come quella adottata da al Nusra, ma dominio senza riserve in tutti i luoghi che conquistavano. 
Nel 2014, avevano annunciato di non essere più una semplice organizzazione, bensì uno Stato islamico: un Califfato, dichiarando illegittimi tutti gli altri gruppi ribelli. La loro visione era chiarissima: o sei con noi o sei contro di noi. Hanno usato questo approccio sia verso la popolazione, massacrando popolazioni come gli yazidi, o clan arabi come gli Shaitat, sia verso le altre fazioni armate. In questo modo però si sono fatti anche tanti nemici, aprendo mille fronti diversi. Una strategia che, infine, gli si è ritorta contro. 

L’esperienza dell’Isis è stata vista come un fallimento perché nell’ottica di tanti rivoluzionari siriani hanno creato quella che in arabo si chiama fitna, vale a dire uno stato permanente di discordia e di odio, verso tutti. 

Il 2015, ricordiamolo, è stato anche l’anno in cui la Russia è intervenuta militarmente a favore di Assad e di fatto ha capovolto le sorti della guerra. I ribelli hanno perso molto del territorio che avevano conquistato, e a quel punto hanno compiuto molteplici tentativi di unione per far fronte al nemico comune.

Nel frattempo, anche le alleanze internazionali di questi gruppi si modificavano: i legami con Al Qaeda erano visti sempre più come una zavorra, che alienava la possibilità di convergenza di altri gruppi di ribelli, specialmente per via della blacklistinternazionale. Ecco allora che nel 2016 il gruppo di Al Jolani cambia nome e si stacca da Al Qaeda, e l’anno successivo assume la forma che ha conservato fino a oggi, quella di HTS, Hayat Tahrir Al-Sham.

Insomma, l’Isis aveva spaventato tutti, al punto di decidere di coalizzarsi per scacciarlo?

IS aveva creato un clima di violenza anche nei confronti di altri gruppi ribelli salafiti. Per esempio: nel 2013, poco prima dello scoppio della guerra vera e propria contro l’Isis nel territorio siriano, gruppi come Ahrar al-Sham si erano visti riconsegnare il corpo di un loro comandante, rapito e sequestrato, con segni di tortura. 

Un altro effetto è stato quello di indurre i diversi gruppi ribelli, svariati dei quali sì di ispirazione islamica, ma “mainstream” o tradizionale, a rivedere il loro rapporto con l’influenza religiosa, nel timore che la gioventù potesse venire infiammata e radicalizzata dall’interpretazione che lo Stato islamico ne dava. Questo ha significato, a targhe alterne, ammorbidire o viceversa stringere il connotato islamico delle diverse fazioni.

Stiamo parlando di un odio che persiste? Non c’è dunque alcun interesse da parte del nuovo governo ad interim siriano a lasciare a piede libero i prigionieri dell’Isis come tanti paventano, giusto? Sarebbe un suicidio deliberato?

L’inimicizia tra IS e l’attuale governo siriano perdura, tanto più che con l’ascesa al potere di al-Sharaa IS ha rinnovato i propri anatemi, accusandolo di essere asservito al sistema internazionale. Si è parlato molto di quello che è successo nei campi e delle prigioni del nord-est della Siria, in cui erano o sono tuttora detenuti anche sospetti membri di IS e i loro famigliari. Con gli scontri dello scorso gennaio tra il governo e le SDF, più di cinquemila uomini adulti detenuti e accusati di essere membri di IS sono temporaneamente stati trasferiti in Iraq da Washington.

