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Tre università costruite prima che Israele esistesse. Il Technion di Haifa risale al 1924, l’Istituto Weizmann di Rehovot al 1934, l’Università Ebraica al 1918. Tutte e tre nacquero nell’orbita del movimento sionista per rispondere a esigenze, come formare una nuova identità collettiva, sviluppare capacità scientifiche e radicare una presenza ebraica nella Palestina storica. Sul monte Scopus la sede dell’Università Ebraica venne scelta con lucida premeditazione. Dominava Gerusalemme e ne sanciva, in forme architettoniche prima ancora che politiche, la rivendicazione territoriale.
The story of a project
The Zionist leaders had openly identified one's own business nella colonizzazione della Palestina. L’obiettivo era building a Jewish majority capace di sostenere uno stato ebraico nella Palestina storica, e le parole usate all’epoca erano esplicite quanto le intenzioni. Per raggiungerlo occorreva soppiantare chi già abitava quella terra. Il dominio sul territorio coincideva col dominio sulla vita. Il colonialismo di insediamento si prolungava nel tempo, si ramificava nelle istituzioni e faceva diventare la violenza iniziale amministrazione. I palestinesi erano di intralcio, e la cacciata dei nativi un process continuo per espropriazione graduale e insediamento progressivo, anziché un singolo evento storico circoscritto.
L’espropriazione pianificata dei palestinesi procedette per decenni seguendo questa direzione, prima che il 1948 ne accelerasse la tendenza con l’espulsione di massa che i palestinesi chiamano Nakba, catastrofe. Una volta fondato lo stato, il governo israeliano adottò Judaization per descrivere il programma di controllo demografico e territoriale che avrebbe condizionato le scelte pubbliche nei decenni a venire. Mantenere la superiorità demografica ebraica e distribuire la popolazione in modo da indebolire le rivendicazioni palestinesi sulla terra divenne obiettivo esplicito della politica statale.
Le Università come elemento cruciale del piano sionista
Le università were a determining factor di un piano che affiorava proprio nel periodo pre-statale. Alla vigilia della guerra del 1948, l’Haganah, la principale milizia sionista, istituì un’unità scientifica con una base in ciascuno dei tre campus già esistenti. Docenti e students svilupparono e fabbricarono armi. Attrezzature, competenze e spazi accademici servirono direttamente le operazioni militari che portarono all’espulsione di massa dei palestinesi. Con la fondazione dello stato, il Technion e l’Istituto Weizmann divennero il pilastro delle capacità scientifico-militari israeliane. Rafael e Israel Aerospace Industries, tra i principali produttori di armamenti del paese, sono il risultato delle infrastrutture create da quegli istituti.
Nei primi due decenni dello stato il rapporto tra accademia e governo si consolidò ulteriormente. Eminenti accademici si allinearono con i leader politici, sostenendo attivamente il consolidamento del controllo israeliano sull’intero territorio. Alla fine degli anni Sessanta il programma di giudaizzazione it had expanded su più fronti, e con esso la rete universitaria chiamata a sostenerlo. Nuove università vennero fondate nei punti strategicamente più rilevanti, concepite anche come avamposti del progetto demografico su scala regionale. L’Università di Haifa ottenne il pieno accreditamento nel 1972, nella Galilea a maggioranza palestinese. Lo stesso anno sorse l’Università Ben-Gurion nel Naqab, la regione con la più bassa concentrazione di popolazione ebraica israeliana. Tutte le sedi furono progettate per funzionare da centro propulsivo dell’ingegneria demografica regionale, promuovendo l’espulsione dei palestinesi e l’espansione degli insediamenti ebraici.
In 1967, the occupation became ingrained in the DNA of Israeli universities, which contributed to the permanent settlement of Jewish communities in the occupied territories through land annexations. The Hebrew University expanded its campus on Mount Scopus in occupied East Jerusalem. Ariel University, in the West Bank, received full accreditation in 2012. Governing a mixed population—composed of Jewish citizens, Palestinians with limited civil rights, and Palestinians under occupation—required specific, ever-expanding knowledge. Disciplines such as archaeology, legal studies, and Middle Eastern studies were put to use in the production of knowledge that served the Israeli state and its regime in the occupied territories, while simultaneously expanding their own academic fields.
