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Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario a Torino, si trova rinchiuso da circa due settimane nel Cpr di Caltanissetta, dove ieri ha trascorso il suo compleanno, lontano dalla famiglia e dalla sua casa, accusato di nessun reato. Kritica ha ricostruito nei giorni scorsi le origini del provvedimento di espulsione. In questo momento, il ricorso contro il decreto ministeriale che lo vorrebbe rimpatriare in Egitto è ancora in corso.
Mobilitazioni e solidarietà
Il 1° dicembre, da Brescia, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL) e Pax Christi diffondono un comunicato che colloca con chiarezza la vicenda sul terreno costituzionale. Il testo ricorda che il decreto ministeriale si fonda sull’idea che Shahin abbia “un ruolo di rilievo in ambienti dell’Islam radicale incompatibile con i principi democratici dell’Italia”, ma osserva che la condotta concretamente contestata è di natura essenzialmente espressiva: una frase sul 7 ottobre definito “atto di resistenza”, per quanto giudicata politicamente e moralmente inaccettabile, resta pur sempre una opinione. Per OPAL e Pax Christi, “ci troviamo davanti alla condanna di un’opinione che, per quanto inaccettabile, è garantita dall’articolo 21 della nostra Costituzione”, e la possibilità di espellere un oppositore di Al-Sisi verso un Paese dove la tortura è documentata rischia di contraddire lo stesso Testo unico sull’immigrazione , che vieta l’allontanamento di perseguitati politici.
La vicenda compie un ulteriore passo con un appello congiunto con Amnesty International Italia. Il comunicato – pubblicato sul sito di Amnesty – è firmato da tredici organizzazioni della società civile. Non si tratta soltanto di realtà italiane: un ruolo centrale è svolto da organizzazioni egiziane o specializzate nel monitoraggio della repressione in Egitto, come EgyptWide for Human Rights , Sinai Foundation for Human Rights, Egyptian Front for Human Rights, Egyptian Human Rights Forum, il Cairo Institute for Human Rights Studies, l’El Nadeem Center e l’Egyptian Commission for Rights and Freedoms, affiancate da soggetti italiani ed europei come ARCI, A Buon Diritto ed European Legal Support Center.
In quel testo, Shahin viene descritto come una persona “attivamente coinvolta nella vita socio-culturale della sua città”, la cui espulsione sarebbe stata disposta al termine di un procedimento “fortemente viziato da irregolarità procedurali”. Le organizzazioni denunciano “l’inconsistenza dei fatti contestati” a sostegno della pericolosità sociale e parlano apertamente di un “caso allarmante di strumentalizzazione del diritto in chiave repressiva”, nel quale uno strumento amministrativo – il decreto di espulsione – è utilizzato per colpire un dissenso politico espresso in forme pacifiche.
Ancora più netta è la parte dedicata al rischio in caso di rimpatrio: la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, ricordano i firmatari, contrasta con anni di documentazione su torture, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e processi iniqui a carico di oppositori, attivisti e persino cittadini senza un profilo politico definito. Le autorità italiane, si legge, devono “riconoscere pienamente i gravi rischi” cui Shahin andrebbe incontro; procedere con l’espulsione lo esporrebbe “a detenzione arbitraria, sparizione forzata, maltrattamenti e torture” e porrebbe l’Italia “in diretta violazione dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani”.
Espulsione, privacy e libertà di opinione
In questa prospettiva, la vicenda non riguarda più soltanto il rapporto tra un imam e l’autorità amministrativa italiana, ma tocca il cuore del principio di non-refoulement: il divieto assoluto di consegnare una persona a uno Stato in cui rischia torture o trattamenti inumani.
Secondo l’attivista per i diritti umani e la non violenza Mimmo Cortese, che ha inviato a Kritica le sue considerazioni, “la decisione del ministro dell’Interno si inserisce in una serie di provvedimenti governativi sempre più repressivi e autoritari – dalle norme sui rave party fino alla recente legge sulla security pubblica – che tendono a indebolire lo Stato di diritto e le fondamenta costituzionali del Paese”. L’obiettivo non sarebbe soltanto Shahin, ma anche quello di lanciare un messaggio chiaramente intimidatorio nei confronti di chiunque dissenta dalle scelte del governo. L’operazione più sottile consisterebbe nel radicalizzare il dibattito, riducendolo a posizioni assolute e contrapposte, soprattutto all’interno del mondo pacifista.
