mercoledì 20/05/2026, 1:19

Nei giorni della Mostra internazionale del cinema di Venezia di quest’anno, Venezia82, il coordinamento di lavoratori e lavoratrici del mondo del cinema italiano Venice4Palestine ha alzato ogni giorno l’attenzione sul genocidio in corso in Palestina ad opera dello Stato di Israele, e sulle complicità del business, compreso dell’industria cinematografica, con la propaganda sionista. La loro presenza tenace e costante ha caratterizzato la Mostra dal primo giorno all’ultimo e ha impedito che ci si potesse dimenticare di ciò che dall’altro lato dello stesso mare, continua ad accadere sotto i nostri occhi. Li abbiamo intervistati.

Si è chiusa da poco una Mostra segnata anche dalla presenza della Palestina, come grande questione umana e politica del nostro tempo. Il vostro collettivo ha alimentato questa presenza e l’ha tradotta in conflitto, nei confronti innanzitutto delle istituzioni che della Mostra sono alla testa. Da quale spinta nasceva la vostra necessità di prendere l’iniziativa? E perché proprio a Venezia, dopo che in questi lunghi mesi altre kermesse altrettanto importanti, come Cannes, non hanno visto particolare azione, nonostante l’assassinio da parte di Israele della giornalista di Gaza Fatma Hassouna, che proprio all’ultimo festival di Cannes avrebbe dovuto essere premiata?

La risposta è in parte contenuta nella domanda: la misura era colma. Come artisti, lavoratori del cinema, semplici cittadini, esseri umani, abbiamo attraversato gli scorsi drammatici mesi con un senso di orrore per le notizie che arrivavano da Gaza ogni giorno più terribili e con una profonda frustrazione per la passività del mondo intorno a noi. A cominciare proprio dal nostro ambiente, quello del cinema e dell’arte, che non era riuscito a trovare una voce per esprimersi, lasciando che troppi festival, troppi eventi si svolgessero come se nulla stesse accadendo. Venice4Palestine è nata da queste urgenze e dalla necessità di rivolgere richieste precise direttamente a destinatari precisi come la Biennale, oltre che ai nostri colleghi, perché precedenti appelli generici, per quanto benintenzionati, avevano purtroppo lasciato pochi segni nei mesi scorsi.

Come valutate abbia risposto, nel complesso, il mondo del cinema e come credete abbia risposto la Mostra? La vostra prima lettera aperta ha ottenuto migliaia di firme in pochissimi giorni. L’impressione è che moltissime persone stessero solo aspettando che qualcuno prendesse l’iniziativa per potersi dichiarare. Al tempo stesso, non c’è il rischio che il gesto tutto sommato gregario del firmare un appello scritto da altri possa celare l’imbarazzo del dover esprimere quello che si pensa con parole proprie? Tanto silenzio prolungato da parte di una ampissima maggioranza del mondo dell’arte e dello spettacolo, dal cinema alla musica e oltre, dà comunque da pensare, se poi basta un appello perché migliaia di persone rispondano a così grande velocità.

La risposta del cinema italiano alla lettera è stata sorprendente. Crediamo ne sia stata apprezzata la frontalità e l’onestà, il nominare finalmente le cose per come sono. Pensiamo che questa lettera abbia dato voce a un sentimento che abitava molti e abbia permesso di rompere questo processo di normalizzazione rispetto al genocidio in atto. Quanto ai riscontri ufficiali degli organi a cui il testo era indirizzato, Giornate degli Autori e SIC hanno in forme diverse mostrato subito solidarietà e proposto possibilità di collaborazione. Con GdA – al cui interno è stata presentata anche la pellicola documentario su Gaza Qui vit encore di cui abbiamo parlato con il regista Nicolas Wadimoff, ndr – si sono condivise molte iniziative che abbiamo sposato e supportato, come la vela coi colori palestinesi issata sulla barca Edipo Re e l’incontro con Sepideh Farsi. Gli stessi autori, attori, professionisti con i film in Concorso o nelle sezioni parallele hanno riempito la Mostra di parole e simboli importanti, è un segno inequivocabile dell’urgenza della questione che abbiamo posto. Dalla Biennale invece non c’è stata una risposta diretta. L’invito a Don Nandino Capovilla a intervenire alla serata di pre-apertura è stato un segnale importante, che però non si è purtroppo concretizzato in iniziative condivise.

Nella vostra seconda lettera rivolta alla Mostra scrivete: “Ci chiediamo come si possa rendere omaggio a figure come Gerard Butler e Gal Gadot, protagonisti di un film fuori concorso, che sostengono ideologicamente e materialmente la condotta politica e militare di Israele?”. Una frase che molti hanno ritenuto una richiesta di esclusione esplicita dei due attori dalla Mostra e dal red carpet. Era questo che davvero volevate ottenere?