Discorso diverso, invece, per i presunti famigliari di membri dell’IS, in particolare donne e bambini. La chiusura del campo di al-Hol nel nord-est lo scorso mese è la questione che ha suscitato più attenzione, e sulla quale ci sono tuttora dei punti di domanda. Durante e dopo il passaggio di al-Hol sotto il controllo delle forze governative, numerosi detenuti, principalmente donne e bambini, sono fuggiti. La situazione ad al-Hol è sempre stata disastrosa dal punto di vista umanitario, ed estremamente complessa per quanto riguarda gli aspetti di sicurezza. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, la popolazione di al-Hol non era omogenea ideologicamente: comprendeva tanti individui non legati ad IS; famigliari di membri di IS che però non necessariamente sposavano l’ideologia del gruppo; individui che si sono ritrovati in balia delle circostanze; così come una minoranza di individui ancora ideologicamente convinti.

In passato, l’approccio dell’attuale leadership siriana alla questione delle donne precedentemente legate a membri IS si era caratterizzato anche per tentativi di riabilitazione e reinserimento, spesso tramite “garanzie” dei famigliari o dei nuovi mariti delle donne. Allo stato attuale, una parte delle ex detenute di al-Hol e i loro figli sono state spostate in un campo nella provincia di Aleppo; molte altre invece hanno abbandonato la prigionia, ma probabilmente sono “attenzionate”. Nell’ottica della leadership siriana, la chiusura di al-Hol è anche un modo per togliere una “carta” mediatica in mano a IS, che faceva leva sulla questione delle donne detenute senza processo e a tempo indefinito per cavalcare l’onda dell’indignazione.

Ci sono ancora cellule a piede libero dell’ISIS in Siria?

Sì, ci sono, già da un bel po’ di tempo. Fino alla caduta di Assad, IS era concentrato soprattutto nella Badia, la regione desertica che si estende dal centro all’est della Siria, dove si trova Palmira. Quello era un po’ il santuario privilegiato dell’Isis, dove le milizie potevano nascondersi e lanciare attacchi mordi e fuggi. Dopo il dicembre 2024, queste cellule hanno approfittato del momento caotico dovuto alla caduta di Assad per spostarsi nelle città e nelle altre province, dove muovono attacchi, specialmente rivolti al personale del governo attuale. 

Stante tutto quello che ci ha raccontato finora, come descriverebbe la situazione attuale della Siria in relazione alla dimensione della guerra, di natura religiosa o tribale?

La popolazione siriana si trova di fronte alla grande sfida di ricucire il tessuto sociale che è stato lacerato prima dal colonialismo, poi dagli Assad, poi dalla guerra. È una sfida madornale, ma la società civile siriana, con tutte le devastazioni che ha patito, è incredibilmente motivata. Alcuni ricercatori hanno studiato le esperienze di iniziative locali per la pacificazione sociale, dimostrando che quando si prova a coordinarsi fra autorità locali e governative, forze di sicurezza, società civile e notabili locali, le cose funzionano, riuscendo a far rientrare i conflitti, attraverso atti di de-escalation. Se ciò non avviene, il rischio concreto è che si inneschino spirali in cui anche la dimensione identitaria e settaria acquisisce salienza. 

In questo senso, qual è il ruolo del governo al Sharaa al momento? Ha un vero interesse alla ricomposizione sociale o semplicemente vuole detenere il potere il più a lungo possibile in una situazione così com’è?

Penso che la pace sociale sia un interesse anche per il governo; senza intervenire su di essa, tutta la situazione sociopolitica si destabilizza. Al Sharaa gode di una legittimità ancora molto alta in Siria, certo non in tutti i segmenti sociali nello stesso modo, ma in quanto persona che è riuscito a buttare giù Assad, cosa che nessun altro prima di lui era riuscito a fare, è rispettato. Certo l’euforia di oltre un anno fa pian piano svanisce, e diversi avvenimenti verificatisi dell’ultimo anno hanno aperto nuove ferite: in particolare, nel marzo 2025 l’insurrezione pro-Assad sulla costa, l’uccisione di forze governative e il successivo massacro di civili (prevalentemente alawiti) da parte di forze filogovernative regolari e irregolari; così come le a Suwayda nel sud nel luglio 2025.

Sarà possibile secondo lei un percorso verso la democratizzazione in Siria, o è proprio impensabile in questo momento?