Ciò che veniva studiato e insegnato seguì le priorità del governo e dell’esercito. Le università progettarono corsi di laurea su misura per addestrare soldati e forze di sicurezza, con la ricerca applicata al settore militare a fondamento dei programmi. Lo sviluppo dell’istruzione superiore israeliana rimase legato all’ascesa dell’industria degli armamenti, che le università continuano a rinnovare. Oggi collaborano con il comparto bellico nello sviluppo di tecnologie impiegate nei territori occupati, poi esportate sul mercato International with the status of battle-proven technologies.

Filosofi, giuristi e guerra dentro le università israeliane
Nel 2002 una commissione di accademici e avvocati militari israeliani si riunì per stabilire quanti civili palestinesi fosse eticamente accettabile uccidere nel tentativo di assassinare un palestinese considerato da Israele come un miliziano, pur di salvare la vita di un solo cittadino israeliano. Le risposte dei commissari variarono da zero a quanto basta. The average calculated by the commission was 3.14 Palestinian civilians for every militiaman.. Quella commissione era il coronamento di un percorso accademico e di studio durato almeno un decennio. Sopra tutti spiccava il professor Asa Kasher dell’Università di Tel Aviv, eticista di fama, che si era affermato come accademico al servizio dello stato nel 1994 collaborando alla stesura del Codice etico dell’esercito israeliano. Quando il codice fu aggiornato, Kasher venne affiancato da filosofi e giuristi provenienti da diverse università israeliane. Il documento rivisto, intitolato Ruach Tsahal, “spirito delle Forze di Difesa Israeliane”, fu adottato ufficialmente dall’esercito come summa dei valori fondanti e guida etica per comandanti e soldati, corredato di modalità di attuazione. Fu da lì che Kasher avviò una lunga collaborazione con il maggior generale Amos Yadlin per fornire all’esercito un manuale etico operativo. Nel 2001 il Dipartimento di diritto internazionale dell’esercito aveva già emesso un parere legale che definiva i limiti di la nuova politica israeliana degli omicidi selettivi. La commissione del 2002 arrivò come naturale prosecuzione.
Come osserva Maya Wind, antropologa e autrice israeliana che ha studiato a lungo il militarismo e il ruolo delle università israeliane rispetto all’occupazione palestinese, Kasher incarna uno dei casi più lampanti di accademico strutturalmente integrato nell’apparato statale, espressione di una tendenza ben più diffusa. Negli ultimi vent’anni i dipartimenti di giurisprudenza delle università israeliane hanno messo competenze e ricerca al servizio dell’esercito e degli apparati di sicurezza, mettendo a punto interpretazioni giuridiche pensate per coprire operazioni militari altrimenti difficili da giustificare. Gli studiosi di etica dei dipartimenti di filosofia hanno fatto da contraltare, confezionando giustificazioni morali alle politiche e alle operazioni militari sia durante il loro svolgimento sia una volta concluse, spesso in concomitanza con le indagini internazionali che ne sono seguite.
L’apparato giuridico costruito in questi anni consente di legittimare omicidi extragiudiziali, torture e uso sproporzionato della forza contro popolazioni civili. Le dottrine ritagliate su misura da accademici e giuristi militari israeliani hanno alterato categorie del diritto internazionale umanitario, e lo hanno fatto a partire da un tornante storico. Con la Seconda Intifada, iniziata nel 2000, la repressione militare dei manifestanti e degli insorti suscitò l’allarme della comunità internazionale su Israele. Il governo israeliano reagì sostenendo che l’uso della forza contro i palestinesi era da considerarsi alla stregua di una forma inedita di guerra, esentata dai codici esistenti. La tesi era quella di un conflitto armato senza guerra, una situazione sui generis alla quale le leggi vigenti in materia di conflitti armati risultavano inapplicabili. Quelle interpretazioni, congegnate appositamente per eludere gli schemi normativi internazionali, finirono nel tempo per modificarli, circolando oltre i confini del paese fino a corrompere gli stessi parametri con cui la comunità internazionale valuta le condotte belliche.
L’uniforme in aula
Più recentemente e in ambiti esplicitamente bellici, pochi mesi prima dell’offensiva israeliana su Gaza, nel luglio 2023 l’Università di Tel Aviv annunciò di essersi aggiudicata la gara d’appalto del Ministero della difesa per ospitare il corso di laurea Erez, programma riservato agli ufficiali delle unità di combattimento. La doppia laurea prevede un curriculum accademico incentrato su aree di interesse militare, abbinato a discipline umanistiche, scienze sociali, economia o ingegneria. Addestramento militare e formazione accademica si integrano lungo tutto il percorso per fare dei cadetti combattenti d’élite. Laurea con lode, fucile e occupazione. Tutto in un unico ciclo di studi, con tirocinio sul campo. Letteralmente.