“Le opinioni, anche quelle che riteniamo più fallaci, si possono discutere, contrastare sul piano del confronto, nel dialogo, nell’opera di convincimento, nella ricerca di soluzioni”. Ed è proprio questa dinamica democratica che verrebbe temuta e ostacolata: la possibilità che il dissenso si esprima liberamente.” In questo, purtroppo, trovandosi in buona compagnia di una parte delle opposizioni, che sul binarismo delle posizioni hanno costruito la propaganda sul “riarmo” e sulla guerra in Ucraina” conclude Cortese.
Le piazze rispondono
Nel frattempo, la mobilitazione sul territorio torinese non si arresta. Come ha raccontato TorinoToday le settimane successive al fermo sono state scandite da presidi davanti alla Prefettura e al Comune, da assemblee pubbliche e da azioni simboliche. Nel loro articolo si dà conto delle iniziative del movimento Ultima Generazione, che nelle notti del 6 e dell’8 dicembre ha affisso cartelli e striscioni su statue e luoghi simbolici della città con la scritta “Deportato. Mohamed Shahin libero”, accompagnata da una locandina che spiega le ragioni dell’azione. La stessa testata riporta un passaggio significativo del dibattito cittadino: “Ha espresso un’opinione. Non è possibile che in uno Stato di diritto il reato di opinione esista e venga punito con la detenzione amministrativa in luoghi in cui è apertamente documentata la tortura e la negligenza quotidiana”, affermano alcuni attivisti intervistati sul posto.
In quel contesto emerge anche la voce del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, che in un videomessaggio molto circolato sui social , definisce Shahin “un grande lavoratore, incensurato” e dichiara: “In Italia c’è libertà di opinione, possiamo essere contrari, ma non possiamo condannare una persona per l’opinione espressa. Un uomo ha diritto a difendersi e non può essere espulso in questo modo, soprattutto un uomo del dialogo come Mohamed Shahin”. Nello stesso articolo si segnala come il coordinamento Torino per Gaza abbia rilanciato una manifestazione regionale, nella giornata di sabato 13 dicembre con appuntamento alle 14.30 in largo Marconi, per chiedere il suo rilascio legando la difesa dell’imam alla denuncia del genocidio in corso a Gaza e della repressione del dissenso in Europa.
Anche a Rome, nella stessa giornata, avrà luogo una manifestazione di solidarietà con tutte le vittime della repressione di polizia che si è abbattuta su chi si esprime contro il genocidio in corso, persone tutte provenienti dalla Palestina o da altri Paesi arabi.
Il caso nel contesto internazionale
La vicenda si inserisce in un clima più ampio. Il paragone tra la vicenda di Shahin e quella di attivisti repressi nei campus universitari statunitensi, come Mahmoud Khalil , si colloca esattamente su questo vertice: il giovane attivista palestinese, studente alla Columbia University, era stato arrestato a marzo 2025 dall’immigrazione statunitense senza accuse penali, ma in connessione con la sua attività di organizzazione delle proteste pro-Palestina nei campus. Il suo caso è stato letto da giuristi e associazioni come un tentativo di colpire non un comportamento violento, ma la visibilità politica di un movimento.
Altri episodi, in contesti diversi, mostrano come il lavoro di avvocati, giornalisti e attivisti impegnati sulla questione palestinese venga sempre più spesso sottoposto a controlli e misure eccezionali. Nell’aprile 2025, ad esempio, il Guardian e Democracy Now hanno raccontato la vicenda di Amir Makled, avvocato del Michigan che difendeva uno studente coinvolto in proteste pro-Palestina: al rientro da un viaggio, Makled è stato fermato a lungo alla frontiera, separato dalla famiglia e sottoposto a richieste di consegna del cellulare e del contenuto dei colloqui con il proprio assistito.
Nel marzo 2025, il Press Freedom Tracker statunitense ha documentato il caso di una giornalista palestinese-americana, Hebh Jamal, fermata all’aeroporto di Newark, sottoposta a interrogatorio sulle sue inchieste e con il telefono passato al setaccio dalle autorità, un uso degli strumenti di controllo alle frontiere per intimidire chi si occupa professionalmente di Gaza.
Questi episodi non sono identici al caso italiano e sarebbe scorretto sovrapporli. Ma indicano una tendenza: in diversi ordinamenti, anche lontani tra loro, l’azione amministrativa – che si tratti di fermo, detenzione migratoria, perquisizione di dispositivi o revoca di status – viene usata in modo crescente contro figure che hanno in comune il ruolo di voce pubblica su Gaza e Palestina. In questo senso, il caso Shahin non appare isolato, bensì inserito in un contesto in cui la sicurezza viene intesa in maniera così ampia da includere, di fatto, forme di securitarismo applicate al discorso pubblico e al conflitto verbale attorno a un genocidio in corso.


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