Mentre gli Istituti Culturali Italiani di Tel Aviv e Haifa, insieme alle cineteche israeliane e all’associazione Adama, ospitano dal 18 al 27 maggio il XIII Festival del cinema italiano in Israele, il collettivo Venice4Palestine chiama il mondo della cultura a non rimanere a guardare di fronte “alla decisione di utilizzare il cinema come strumento di diplomazia per silenziare crimini di guerra e contro l’umanità”.
Nella loro lettera, gli artisti e le artiste del collettivo invitano a rifiutare la “normalizzazione culturale” che avviene mentre a Gaza proseguono “genocidio”, “bombardamenti”, “chiusura dei confini” e “degradazione delle condizioni di vita”. Per gli attivisti, infatti, “le opere e le immagini di filmmaker, attrici e attori sono usate, spesso a insaputa di autrici e autori, come strumenti di propaganda”, e finiscono così per “avvalorare la complicità dell’Italia nella normalizzazione dei rapporti con un governo il cui primo ministro è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità”.
Arte e normalizzazione della barbarie
Il punto centrale è che “non deve esserci complicità con uno Stato genocida”. Boicottare per “interrompere ogni forma di complicità con il governo di Israele” e sottrarsi a quelle iniziative culturali che servono a costruire “la propria facciata democratica e liberale fasulla”. Il cinema e la cultura, insiste il collettivo, non sono un terreno neutrale ma “strumenti importantissimi di hasbara”, attraverso cui lo Stato israeliano “sdogana la propria politica coloniale criminale” e cerca di imporsi come soggetto rispettabile sulla scena internazionale.
Nel comunicato si legge che “la forza della parola, della letteratura, delle arti sta nella loro capacità di rompere il silenzio, di restituire dignità a chi viene colpito dalla violenza, di opporsi alla disumanizzazione”. Per questo, aggiungono, “di fronte ai conflitti e alle sofferenze profonde del presente, la cultura e la parola non possono restare neutrali” e occorre “prendere una posizione netta”. Come? Ritirando la propria collaborazione da un dispositivo che usa film, libri e festival per “propagandarsi come Stato democratico”.
Il regista napoletano Mario Martone, già tra i firmatari dello scorso appello al boicottaggio scritto in occasione dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è stato il primo a reagire pubblicamente all’appello del collettivo. Il suo ultimo film “Fuori”, dedicato a Goliarda Sapienza, è nel cartellone del festival israeliano, a sua insaputa. “Sapere che il mio film verrà proiettato in Israele mi mette i brividi”, ha spiegato, chiarendo di non essere stato informato prima della selezione; come lui, non ne sapevano nulla neppure i registi Paolo Sorrentino, Silvio Soldini e Damiano Michieletto, i cui film risultano anch’essi inclusi nel cartellone.
Erri De Luca e la complicità cosciente
Cosciente, invece, e più che convinto della sua scelta di partecipare al prossimo Jerusalem International Writers Festival, è lo scrittore Erri De Luca. A lui è stata rivolta una lettera aperta firmata da Artists for Palestine, BDS Italia e Rete #NOBAVAGLIO, in cui si contesta la sua partecipazione interpretandola, di nuovo, come una forma di “normalizzazione culturale” inaccettabile.
“La tua annunciata partecipazione al Jerusalem International Writers Festival ferisce la comunità internazionale che da anni si batte per la giustizia”, scrive la rete di collettivi, promotrice attiva del boicottaggio culturale. “Questo festival si svolge mentre Israele prosegue la sua aggressione sistematica e dopo quasi tre anni di genocidio ininterrotto e pulizia etnica a Gaza. Scegliere di salire su quel palco significa ignorare – o peggio, non curarsi – della grave implicazione politica, culturale e soprattutto umana che questa decisione comporta. Significa, di fatto, farsi strumento dell’Art Washing che le istituzioni israeliane utilizzano per coprire e ripulire i propri crimini di fronte all’opinione pubblica globale. Una scelta etica differente non solo è necessaria, ma È POSSIBILE. Lo ha dimostrato lo scrittore Premio Nobel John Maxwell Coetzee, che ha rifiutato l’invito per non legittimare un regime coloniale e segregazionista, ed un massacro ancora in corso. Prima di lui, la storia ci ricorda la risoluzione ONU 25/206 del dicembre 1980, che lanciava un forte appello a “scrittori, artisti, musicisti e altre personalità” affinché boicottassero il Sudafrica dell’apartheid, imponendo l’interruzione di qualunque relazione culturale con il regime.
Oggi, centinaia di autori e di editori in Italia e nel mondo stanno rispondendo allo stesso richiamo morale firmando l’appello di Publishers for Palestine. Case editrici come Fazi Editore o Il Pensiero Scientifico, e centinaia di autori come Tomaso Montanari, a cui altri si aggiungono ogni giorno, hanno scelto di interrompere ogni legame con le istituzioni culturali israeliane.”
Sally Rooney e il modo di non essere complici che esiste (a cercarlo)
Fare le cose in modo diverso si può: la scrittrice irlandese Sally Rooney, fra le più note e abnegate nella solidarietà verso il popolo palestinese, da tempo – oltre cinque anni fa – aveva comunicato il suo rifiuto, in nome dei principi del BDS, di legarsi a editori israeliani non conformi ai criteri del movimento, pur difendendo il principio che la sua opera possa circolare in ebraico attraverso un canale editoriale che non sia complice dell’apartheid. Ora ha scelto di far uscire il suo libro “Intermezzo” in ebraico attraverso l’outlet indipendente +972/Local Call e November Books. Un progetto al quale l’autrice e gli editori lavoravano da tempo, da prima del 7 ottobre 2023, e che è stato annunciato pubblicamente proprio oggi, martedì 19 maggio.
“Con questo progetto abbiamo voluto chiarire le linee guida del BDS e rafforzare il movimento in un momento in cui sta vivendo una rapida espansione ma deve anche affrontare una forte repressione. Esso offre inoltre l’occasione per smentire le false impressioni – spesso diffuse in malafede – che l’opinione pubblica israeliana e altri si sono fatti riguardo al movimento di boicottaggio: ovvero che sia ostile, violento e antisemita.”
+972 Magazine/Local Call e November Books sono media israeliani. Agli editori in Israele, il movimento BDS chiede agli editori israeliani di aderire a tre principi sostanziali: la fine dell’occupazione israeliana dei territori conquistati nel 1967, la piena parità di diritti civili per i cittadini palestinesi di Israele e l’attuazione del diritto al ritorno dei palestinesi. Oltre a questo, chiedono di non svolgere attività commerciali negli insediamenti della Cisgiordania né ricevere finanziamenti da enti statali israeliani.
November Books risponde a tutte queste caratteristiche, cosa che ne fa una mosca bianca nel panorama editoriale israeliano: “Quando i membri del Festival della Letteratura Palestinese (PalFest) hanno condotto un’indagine su decine di editori israeliani nel 2024, solo il nostro partner November Books è risultato soddisfare i requisiti”, si legge nell’articolo in cui danno l’annuncio della prossima pubblicazione.
“Di conseguenza, più di 7.000 scrittori da tutto il mondo — tra cui vincitori dei premi Nobel, Booker e Pulitzer — hanno firmato una lettera in cui si chiedeva il boicottaggio dell’industria editoriale israeliana, accettando il quadro del boicottaggio e le sue eccezioni. Questa iniziativa di PalFest, insieme ad anni di lavoro dietro le quinte da parte di +972 e Local Call, ha spianato la strada alla traduzione e alla pubblicazione di “Intermezzo” in ebraico.”