A corredo del prestigio e del finanziamento statale c’è un contratto di quaranta pagine che fissa le condizioni dell’accordo. I soldati frequenteranno i corsi in uniforme e potranno portare con sé le armi in dotazione all’interno del campus. Seguiranno la maggior parte delle lezioni insieme agli studenti civili, con l’eccezione dei corsi non accademici tenuti da personale militare di alto profilo, riconosciuti comunque come crediti validi ai fini della laurea. Per i corsi frequentati da soldati e civili insieme, il Ministero della difesa ha indicato un elenco di tematiche da inserire nel programma, tra cui pensiero strategico e sicurezza nazionale. I docenti sono tenuti a segnalare all’esercito eventuali problemi di sicurezza e ad attenersi alle restrizioni militari. Il testo dell’accordo è esplicito nel prevedere che l’università si impegni a garantire l’astensione del personale accademico da dichiarazioni lesive nei confronti dei soldati delle Forze di difesa che frequentano l’ateneo, tanto riguardo al loro servizio militare quanto al fatto di indossare l’uniforme, impegno che il medesimo accordo definisce come essenziale.
L’Università di Tel Aviv è un caso tra i più documentati, ma il fenomeno è generalizzato, perché nei territori sotto controllo israeliano i campus universitari non sono mai stati spazi distinti dal compartimento militare. Le università israeliane sono vere e proprie estensioni dell’establishment militare, incorporate in un sistema statale che sostiene e perpetua l’occupazione. Gli ufficiali che completano programmi come Erez escono dai campus con una laurea e un addestramento militare, pronti a imporre il dominio israeliano su milioni di palestinesi, compresi studenti universitari.
Western collaborations
Looking beyond Israel's borders, Columbia University descrive l’Università di Tel Aviv quale un’istituzione che condivide l’incrollabile spirito di apertura e innovazione della metropoli israeliana, con una vita universitaria contraddistinta da dinamismo e pluralismo. Lo ha fatto nel 2020, pubblicizzando la doppia laurea appena avviata con l’ateneo israeliano, presentata a titolo di unico percorso di studi che Columbia propone nell’intera regione mediorientale.
Da decenni le istituzioni europee e nordamericane intrattengono con le università israeliane collaborazioni di ricerca e programmi congiunti che spesso sono le uniche partnership del genere in tutto il Medio Oriente. La libertà accademica israeliana è stata assunta come dato, raramente come oggetto di verifica.
The Cornell case is one of the most well-documented. It dates back to 2011, when Cornell University, one of the eight private universities that make up the U.S. Ivy League, and the Technion in Haifa won a competition launched by the City of New York to build a campus for applied sciences on Roosevelt Island. This led to the creation of the Joan and Irwin Jacobs Technion-Cornell Institute, funded by a $133 million donation from the founder of Qualcomm. The program offers dual master’s degrees in Connective Media, Health Tech, and Urban Tech and has incubated over 100 deep-tech startups. In March 2026, Cornell President Michael Kotlikoff rejected a student resolution calling for an end to the partnership, stating that the Technion is one of the university’s 159 international partners and that singling out a single partner on political grounds would be incompatible with academic freedom.
Inside Europe, however, the network of cooperation around Horizon Europe continua a coinvolgere istituzioni israeliane nei programmi di ricerca dell’Unione. Nel 2021 Israele ha aderito come paese associato al programma che gli ha destinato 1,11 miliardi di euro di fondi europei per imprese, università ed enti pubblici, distribuiti su 921 progetti che coinvolgono 231 beneficiari. Tra questi troviamo società strettamente connesse all’esercito israeliano. La relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha definito questo sistema un canale che facilita collaborazione scientifica con istituzioni accusate di complicità nell’occupazione e nell’apartheid. Israel Aerospace Industries, che produce droni e componenti per caccia F-35, partecipa infatti a progetti finanziati da Horizon Europe insieme ad atenei israeliani e imprese europee.