Ci sono tante sfide e questioni aperte. Nel breve termine, è difficile che si affermi una democrazia in stile europeo. E non è neanche detto che debba essere per forza quello il modello. Però la speranza è che si vada verso una direzione di apertura. In ogni caso, per un Paese che ha vissuto decenni di autoritarismo sanguinario è necessario uno sviluppo della cultura politica e quella ricomposizione sociale di cui si parlava prima. Un primo passo è il necessario ampliamento della partecipazione a livello politico; ed è anche su questo terreno che il governo cerca di destreggiarsi e mantenere un delicato equilibrio. Sulla base delle conversazioni che ho avuto con gli interlocutori all’interno della leadership, mi sembra che il primo elemento sia la fiducia: a vari livelli si tende a dare incarichi solo a persone estremamente fidate. Ma al tempo stesso diverse élite o segmenti sociali finora non coinvolti appieno nella partecipazione manifestano la volontà di partecipare alla gestione del potere.

Intanto, un anno fa, c’è stato un primo ampliamento della compagine di governo. All’indomani della caduta di Assad il primo governo coincideva di fatto con il governo di salvezza che si trovava a Idlib, la ex roccaforte di HTS. Poi è stato ampliato, con la formazione di nuovo governo a fine marzo 2025, che comprende sia ex figure di spicco di HTS presso i ministeri di spicco (Esteri, Interni, Difesa, Giustizia), sia figure dell’ambente rivoluzionario non legate all’ex HTS nonché tecnocrati indipendenti. Inoltre, secondo informazioni circolate negli ultimi mesi, un nuovo rimpasto di governo potrebbe essere in vista.

Alcune persone che abbiamo intervistato su Kritica ci hanno raccontato che uno dei grandi cambiamenti in corso è aver perso la paura di dire quello che si pensa, anche per criticare il governo in carica. Lo conferma?

Sì. Tutte le persone con cui ho parlato a Damasco, di persona, anche in conversazioni informali, hanno sottolineato l’importanza di questo aspetto. Prima della caduta del regime, il detto in Siria era «i muri hanno le orecchie» e quando anche in un luogo al chiuso si nominava Assad, c’era subito qualcuno a intimare «abbassa la voce». Era l’innominabile, per la paura di essere subito denunciati ai servizi segreti. Tutto questo non è più presente; nei miei ultimi viaggi ho incontrato gente che aveva anche idee molto diverse, e c’era molta voglia di parlare, di discutere liberamente infine, di guardare programmi di politica in TV, persino al ristorante. Finalmente i canali TV, radio e stampa sono liberi, quelli che durante la guerra civile e la rivoluzione erano in esilio sono di nuovo attivi in Siria, ci sono emittenti governative, ma anche emittenti private. Allo stesso tempo, però, persistono però tante sfide.

La Siria tutta è un mosaico, non solo di etnie e religioni, ma di posizioni politiche, di classi sociali diverse. Svariati critici hanno puntato il dito sul fatto che la nuova Siria libera abbia preso il nome di Repubblica Araba di Siria, accentuando così un’identità sulle altre. Sicuramente, l’ipotesi di togliere la dicitura “Araba” sarebbe colta positivamente dalle comunità non arabe, in primis quella kurda, come segno di inclusione. Però, tra la comunità araba siriana, segmenti significativi della popolazione preferirebbero mantenere la dicitura attuale.