È singolare che si sia parlato di censura rispetto a quanto abbiamo chiesto: censura è impedire, come avviene in molte parti d’Europa, di scendere in piazza con i simboli della Palestina e reprimere con la violenza chi solidarizza con un popolo massacrato. In quel comunicato abbiamo espresso l’inaccettabilità che in un momento come questo la Mostra desse la possibilità di sfilare sotto i flash dei fotografi a chi ha dato sostegno a un genocidio che intanto prosegue indisturbato. Perché non dovrebbero essere tenute in considerazione le posizioni e le azioni di rilevanza pubblica e politica di artisti forti di una grande influenza mediatica? Avere sul tappeto rosso gli ambasciatori culturali di un governo genocida non rende certamente la Mostra un luogo neutro di dialogo, come auspicato dall’obliqua risposta della Biennale, anzi, normalizza il genocidio stesso senza creare alcuna occasione di vero confronto. Come dice Francesca Albanese, non serve a nulla confrontarsi individualmente con i sostenitori di un governo criminale e del suo esercito, ma negare loro i palcoscenici da cui promuovere le istanze che loro sostengono lancia un segnale forte a tutto il mondo.

Non pensate che, se dovessimo davvero misurare la connivenza con il genocidio dei tanti protagonisti della Mostra di quest’anno, sarebbero forse molto più di due le persone che troveremmo responsabili di reale complicità, al di là della nazionalità o appartenenza religiosa di ognuna? Fra le persone che alcuni si sarebbero aspettati nominaste, per esempio, c’è l’attrice Mayim Bialik – co-protagonista del film Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’Oro – dichiaratamente sionista e sostenitrice di Israele.

Nel nostro comunicato abbiamo chiesto alla Biennale di ritirare l’invito a qualsiasi artista che avesse mostrato pubblicamente il proprio sostegno alla politica genocida di Israele, non solo alle due star hollywoodiane. Una richiesta basata sui fatti e non certo sull’etnia, sulla nazionalità o sulla religione dei personaggi in questione (oltretutto Butler è scozzese…). E i fatti sono che esistono numerose fonti che documentano l’attivismo di Butler e Gadot sia dal punto di vista del sostegno materiale che ideologico. La nostra richiesta ovviamente aveva anche un valore simbolico vista la loro enorme popolarità mondiale, che quindi fornisce alle loro posizioni una risonanza molto più vasta e di maggiore impatto. Non è una forma di censura ma di boicottaggio culturale. Questo è stato chiarito anche nel corso dell’incontro che abbiamo organizzato a Venezia con gli attivisti di BDS Eyal Sivan, regista e attivista israeliano antisionista, e Jacopo Crovella, attore, che hanno spiegato anche come Israele usa la cultura e l’arte come forma di propaganda per mascherare il genocidio a Gaza, il regime di colonialismo, apartheid e occupazione militare. Hanno programmi di ambasciatori culturali in giro per il mondo, usando il maggior numero possibile di piattaforme pubbliche, dalla partecipazione all’Eurovision, ai campionati dicalcio, ai festival cinematografici, per ripulire l’immagine di Israele all’estero. È la hasbara, la macchina della propaganda sionista che Bds prova a smascherare da anni.

Una contestazione aperta a Gadot e Butler, magari al grido di “Palestina libera”, non sarebbe stata più efficace della loro assenza? Pensate sia stato ottenuto un risultato positivo con la loro assenza dal red carpet, e perché? La giornalista Francesca Mannocchi ha detto che la vostra iniziativa si può leggere come un tentativo da parte della società civile di compensare l’inazione, in termini di sanzioni ed esclusioni, da parte delle istituzioni governative internazionali. È così che l’avevate concepita?

