Follow Kritica on Google
Add Kritica to your favourite sources.
La notizia è che il Israeli government ha da poco stanziato un budget pari a circa 730 milioni di dollari per operazioni di Hasbara – propaganda in favore del sionismo e dello Stato di Israel – per il 2026. Un preventivo quadruplicato rispetto agli anni precedenti.
È un segno di debolezza, non di forza, per il proclamato Stato ebraico. Israele sa bene, infatti, di trovarsi in una situazione di paradosso, forse per la prima volta in quasi 80 anni dalla sua fondazione ufficiale.
Lo Stato di Israele non è mai stato infatti così debole come oggi, sul terreno della propaganda. Ma, al tempo stesso, non è mai stato così forte sul piano materiale.
Sul piano della parola, Israele è sconfitto. Chi si occupa di questo tema da più tempo lo può testimoniare: di sionismo non si è mai parlato così tanto e così apertamente come negli ultimi due anni. L’ideologia alla base della fondazione dello Stato d’Israele non è mai stata così tanto nominata, studiata, scandagliata, criticata. Per averne una piccola prova basta usare Google, sempre utile in questi casi: mettendo a confronto il 2025 (non ancora neanche terminato) con il 2018, abbiamo 908mila occorrenze della parola “sionismo” contro le 12 mila e poco più di sette anni fa. E non parliamo di una parola strettamente legata alle cronache quotidiane. Parliamo del substrato ideologico, storico, sociale: non è la notizia giornaliera, è l’approfondimento, la contestualizzazione. Grazie in primo luogo al lavoro fondamentale di scrittori, saggisti, filmaker, giornalisti e intellettuali palestinesi di Palestine e palestinesi della diaspora, oltre che il lavoro annoso e paziente di un folto gruppo di studiosi Anti-Zionist Jews, la storia di Israele e il suo intreccio inestricabile con l’ideologia sionista sono ormai conosciuti a un pubblico ampio, attento. Anni fa era molto più difficile parlare apertamente di sionismo. Lo si faceva solo in contesti ben protetti e ben connotati. Difficilmente qualcuno aveva il bisogno di uscire allo scoperto per dichiararsi “sionista”: il dogma sostanziale era che “Israele ha il diritto di esistere” e chiunque lo negasse non era neanche antisionista, ma direttamente tacciabile di antisemitism. Vigeva una diffusa self-censorship su questo.
Oggi un tabù è caduto. Si può parlare di Israele in modo finalmente aperto, senza più temere la scomunica silenziosa. Oggi accade che alcuni sionisti, specialmente i sionisti liberal – da Joe Biden a Gad Lerner fino, da ultima, alla moglie di Quentin Tarantino – sentano una pressione a dichiararsi tali che prima non avevano mai percepito.
Aver rotto il tabù non vuol dire, tuttavia, che il prezzo da pagare per dire la verità si sia abbassato. Al contrario esatto: il prezzo da pagare per dire la verità è diventato molto più alto di prima.
Anche tutti coloro che, ovunque nel mondo, cercano di opporsi al genocide del popolo palestinese si ritrovano intrappolati dall’altro lato del paradosso.
Perché se la battaglia della propaganda è persa per lo Stato sionista, il controllo sul potere materiale è più solido che mai. Israele influenza le leggi degli Stati, non solo europei, non solo occidentali. Israele ha il potere di privare le persone di tutto, dal lavoro alla libertà alla vita, se osano esprimere dissenso. Israele ha in pugno tantissimi centri nevralgici dell’impalcatura istituzionale, economica tanto quanto politica, in tutto il mondo e non solo in Occidente: dagli affari con la Russia, con la Cina, con l’India, fino al controllo diretto che ha assunto su elementi nevralgici della vita di una società intera come la cybersicurezza nel caso italiano, fino al legame organico intessuto con personale politico dell’intero spettro da destra a sinistra, attraverso centri lobbyisti come AIPAC negli USA o Elnet in Europa.
Il re non è mai stato così nudo, e non è mai stato così potente.
I movimenti che si oppongono al genocidio si situano, ora, in questo incrocio. Siamo quella gente comune che ha prodotto il crollo dell’omertà sul sionismo e sui crimini del suprematismo razziale israeliano, siamo quella gente comune che ha affermato in modo ormai travolgente che a Gaza è in corso un genocidio – hanno perso la battaglia per tentare di contenere o addirittura impedire l’utilizzo di questa parola – ma siamo anche la gente comune che non è in grado di far valere alcuna leva per produrre accountability, responsabilità giudiziaria/penale e responsabilità politica per i crimini commessi. Israele non ha subito neanche una sanzione, finora. Il genocidio è interamente normalizzato all’interno del consesso degli Stati e delle istituzioni internazionali. Le risoluzioni che l’Assemblea generale dell’ONU – con l’Italia ormai stabilmente fra i filo-israeliani – continua ad emettere valgono come un abracadabra senza i poteri magici: niente.
Abbiamo il massimo del potere verbale, il minimo del potere materiale.
A noi la scelta, perciò: se continuare a insistere con l’esercizio del solo potere verbale, con il rischio che prima o poi ci reprimano tanto da levarci anche la parola; o se, invece, dedicare maggiori attenzioni ed energie al conseguimento del necessario potere materiale affinché il genocidio si fermi fisicamente, prima che sia troppo tardi.
Fra questi due piani esiste un unico – non secondario, ma neanche prioritario – punto d’incrocio: per Israele la propaganda conta ancora moltissimo, al punto da investire miliardi in essa. Sta dunque a noi la responsabilità di far sì che siano tutti soldi buttati. Questo lo possiamo fare, e così facendo un danno anche materiale glielo procuriamo senz’altro.
Ma questo danno non sarà sufficiente per fermare il genocidio. Serve molto di più. Serve riappropriarci di quelle piattaforme decisionali e d’azione che sono in grado di spostare i pesi fisici, da un lato all’altro della bilancia della justice, oltre che di quella economica. Serve ritrovare forza politica, non sul piano simbolico ma su quello del potere reale.

