Thursday 02/07/2026, 17:15
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Pubblichiamo la traduzione in italiano della lettera che Mahmoud Khalil, lo studente della Columbia University arrestato dall’ – Immigration and Customs Enforcement, è il corpo federale statunitense che si occupa di reati legati a frontiere e – lo scorso 8 marzo, ha dettato ai suoi avvocati al telefono dal centro di detenzione dell’ICE in Louisiana. Khalil, al quale non è stato contestato alcun reato, è in possesso di una Green Card che rende la sua permanenza sul suolo americano perfettamente legale; per questo il giudice ha bloccato il tentativo del presidente Donald di deportarlo. La sua detenzione è dovuta solo e soltanto al suo pensiero e, come spiega lui stesso nella lettera che segue, ricorda l’istituto della detenzione amministrativa che Israele da decenni applica nei confronti dei palestinesi, sulla base del quale li imprigiona, anche per anni e anni, senza alcuna accusa.

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al mattino al freddo e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie perpetrate contro moltissime persone private della protezione della legge.
Chi ha il diritto di avere dei diritti? Di certo non gli esseri umani ammassati nelle celle. Non l’uomo senegalese che ho incontrato, privato della libertà da un anno, con una situazione legale incerta e la famiglia dall’altra parte dell’oceano. Non il detenuto ventunenne che ho incontrato, arrivato in questo paese all’età di nove anni, per poi essere espulso senza nemmeno un’udienza.
La giustizia sfugge ai confini delle strutture per l’immigrazione di questa nazione.
L’8 marzo sono stato prelevato da agenti del DHS (Dipartimento della interna, è un dipartimento federale degli Interni coordinato direttamente dalla Casa Bianca, ndr) che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno fermato me e mia moglie mentre tornavamo da cena. Ormai, il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di cosa stesse succedendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era la sicurezza di Noor. Non avevo idea se fosse stata arrestata anche lei, visto che gli agenti avevano minacciato di farlo, per non avermi lasciato solo. Il DHS non mi ha detto nulla per ore: non sapevo il motivo del mio arresto o se stavo per essere espulso immediatamente. Al 26 di Federal Plaza, ho dormito sul pavimento freddo. Nelle prime ore del mattino, gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì ho dormito per terra e mi è stata negata una coperta nonostante la mia richiesta.

Il mio arresto è stata una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, poiché ho sostenuto una libera e la fine del a Gaza, che è ripreso in pieno lunedì notte.

Con la rottura del cessate il fuoco di gennaio, a Gaza i genitori stanno di nuovo cullando bambini in bare troppo piccole; le famiglie sono costrette a scegliere tra fame e sfollamento o le bombe. È nostro imperativo morale perseverare nella lotta per la loro completa libertà.

Sono nato in un campo palestinese in Siria, da una famiglia sfollata dalla propria terra sin dalla Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza vicino alla mia patria, ma lontano da essa. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nelle mie circostanze somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, l’imprigionamento senza processo o accusa, per privare i palestinesi dei loro diritti. Penso al nostro amico Omar Khatib, che è stato incarcerato senza accuse né processo da Israele, mentre tornava a casa da un viaggio. Penso al direttore dell’ospedale di Gaza e pediatra Dr. Hussam Abu Safiya, che è stato catturato dall’ il 27 dicembre e rimane ancora oggi in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, la detenzione senza un giusto processo è all’ordine del giorno.

Ho sempre creduto che il mio dovere non fosse solo quello di liberarmi dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dal loro odio e dalla loro paura.

La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden sia quella Trump hanno dimostrato negli ultimi 16 mesi, mentre gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi a Israele per uccidere i palestinesi e hanno impedito l’intervento internazionale. Per decenni, il razzismo anti-palestinese ha guidato gli sforzi per espandere le leggi e le pratiche statunitensi che vengono utilizzate per reprimere violentemente i palestinesi, gli arabi americani e altre comunità. Questo è precisamente il motivo per cui sono stato preso di mira.
Mentre aspetto decisioni legali che mettono in gioco il futuro di mia moglie e mio figlio, coloro che hanno permesso che mi prendessero di mira rimangono comodamente alla Columbia University. Le presidenti [Minouche] Shafik, [Katrina] Armstrong e la preside [Keren] Yarhi-Milo hanno gettato le basi affinché il governo degli Stati Uniti mi prendesse di mira, disciplinando arbitrariamente gli studenti filopalestinesi e permettendo che il doxing virale (l’utilizzo di informazioni personali a scopo di intimidazione e bullismo, ndr), basato sul razzismo e sulla , sfuggisse a ogni controllo.
La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, creando un nuovo ufficio disciplinare autoritario per aggirare il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali rivelando i registri degli studenti al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti della Columbia (alcuni dei quali sono stati privati della laurea solo poche settimane prima di riceverla) e l’espulsione del presidente del SWC Grant Miner alla vigilia delle trattative contrattuali ne sono chiari esempi.
Semmai, la mia detenzione è una testimonianza della forza del movimento studentesco nel cambiare l’opinione pubblica verso la liberazione dei palestinesi. Gli studenti sono stati a lungo in prima fila nel cambiamento, guidando la carica contro la guerra del Vietnam, schierandosi in prima linea nel movimento per i diritti civili e guidando la lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Anche oggi, sebbene l’opinione pubblica deve ancora comprenderlo appieno, sono gli studenti che ci guidano verso la verità e la giustizia.
L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira come parte di una strategia più ampia per sopprimere il dissenso. I titolari di visto, i possessori di Green Card e i cittadini tutti saranno presi di mira per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane, studenti, attivisti e funzionari eletti dovranno unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti.
Pur sapendo perfettamente che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libero di assistere alla nascita del mio primogenito.

PHOTO CREDITS: Wikimedia Commons

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