Certamente. L’eco mediatica mondiale ottenuta dalla nostra iniziativa, anche grazie a quella richiesta, ha avuto l’effetto di riportare non solo la lotta del popolo palestinese al centro della discussione pubblica del festival e del mondo della cultura, ma anche una riflessione sul ruolo dell’artista e dell’arte in tempi come questi e soprattutto ha favorito una maggiore consapevolezza della differenza fra censura e boicottaggio. Noi che non siamo in posizioni di potere non abbiamo il potere di censurare; quello ce l’ha chi continua a reprimere il dissenso che scende quotidianamente nelle piazze. Il boicottaggio invece è una delle forme storiche di protesta non violenta e di resistenza che parte dal basso contro l’abuso perpetrato da un potere sanguinoso e spietato, come ci insegna l’esperienza del boicottaggio culturale nei confronti dell’apartheid in Sudafrica. L’apartheid sudafricano ha cominciato a cedere quando il sentimento popolare mondiale è stato penetrato dalla consapevolezza di quello che stava avvenendo in quel Paese. Questo grazie ad artisti che con le loro opere nella musica, nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nelle arti visive hanno diffuso questa consapevolezza; attraverso il loro rifiuto di intrattenere qualunque forma di collaborazione culturale e artistica con il Sudafrica; ma soprattutto con il boicottaggio da parte del pubblico di quegli artisti che invece non avevano nessun problema ad andare ad esibirsi in uno stato di apartheid. È solo quando queste misure sono state implementate che l’apartheid in Sudafrica è crollato. Il leader palestinese e prigioniero politico Omar Barghouti, fondatore ideale del movimento BDS, lo dice molto chiaramente quando cita il vescovo Tutu: “Non mi interessa raccogliere le briciole di compassione lanciate dalla tavola di chi si considera mio padrone. Voglio l’intero menù dei diritti.”

Dalla lettera dei lavoratori del cinema contro MUBI o quella degli artisti che hanno dichiarato di non voler più collaborare con istituzioni cinematografiche israeliane, fino alla richiesta di boicottaggio di piattaforme come Netflix, per la cancellazione delle produzioni palestinesi, o di Amazon Prime per la complicità di Amazon con le politiche di Israele, sempre più movimenti sindacali e di disobbedienza civile prendono l’iniziativa, ma tanti altri professionisti rimangono silenti, mentre quei pochi che prendono la parola fanno scalpore proprio perché sono in pochi. Ritenete che ci sia paura di perdere il lavoro alla base di tanto silenzio che persiste nel mondo del cinema, specialmente hollywoodiano, sul genocidio palestinese? Quali sono i condizionamenti che agiscono?

È una domanda interessante che fa capire come il sistema della presenza del governo israeliano complice del genocidio, e delle sue lobby, sia insito in molti settori produttivi/industriali e quindi anche nel cinema. Crediamo che ragionare su forme di boicottaggio possa aprire gli occhi davanti a queste presenze. Nella nostra seconda lettera, infatti, oltre al riferimento a tutti gli artisti complici del regime israeliano, facevamo anche una richiesta chiarissima rispetto ai fornitori della Mostra e ai contratti in essere. Il lato economico e l’influenza delle lobby è un punto importante, crediamo che la Biennale debba impegnarsi a ridiscutere tali accordi stretti con chi è complice del genocidio.

Tanti fra coloro che erano presenti al Lido durante i giorni della Mostra hanno avuto la sensazione che la proiezione del film The Voice of Hind Rajab segnasse un prima e un dopo. Non solo per la potenza del messaggio, ma per la qualità cinematografica altissima del lavoro di Kaouther Ben Hania, che ha realizzato, almeno ad avviso nostro, un capolavoro neorealista di questo tempo storico. Come interpretate il fatto che abbia vinto il Leone d’argento, e non quello d’Oro come in tanti si aspettavano?

Forse i premi non incidono nel complesso della tragedia in corso. I meriti artistici di un film possono essere opinabili tanto quanto i verdetti delle giurie: se The Voice of Hind Rajab avesse vinto il Leone d’oro qualcuno avrebbe parlato di “Leone politico”. Ci preme sottolineare che sì, il film di Ben Hania ha segnato effettivamente un punto di non ritorno in questa Venezia 82, la presentazione ufficiale del film è stata uno spartiacque che è difficile dimenticare: la commozione e l’emozione collettiva sono ricordi che ci porteremo dietro a lungo. La bandiera palestinese sdoganata in Sala Grande e sventolata sia dal pubblico che dalla delegazione del film ha segnato una linea di demarcazione fondamentale che ha convinto molte persone, anche quelle che inizialmente erano più diffidenti e reticenti riguardo la nostra iniziativa e l’urgenza stessa di portare la Palestina nel cuore del festival.

Credete che la vittoria di Jim Jarmusch sia stata a sua volta dovuta a ragioni politiche? La sua pellicola è prodotta proprio da MUBI, una delle compagnie più sotto i riflettori in questo momento per la sua complicità con Israele. Anche il film di Sorrentino è prodotto da società che fanno affari con Israele. Che idea vi siete fatti delle loro reazioni alle questioni che gli sono state poste? Jarmusch, che è vicino alla causa palestinese, ha dichiarato al manifesto che la notizia dell’accordo con Sequoia per produrre il suo film lo aveva “colpito e molto deluso”. Ha anche dato a intendere che non conoscesse, prima del film, l’attrice Mayim Bialik, quasi come se si fosse trattato di una scelta della produzione e non sua. Che idea vi siete fatti di queste sue dichiarazioni?

