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Con una decisione quasi unanime, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito ieri che , in quanto potenza occupante e Stato membro delle Nazioni Unite, ha l’obbligo legale di accettare e facilitare con tutti i mezzi a sua disposizione le operazioni di soccorso nel Territorio Palestinese Occupato (TPO), in particolar modo a Gaza. Il parere consultivo, richiesto con urgenza dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 79/232 del 19 dicembre 2024, chiarisce e ribadisce la portata degli obblighi che già incombono sullo Stato di Israele rispondendo al seguente quesito:

“Quali sono gli obblighi di Israele, in quanto potenza occupante e in quanto membro delle Nazioni Unite, in relazione alla presenza e alle attività delle Nazioni Unite, incluse le sue agenzie e i suoi organi, di altre organizzazioni internazionali e di Stati terzi, nei e in relazione al Territorio Palestinese Occupato, incluso l’obbligo di garantire e facilitare la fornitura senza ostacoli delle forniture urgentemente necessarie e indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile palestinese, nonché dei servizi di base e dell’assistenza umanitaria e allo sviluppo, a beneficio della popolazione civile palestinese e a sostegno del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione?”

Nel parere consultivo della CIG, emesso il 22 ottobre 2025 e disponibile qui, la maggior parte del testo è dedicato al contesto, all’analisi giuridica e alle motivazioni che conducono la Corte a formulare, nella parte finale, le proprie conclusioni, ciascuna delle quali viene sottoposta al voto dei giudici.

Dopo due anni di dibattiti pubblici che spesso oscillano fra revisionismi e negazionismi – dove persino lo status di “territorio occupato” relativo a Gaza viene ancora messo in discussione –  la lettura delle 68 pagine del parere emesso dalla CIG è, già di per sé, un sollievo.

I giudici, infatti, ricordano l’ovvio: la è e resta un territorio occupato. Non solo: aggiungono che, dal 7 ottobre 2023, il controllo effettivo di Israele sulla striscia si è ulteriormente intensificato. A questo, sottolinea la Corte, corrisponde un altrettanto rafforzamento degli obblighi che gravano su Israele in quanto potenza occupante — obblighi di natura sia positiva (garantire i beni e i servizi essenziali alla popolazione di Gaza) sia negativa (non ostacolare la loro fornitura da parte di terzi).

In altre parole, se Israele non adempie direttamente ai propri obblighi positivi in quanto potenza occupante (affidandosi alle Nazioni Unite, a Stati terzi o ad altre organizzazioni internazionali), ciò non lo esonera dall’obbligo negativo di non limitare né ostacolare l’attività di questi enti nel garantire i bisogni essenziali della popolazione di Gaza.

È in questo quadro che vanno lette le severe e ingiustificabili restrizioni che Israele ha imposto sull’ingresso degli a Gaza, culminate in un blocco totale dal 2 marzo al 18 maggio 2025 (per poi riprendere in misura limitata). Citando diversi rapporti, tra cui quello dell’Integrated Food Security Phase Classification – la stessa organizzazione che ha annunciato la carestia – la CIG ha concluso che la popolazione di Gaza non è stata adeguatamente approvvigionata ai sensi dell’articolo 59 della . Questa condizione fa scattare per Israele l’obbligo incondizionato di accettare e facilitare le operazioni di soccorso e assistenza.

In un contesto umanitario ormai catastrofico, inoltre, la CIG ribadisce il ruolo insostituibile dell’, un’agenzia che, grazie suo radicamento nel tessuto sociale palestinese, rappresenta un pilastro essenziale per la popolazione, garantendo assistenza, istruzione e servizi sanitari di base.

