sabato 30/05/2026, 7:03

di Michele Borgia – La tregua annunciata a Gaza viene presentata come un passo verso la pace, ma a uno sguardo più attento appare come una costruzione politica e mediatica, utile a riabilitare gli attori che hanno reso possibile il massacro e a preparare il terreno per un nuovo ciclo di affari legati alla ricostruzione.

L’accordo, formalmente siglato sotto l’egida statunitense con la diretta supervisione di Donald Trump, non prevede il ritiro delle truppe israeliane, ma soltanto un loro ridispiegamento. La Striscia resta di fatto sotto controllo militare israeliano, e la gestione degli aiuti umanitari continua a dipendere da Tel Aviv. Non è stato istituito alcun corridoio umanitario stabile e indipendente, e i valichi – compreso quello di Rafah – rimangono soggetti a chiusure arbitrarie.

Nel frattempo, le violazioni del cessate il fuoco si moltiplicano: uccisioni mirate, bombardamenti locali, arresti e blocchi degli approvvigionamenti. I civili palestinesi che cercano di tornare alle proprie case continuano a essere uccisi impunemente. Episodi che passano quasi inosservati nei principali media occidentali, più concentrati nel celebrare il ritorno degli ostaggi israeliani che nel documentare le condizioni di un popolo ancora sotto assedio.

La “pax americana”, così definita dai sostenitori del piano di Trump, mira più a normalizzare la percezione internazionale del conflitto che a risolverlo.
Si tratta, in sostanza, di un’operazione di contenimento: congelare la fase militare più visibile, salvaguardando al contempo le alleanze strategiche, i flussi commerciali e la credibilità di Israele presso i mercati globali.

Ma dietro la retorica della pace si intravede già l’apertura di un nuovo business: la ricostruzione di Gaza, stimata in centinaia di miliardi di dollari e destinata a essere gestita da un consorzio di imprese occidentali e israeliane. Le stesse che, negli ultimi anni, hanno fornito armamenti, droni e tecnologie di sorveglianza impiegate nel conflitto.
Una ricostruzione coloniale, potremmo dire, in cui l’infrastruttura economica della rinascita è affidata ai responsabili della distruzione.

Sul piano politico, la tregua consolida l’impunità dei governi coinvolti.
L’Italia, unica in Europa a non aver riconosciuto lo Stato di Palestina, ha continuato a garantire a Israele supporto militare e intelligence. Nelle ultime settimane il governo Meloni ha inoltre consentito il transito sul proprio spazio aereo di un volo che trasportava Netanyahu, nonostante un mandato internazionale a suo carico.

Non stupisce, dunque, che da più parti la tregua venga letta come un espediente per chiudere il capitolo giudiziario del genocidio, più che per aprirne uno politico di reale riconciliazione.
Gli Stati Uniti, dopo aver armato e sostenuto l’offensiva israeliana, tentano oggi di riassumere il ruolo di mediatori per limitare l’influenza di altri attori regionali – dall’Iran alla Turchia – e ristabilire un equilibrio favorevole ai propri interessi economici e militari.

Ma non c’è pace senza giustizia.
Ogni tentativo di normalizzazione che prescinda dal riconoscimento pieno dei diritti del popolo palestinese rischia di consolidare l’ingiustizia che ha generato il conflitto. Una tregua imposta dall’alto, senza partecipazione dei palestinesi e dei loro rappresentanti, non è un processo di pace: è una sospensione controllata della violenza, utile a chi deve rientrare nei circuiti della finanza internazionale e delle alleanze geopolitiche.

Mentre le cancellerie celebrano la “stabilità ritrovata”, Gaza resta un territorio devastato, con infrastrutture distrutte, sistemi sanitari al collasso e un tessuto sociale annientato.
Si stima che saranno necessari più di trent’anni per restituirle una parvenza di normalità.
La pace, in queste condizioni, non è che un’ipotesi di marketing politico. E dietro il linguaggio rassicurante dei comunicati ufficiali si intravede la stessa logica che da decenni tiene prigioniera la Palestina: il controllo totale delle sue risorse, dei suoi confini, della sua stessa sopravvivenza.

Chi oggi celebra la “normalizzazione” ignora che la tregua è lo strumento perfetto per un genocidio a fuoco lento: per completare la pulizia etnica in Cisgiordania, per consolidare l’occupazione, per cancellare la memoria viva della resistenza.
È la “pace dei vincitori”, quella che impone silenzio e riconoscenza a chi è stato spogliato di tutto.

Per questo non possiamo fermarci.
Le piazze, le scuole, le università, i porti e le fabbriche devono continuare a parlare, a opporsi, a boicottare.
Non ci sarà pace senza giustizia, né giustizia senza che i responsabili — politici, militari ed economici — siano processati per i crimini commessi contro l’umanità.

E soprattutto, non ci sarà futuro se non continueremo a gridare che la pace non si costruisce sopra le macerie di un popolo, ma insieme a chi da quelle macerie ha il diritto di risorgere.


L’autore è il responsabile comunicazione e parte dello Steering Committee di Freedom Flotilla Italia.

CREDITI FOTO: EPA/MICHAEL KAPPELER / POOL – Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani partecipano a un incontro bilaterale durante il vertice internazionale su Gaza a Sharm El-Sheikh, in Egitto, il 13 ottobre 2025.








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