L’aumento della consapevolezza rispetto a quanto sta avvenendo, la diffusione di informazioni finalmente corrette e rispondenti alla verità sulle pratiche politiche, culturali, militari e finanziarie di Israele, sono i più grandi risultati che il mondo si porta in dote da questa Venezia 82. Molte cose stanno avvenendo e a grande velocità: le attitudini di singoli artisti, di festival, di società di produzione stanno cambiando, si moltiplicano le campagne che richiamano al boicottaggio e alla vigilanza, mentre la Flotilla salpa per Gaza. C’è ancora tanto da fare ma qualcosa si è smosso. Forse lo stesso Jarmusch, se partisse con un nuovo film oggi, lo farebbe con una consapevolezza diversa. Bisogna anche aggiungere che lo stesso regista americano ha comunque rilasciato dichiarazioni inequivocabili rispetto al genocidio in atto nonostante il suo film sia distribuito e prodotto da Mubi. Insomma non si è mostrato pavido nel suo prendere posizione e, a festival finito, ha anche dichiarato di non voler distribuire il film in Israele. Ricordiamo poi che nel suo film è presente anche anche Indya Moore, attrice molto impegnata nella causa palestinese. Sul tema dobbiamo ricordare il già citato pledge di Filmworkers for Palestine: il fondamentale “Film Workers Pledge To End Complicity”, un impegno firmato anche da centinaia di star di Hollywood a non essere coinvolti-complici con il Governo di Israele. Filmworkers for Palestine rappresenta una sponda importantissima in questo senso e in questo momento: sta facendo un grande lavoro didattico per aiutare ogni lavoratore del settore a essere più consapevole e rivolgere le giuste ricerche e domande prima di firmare ogni contratto. Sostenere il loro lavoro significa anche disporre di più strumenti per agire in modo più consapevole e chiaro.

Il direttore della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha dato spazio in apertura a don Nandino Capovilla, e in chiusura al cardinale Pizzaballa. Ha dimostrato una vicinanza al popolo palestinese forse superiore a quella che ci si sarebbe attesi. Eppure, l’impressione finale in conclusione della Mostra è che, a premiazioni fatte, dalla giuria del concorso principale fino alla direzione artistica sia mancato il coraggio di un posizionamento all’altezza della gravità della situazione, e che, al contrario, verso le espressioni di dissenso e schieramento che si sono susseguite ci sia stata poca tolleranza e simpatia. Che idea vi siete fatti su questo? E come credete che abbia risposto invece la città di Venezia, nel complesso, fra cittadinanza e istituzioni, alle vostre iniziative?

Partiamo dall’ultima domanda, non abbiamo dubbi nel dire che la città di Venezia ha risposto in modo straordinario con la manifestazione del 30 agosto, organizzata da centri sociali e associazionismo più vario: 10.000 persone che hanno manifestato in un corteo pacifico, pieno di parole giuste e unito contro il silenzio dei molti. Un numero di presenze che ha enormemente superato le aspettative e che testimonia un consenso popolare a sostegno del popolo palestinese. La Biennale d’altro canto non ha accettato un vero dialogo con Venice4Palestine, non ha mai affrontato il conflitto che portavamo in seno al festival e non ha mai preso in considerazione le istanze che la nostra lettera aperta rappresentava. Ha scelto, invece, durante le due cerimonie, le strade più semplici, ma che rappresentavano solo una parte delle istanze che il collettivo presentava. A proposito, sottolineiamo con un po’ di sorpresa che un organo come la Biennale, cioè statale e quindi laico, nel 2025 abbia scelto di ospitare due rispettabilissimi uomini di Chiesa per dire qualcosa sul genocidio in corso. Crediamo sia un fatto significativo, al tempo stesso riteniamo sia stato poco coraggioso non avere espresso quel pensiero in prima persona. Crediamo anche che una società che non riesce ad accogliere al suo interno uno spazio di dialettica e conflitto diventa una società molto pericolosa. La complessità va persa e i concetti, mai realmente rinnovati, diventano caverne buie dentro cui rintanarsi senza mai accedere all’altro. Dissenso e conflitto sono necessari affinché ci sia confronto, ma è necessario prima che il terreno venga liberato dalla mistificazione e/o dall’omissione: qui a Venezia c’è stato un primo e fondamentale campo di fruttuoso conflitto ed è solo da qui che possiamo partire.


CREDITI FOTO: Isola Edipo

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