In termini di “minoranze” e “maggioranze” religiose, la comunità musulmana sunnita siriana, pur essendo maggioritaria, è stata in questi decenni di dittatura quella che ha subito probabilmente la repressione più feroce da parte del regime di Assad. È sicuramente la comunità che ha riportato le ferite più profonde; la dinastia degli Assad perseguitava tutti gli oppositori di qualsiasi etnia e religione, ma certamente la comunità sunnita (araba e non) ha subito la maggior violenza, pensiamo ad esempio al massacro di Hama all’inizio degli anni Ottanta, ma non solo. Questo trauma da parte di una fetta di società che numericamente rappresenta, come dicevamo, la maggioranza della popolazione è molto profondo, ed è per questo che anche dall’estero è necessario evitare di dare letture fuorvianti, orientaliste e stereotipate, della società siriana e delle sue dinamiche politico-militari. Sono luoghi comuni che non sanano la società, perché rimettono sotto i riflettori della colpevolizzazione, della colpa collettiva, la maggioranza musulmana, principalmente sunnita, della popolazione. Una componente che si percepisce come criminalizzata e colpevolizzata in automatico.

Quello che determinerà il percorso futuro della Siria non è tanto la (fuorviante) dicotomia tra “connotazione religiosa” e “non religiosa” in sé su cui si concentrano alcune letture mediatiche. Piuttosto, le questioni chiave saranno legate alle necessità di espandere la partecipazione politica e creare un nuovo contratto sociale; di garantire giustizia, stato di diritto e libertà fondamentali; di creare pesi e contrappesi istituzionali che evitino un’eccessiva concentrazione del potere.

L’asse della resistenza Assad-Iran-Hezbollah, che è stato responsabile del massacro di centinaia di migliaia di siriani durante la guerra civile, era sostanzialmente sciita. Secondo lei è anche in virtù di questi traumi, della memoria delle persecuzioni vissute dalla maggioranza sunnita che ora, con lo scoppio della guerra in Iran, in Siria si parla in primis di come impedire nuovi possibili ingressi delle milizie di Hezbollah? Fa più paura Hezbollah di Israele?

In generale, finora la politica estera del governo siriano è stata imperniata su un approccio che può essere definito “zero problemi con i vicini”, volta a tessere “relazioni bilanciate” (per citare un termine usato dallo stesso Ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani) con molteplici Paesi. Con questo approccio, il governo cerca di non rimanere eccessivamente invischiato nella logica dei blocchi di alleanze contrapposte e di evitare conflitti non necessari, per focalizzarsi sulla ripresa del Paese. Questa logica sembra guidare anche le mosse attuali di Damasco. Ha dispiegato l’esercito al confine con il Libano per evitare potenziali infiltrazioni di membri di Hezbollah, ma allo stesso tempo per quanto possibile sta cercando di restare al di fuori dall’occhio del ciclone, con dichiarazioni che auspicano una de-escalation.

Dopo aver trascorso quattro-cinque mesi di ricerca sul campo in Siria lo scorso anno, queste sono le mie impressioni. Fino alla scorsa estate, sia Israele, sia l’Iran e di riflesso Hezbollah suscitavano timori a Damasco, per diverse ragioni: Israele per i ripetuti attacchi nonché le incursioni e l’espansione della sua occupazione territoriale nel sud della Siria; Teheran e Hezbollah per i timori che possano fornire sostegno ai lealisti pro-Assad ancora presenti in Siria e all’estero, ad esempio in Libano. Nei confronti di Israele, il governo siriano ha sempre adottato una postura “morbida”, nel tentativo di evitare un conflitto militare aperto. Sono tuttora in corso negoziati per arrivare a un accordo di sicurezza tra le due parti: proprio lo scorso gennaio, sotto gli auspici statunitensi, Damasco e Tel Aviv hanno annunciato l’istituzione di un meccanismo congiunto di comunicazione. Del resto, però, le operazioni israeliane nel sud della Siria in violazione dell’accordo del 1974 non sono mai cessate — con continue incursioni, arresti, distruzione di proprietà e terreni agricoli.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita solo dietro gentile richiesta e accordo, citando la fonte e reindirizzando tramite link all’articolo completo.

CREDITI FOTO: Mohammad Daher/ABACAPRESS.COM via ANSA – 18 febbraio 2026, Damasco. Siriani fanno acquisti nello storico bazar Al-Hamidiyah, accanto alla degli Omayyadi, nei primi giorni del Ramadan.

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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