Quanto all’Italia, da noi certe collaborazioni vengono servite con l’eleganza del buffet nei convegni universitari. I rapporti strutturali con il sistema accademico israeliano coprono settori che vanno dall’ingegneria all’aerospazio, dalla cybersecurity alla ricerca dual use. Il Politecnico di Torino ha firmato nel 2013 un accordo con il Technion e l’Università di Torino per favorire scambi di studenti, docenti e ricercatori e la partecipazione congiunta a bandi internazionali. Quella collaborazione rientrava in un percorso già avviato nei primi anni Duemila, quando il Politecnico aveva preso parte al progetto europeo CAPECON, coordinato da Israel Aerospace Industries e dedicato allo sviluppo di velivoli senza pilota. Nel programma comparivano il Technion, aziende aerospaziali europee e gruppi legati all’industria militare israeliana come Tadiran. Negli anni successivi i rapporti sono cresciuti attorno a ricerca aerospaziale, intelligenza artificiale e nuove tecnologie, coinvolgendo il Politecnico in reti industriali e scientifiche insieme a Leonardo, Avio Aero e TIM.
Quanto all’Italia, da noi certe collaborazioni vengono servite con l’eleganza del buffet nei convegni universitari.
The Politecnico di Milano has started Collaborations con il Technion all’interno di programmi europei dedicati a elettronica, robotica e innovazione tecnologica. La Bocconi mantiene accordi di scambio con la Faculty of Law della Tel Aviv University. L’Università degli Studi di Milano aveva rapporti con Ariel University, ateneo costruito all’interno di una colonia israeliana in Cisgiordania occupata.
Protest movements and unrest
Dopo il 7 ottobre 2023 le proteste hanno reso inaggirabile il dibattito, portando studenti, ricercatori e personale tecnico a chiedere la sospensione dei rapporti con gli atenei israeliani accusati di essere integrati nel sistema militare e tecnologico di uno stato impegnato in un genocidio nella Striscia di Gaza, di fronte a cui le istituzioni italiane hanno risposto in modo disomogeneo. L’Università degli Studi di Milano ha formalizzato l’interruzione dei rapporti con Ariel University nel dicembre 2023, a conclusione di un’istruttoria avviata nel 2022. L’Università di Palermo He/She/It has suspended the Erasmus project e gli accordi futuri con atenei israeliani. L’Università di Cagliari ha inizialmente motion rejected che chiedeva il recesso da tutti gli accordi esistenti, salvo poi fare marcia indietro. L’Università di Torino He/She has decided to withdraw from the MAECI 2024 scholarship. for scientific cooperation with Israel, clarifying that this was a choice related to a single call for proposals. The Polytechnic University of Turin has Confirmed instead their own participation. Bocconi, however, maintains its exchange programmes with Tel Aviv University, which continues to feature among the universities partner sul sito dell’università.
Contrariamente a quanto accaduto in Italia, altrove in Europa le risposte sono state più categoriche, come dimostra l’Università di Granada che nel maggio 2024 ha approvato la sospensione della mobilità Erasmus con atenei israeliani e l’interruzione degli accordi con Bar-Ilan e Tel Aviv per corsi estivi. Un tribunale amministrativo ha poi sospeso parzialmente la decisione, limitatamente ai consorzi di ricerca promossi dalla Commissione Europea, mentre le altre misure sono rimaste in vigore. L’Université Libre de Bruxelles ha annunciato la suspension di tutti gli accordi e progetti di ricerca con università israeliane fino a un impegno esplicito di rispetto della decisione della Corte Internazionale di Giustizia. L’Università di Anversa ha informato gli studenti che le future cooperazioni sarebbero state interrotte, e i progetti in corso sarebbero stati completati ma sottoposti a revisione etica. Il Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza ha chiuso immediatamente l’accordo con Bar-Ilan, citando le violazioni del diritto internazionale a Gaza. Nei Paesi Bassi il Netherlands Institute for Advanced Studies ha vietato nel giugno 2024 i viaggi professionali dei propri dipendenti in Israele e Stuck l’accettazione di finanziamenti bilaterali dallo stato israeliano. In Canada diversi sindacati e associazioni di facoltà hanno votato a favore del boicottaggio, tra cui University of Montreal, Wilfrid Laurier University, Renison University College, Emily Carr University, University of Saskatchewan e Toronto Metropolitan University.
Research collaborations of all kinds, linked to Israel, have come under fire in public disputes, dragging university administrations and research centres into the vortex of a conflict that is now also affecting the Western academic world.
Il BDS contro le università israeliane
Behind this pressure lies a movement that began way back in 2004 with PACBI, the Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel. A year later, 170 organizations from Palestinian civil society launched the BDS call, inspired by the boycott of South African apartheid. The 2014 guidelines unequivocally state that the boycott is directed against institutions, sparing individuals. It extends to events, agreements, and joint projects until Israeli universities recognize the rights of the Palestinian people and end all complicity in violations of international law.
