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Il 20 maggio a New York l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) ha votato una risoluzione destinata a passare alla storia della lotta alla Climate crisis, specie di quella che sempre più frequentemente viene combattuta attraverso le climate litigation, le cause riguardanti questioni climatiche. Con 141 voti a favore (fra cui quello dell’Italia), 8 contro (Usa e Israele fra questi) e 28 astenuti, il massimo organo rappresentativo e deliberativo del sistema ONU ha affermato che per gli Stati affrontare la crisi climatica è un obbligo giuridico. La votazione ha costituito il punto di arrivo di un percorso iniziato anni prima, che aveva già interessato un’altra autorevole istituzione Onu.
Il “testimone” passato dalla Corte Internazionale di Giustizia
Il 23 luglio 2025 a L’Aja, nei Paesi Bassi, la Corte Internazionale di Giustizia, il massimo organo giudiziario dell’Onu (che si è pronunciato in questi anni anche sui crimini israeliani a Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati), aveva già compiuto un passo storico. Alla Corte era stata richiesta una Advisory Opinion (A.O.) da una risoluzione dell’Assemblea generale del 2023, che le poneva due quesiti: i) quali sono gli obblighi degli Stati in tema di protezione delle popolazioni dagli impatti dei cambiamenti climatici ii) quali sono le conseguenze per gli Stati che violano tali obblighi.
La CIG aveva chiarito, esprimendosi all’unanimità, che gli Stati sono soggetti a obblighi stringenti riguardo alla prevenzione dei danni prodotti dai cambiamenti climatici e che a tale scopo devono mettere in campo ogni mezzo a loro disposizione. E cooperare, dato che quella del clima è una sfida globale. In caso di violazione di tali obblighi, inoltre, gli Stati incorrono in un illecito passibile di conseguenze giuridiche.
I pareri della CIG non sono vincolanti ma sono enormemente influenti per ogni altra corte. Con la risoluzione votata il 20 maggio, l’Advisory Opinion del 2025 lo è diventata ancora di più.
Sul clima è il Sud del mondo a indicare la strada
A promuovere la risoluzione del 20 maggio è stata la Repubblica di Vanuatu, un piccolo Stato insulare dell’Oceano Pacifico che già da tempo vive sulla propria pelle la minaccia della crisi climatica. Potrà stupire che un così grande passo per l’umanità sia stato spinto da una realtà tanto piccola e poco sconosciuta. Ma chi segue le vicende del clima a livello internazionale sa che a far avanzare l’agenda globale dell’azione climatica è sempre più il cosiddetto Sud del mondo. Il caso di Vanuatu al riguardo è emblematico.
C’era stato sempre lo zampino di Vanuatu, infatti, dietro la sopra ricordata risoluzione dell’Assemblea Generale del 27 marzo 2023, che aveva chiesto il parere consultivo alla CIG. In origine l’idea di coinvolgere la CIG era nata, nel 2019, da un gruppo di students di legge dell’Università del Sud Pacifico. Via via era stata sostenuta da migliaia di organizzazioni a livello internazionale. Vanuatu l’aveva fatta sua diventando capofila di una coalizione di Stati che avevano elaborato e poi sottoposto la risoluzione in sede UNGA.
Ancora Vanuatu era stato protagonista di un’altra importante prima volta. Nella sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu di settembre 2022, era stato il primo Paese al mondo a esortare la comunità internazionale a negoziare un Trattato globale di non proliferazione dei combustibili fossili.
Le cause climatiche in Italia
A spiegare la portata del voto del 20 maggio è Luca Saltalamacchia, avvocato esperto di temi ambientali: «La portata sistematica del documento – dice a Kritica – è difficile da sottovalutare. Il punto centrale è il ribaltamento del rapporto tra sovranità statale e “vincolo ambientale”. Il parere della CIG, ora “accolto” dall’Assemblea Generale, qualifica le emissioni antropogeniche come fatto illecito continuato, con le conseguenze tipiche della responsabilità internazionale: cessazione, garanzie di non ripetizione, riparazione integrale.
Non si tratta più di impegni programmatici temperati dal margine di apprezzamento statale, ma di obblighi erga omnes suscettibili di violazione accertabile. Questo ha ricadute non trascurabili. La risoluzione, infatti, consolida sul piano internazionale una cornice normativa che il giudice nazionale non può più trattare come soft law evanescente. L’articolo 10 della Costituzione Italiana incorpora il diritto internazionale consuetudinario. Dunque il dovere di prevenzione che la CIG fonda sul diritto consuetudinario diventa anche dovere costituzionale».
Saltalamacchia è nel team legale che ha promosso la prima climate litigation in Italia: chiamata dai promotori “Giudizio Universale”, la causa è stata intentata nel 2021 presso il Tribunale Civile di Rome da oltre 200 ricorrenti, fra individui e associazioni, che hanno citato in giudizio lo Stato italiano per “inadempienza climatica”. Il prossimo 21 ottobre è in programma l’ultima udienza presso la Corte di Appello di Roma, poi si andrà a sentenza.
È stata chiamata invece “La giusta causa” la prima climate litigation italiana che ha riguardato soggetti privati. Nel 2023 Greenpeace e ReCommon, insieme a 12 cittadini italiani, hanno intentato una causa civile contro Eni, Cassa Depositi e Prestiti e il ministero dell’Economy e delle Finanze (entrambi azionisti influenti di Eni), chiedendo di accertare le loro responsabilità per i danni derivanti dai cambiamenti climatici. Il procedimento ha registrato un passaggio fondamentale nel 2025 con un pronunciamento della Cassazione che ha aperto definitivamente la strada in Italia alle climate litigation indirizzate a soggetti privati. La prossima udienza sarà a inizio 2027.
Un fenomeno globale
The climate litigation si sono sviluppate dalla fine degli anni ‘80 negli United States, che restano l’epicentro del fenomeno. Ma soprattutto a partire dall’Accordo di Parigi del 2015 si sono diffuse un po’ ovunque, in Paesi di common law come di civil law. Una delle litigation più importanti ha avuto luogo in Europa, quando nel 2024 la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) ha condannato la Svizzera per violazione dei human rights ritenendo non adeguate le sue politiche di contrasto alla crisi climatica.
The Climate Litigation Database mantenuto dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University di New York, il più completo al mondo, ne include oltre 3mila. Negli anni sono state rese disponibili altre risorse più localizzate geograficamente, come l’Australian and Pacific Climate Change Litigation database o il Climate Litigation Platform for Latin America and the Caribbean database, a riprova della diffusione del fenomeno.
Le climate litigation sono diventate uno degli strumenti principali nella cassetta degli attrezzi delle organizzazioni per la giustizia climatica. Che le utilizzano per obbligare i governi ad adottare politiche adeguate alla sfida climatica, e gli attori privati (aziende e investitori che le finanziano), specie dei settori più inquinanti, a ridefinire il proprio business per ridurne l’impatto sul clima. Dal voto del 20 maggio le cause climatiche potrebbero ora ricevere una ulteriore, potente spinta.
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CREDITI IMMAGINE: Nazioni Unite