Va notato che la Corte non si è limitata a riconoscere l’importanza dell’UNRWA “solo” in virtù della situazione emergenziale, perché ne ha anche difeso anche l’integrità, respingendo in modo netto e inequivocabile le accuse israeliane di parzialità e di presunta infiltrazione di Hamas. I giudici hanno ricordato che le Nazioni Unite hanno affrontato con rigore le accuse israeliane con indagini approfondite, tra cui quella condotta dalla Office of Internal Oversight Service (OIOS) e la Colonna Report. Sebbene queste abbiano condotto al licenziamento di nove membri del personale per un loro possibile coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre, la Corte ha stabilito che non ci sono sufficienti elementi per affermare complessivamente che l’UNRWA (si parla di oltre 30000 dipendenti) non sia un’organizzazione neutrale.

La CIG ha, inoltre, ha ricordato che l’UNRWA rappresenta anche lo strumento principale attraverso il quale le Nazioni Unite si impegnano da decenni verso i , un ruolo che è intrinsecamente legato anche al loro diritto inalienabile all’autodeterminazione.

In virtù dell’estrema gravità della situazione umanitaria, la CIG stabilisce un nesso potente e diretto tra le condizioni materiali di vita del popolo palestinese e l’esercizio del suo diritto all’autodeterminazione. La grave nella Striscia non rappresenta “solo” una minaccia per la vita di due milioni di persone, ma è anche un rischio per la sopravvivenza del soggetto stesso che è  titolare del diritto all’autodeterminazione. Le attività dell’UNRWA, per i bisogni a cui rispondono ma anche per quel che rappresentano – ossia lo strumento attraverso cui le Nazioni Unite si impegnano verso i palestinesi e del loro diritto inalienabile all’autodeterminazione – sono una dell’impegno dell’Organizzazione verso questo diritto e, di conseguenza, Israele ha l’obbligo di non ostacolare tali operazioni, oltre che a cooperare in buona fede con le Nazioni Unite.

Per quanto riguarda le disposizioni finali, è interessante osservare il voto unanime dei giudici su quasi tutti i punti inerenti specificatamente agli obblighi “basilari” previsti dal diritto internazionale umanitario, sui quali nemmeno le visioni più sensibili verso la cosiddetta “ di Israele” abbiano ritenuto di potersi discostare con voti contrari.

Le disposizioni legate perlopiù a UNRWA e agli obblighi di Israele in qualità di Stato Membro delle Nazioni Unite, invece, sono state approvate con 10 voti favorevoli e 1voto contrario (quello della vicepresidente Sebutinde). Considerando la massiccia campagnavolta a delegittimare l’UNRWA — non solo per le sue attività, ma per ciò che rappresenta — il fatto che il massimo organo giuridico delle Nazioni Unite ne confermi la legittimità e imparzialità è già una vittoria importante sul piano legale, morale e, potenzialmente, anche diplomatico: un parere netto e quasi unanime della Corte può fungere da pressione affinché vengano ripristinati i finanziamenti sospesi all’agenzia da parte dei donatori.

Il peso morale e diplomatico del parere della CIG, infine, non va sminuito o liquidato sulla base della sua natura “non-vincolante”. E attenzione: in questo caso, la CIG  interpreta e individua gli obblighi già esistenti di Israele in base al diritto internazionale vigente. In altre parole, questo parere chiarisce che cosa il diritto internazionale già esige dallo Stato di Israele.

Dal voto alle Conclusioni

Come specifica il giudice Tladi nella sua dichiarazione pubblicata ieri dalla CIG: “The ball is now squarely in the court of the political organs of the United Nations to decide what action, if any, to take by utilizing the findings of the Court to bring about a just, lasting and comprehensive settlement of the question of .” (traduzione: ​​La palla passa ora, in modo inequivocabile, agli organi politici delle Nazioni Unite,  a cui spetta decidere se e in che modo agire sulla base delle conclusioni della Corte per giungere a una soluzione giusta, duratura e completa della questione palestinese).

Author

  • Tara Riva

    An analyst specialising in international relations and geopolitics, with a focus on the Middle East and Iran. After a Master's degree in Global Security Studies in Sheffield, she worked for the United Nations, the European Parliament, and an NGO in Brussels. She has published analyses and insights in journals such as Global Trendometer, Micromega, and AREL. She is currently working as a freelancer in Switzerland.

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