Il ragionamento che sorregge questa posizione si basa sull’evidenza che le università israeliane mettono conoscenza al servizio dell’esercito, formano i suoi ufficiali, sviluppano tecnologie impiegate nei territori occupati e forniscono giustificazioni giuridiche e morali alla violenza di stato. Collaborare con loro costituisce una forma di approvazione di questa funzione. Le istituzioni che beneficiano di un sistema di dominio, sostengono i promotori del BDS, hanno scarse ragioni per rivendicare la normalità accademica trattandola come un privilegio scontato.
European and North American countries treat Iran or China as adversaries or troublesome competitors. The relationship with Israel is fundamentally different, because funding, weapons, diplomatic cover, and military alliances are guaranteed to a country that denies fundamental rights to millions of people, and boycotting Israel means putting an end to this complicity rather than imposing a generic sanction.
Anche l’immancabile accusa di antisemitismo arriva con la puntualità delle tasse più salate, ma le linee guida del PACBI distinguono la critica allo stato israeliano dall’ostilità verso gli ebrei, rivolgendosi contro le istituzioni che partecipano alla violenza governativa e risparmiando i singoli. Tra i sostenitori figurano ebrei antisionisti, accademici israeliani dissidenti e intellettuali che rifiutano l’identificazione tra stato di Israele e popolo ebraico. Sovrapporre le due cose, notano, serve a proteggere un regime piuttosto che una comunità.
Eppure, nonostante anni di campagne, proteste e pressioni internazionali, il boicottaggio accademico rimane ancora lontano dall’avere effetti strutturali. Uno studio del 2024 sull’academic boycott 2023-2024 conclude che le misure adottate hanno natura compromissoria, ma manca una rottura radicale. Le università israeliane continuano a partecipare a programmi europei, a pubblicare su riviste internazionali e a ricevere finanziamenti da fondi comunitari, per cui l’interruzione degli accordi bilaterali determina un isolamento parziale.
Ciò accade perché molte università hanno perfezionato l’arte di scrivere verbosi comunicati sulla pace e tenere convegni sul diritto internazionale, salvo poi firmare accordi con chi quel diritto lo ignora da decenni. Usano la stessa abilità del fumatore che fa il medico del reparto oncologico. Del rettore che parla di diritti umani al mattino e firma accordi con l’esercito israeliano al pomeriggio. Per molto tempo è bastato infilare tutto dentro la parola “ricerca” e nessuno faceva troppe domande. Del resto, con un PowerPoint abbastanza elegante perfino la guerra riesce a sembrare innovazione tecnologica. La novità è che il gregge degli ingenui si è sfoltito e qualcuno ha iniziato a seguire il filo che unisce gli slogan ai finanziamenti.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.
Photo credits: Wikimedia Commons


2 Comments
La ringrazio per l’interessante articolo. Voglio però osservare che da una forse superficiale lettura potrebbe apparire che tutta la ricerca di alto livello sviluppata negli atenei dello stato di Israele sia solo funzionale ad un progetto politico. Questo è palesemente falso. Per cominciare per una ragione intrinseca: fortunatamente esiste ancora ricerca solo speculativa, basti pensare a quella in matematica fondamentale. Implicitamente spesso si ritiene che il sapere fine a se stesso non sia o non debba essere più di questo mondo. Crederlo o implicitamente avvalorarlo è perfettamente funzionale al sistema economico dominante.
Segnalo eccellenze mondiali in ricerca fondamentale in Israele, l’Einstein Institute of Mathematics solo per fare uno dei tanti esempi. Credo che sia ben difficile sostenere che la ricerca che vi si sviluppa sia finalizzata a qualsivoglia progetto politico o che segua le priorità del governo dello stato di Israele.
Resta vero che solo una minoranza (seppure non trascurabile) di accademici israeliani prende posizione netta e pubblica contro l’orrore. Questo evidentemente è un fenomeno generale e complesso che esula dal contesto accademico e coinvolge tutto il popolo ebraico, compreso quello della diaspora.
Per quanto riguarda poi il boicottaggio accademico (sul quale avevo e continuo ad avere perplessità), metterlo in diretta relazione solo col legame tra accademia e governo suprematista è riduttivo, fuorviante e forse controproducente per chi lo propone. A mio avviso l’argomento forte per sostenerlo è che il boicottaggio deve costringere gli accademici, che spesso vivono piacevolmente nel loro splendido isolamento, a dover prendere posizione.
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