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SpA, industria della difesa italiana e una delle principali in Europa, è al centro del primo ricorso civile mai presentato in Italia contro una società partecipata dallo Stato per la vendita di armi a . A promuoverlo sono otto associazioni – tra cui AssoPacePalestina, Un Ponte Per, ARCI, ACLI, ATTAC Italia – insieme alla cittadina palestinese Hala Abulebdeh, che nel dicembre 2023 ha perso tutta la sua famiglia sotto i bombardamenti su . L’obiettivo è ottenere dal Tribunale civile di Roma la dichiarazione di nullità dei contratti tra Leonardo e le forze armate israeliane per violazione dell’articolo 11 della , della legge 185/1990 e dei vincoli internazionali sul commercio d’armi.

La vicenda non si esaurisce nei codici o nei commi. Per capire perché un gruppo di associazioni italiane abbia deciso di portare una questione tanto complessa in tribunale, bisogna guardare a ciò che sta accadendo nel settore della difesa europeo. Il dossier pubblicato da BDS Italia dipinge uno scenario netto: l’industria bellica sta vivendo un’espansione senza precedenti. Nel solo giorno in cui è stato annunciato il piano “ReArmEurope”, le azioni di Leonardo sono salite del 16%. Il ministro della Difesa Guido — che per anni è stato presidente della federazione industriale di settore — parla di “industria necessaria”. Una definizione che sembra voler chiudere ogni discussione sul ruolo di un’azienda che è al tempo stesso pubblica e proiettata sul mercato globale degli armamenti.

Eppure, proprio lì si apre la frattura. Marco Bersani, Coordinatore Nazionale di ATTAC Italia è tra le figure coinvolte nel ricorso, non giri di parole, e dichiara a Kritica: “L’aspetto principale è tutto quello che nei codici etici riguarda il rispetto dei e della sostenibilità sociale degli investimenti perché ovviamente Leonardo avendo contratti ancora in corso con il governo di Israele si rende in buona sostanza complice di quello che è lo Stato Israele, accusato di crimini di guerra e genocidio del popolo palestinese”. L’esigenza di smarcarsi da questa complicità è stata posta, negli ultimi mesi, anche da settori di stessi dell’azienda, per la precisione un gruppo di lavoratori dello stabilimento di Grottaglie, come abbiamo raccontato su Kritica.

Chiediamo a Bersani quali siano i contratti contestati a Leonardo SpA. L’elenco copre un arco ampio di materiali: dai componenti dei caccia agli aerei da addestramento M-346, dagli elicotteri AW119K ai cannoni navali 76/62 della OTO Melara, fino ai sistemi radar e anti-drone della controllata israeliana RADA e alle parti del sistema Trophy montate sui carri armati Merkava. Tutte tecnologie impiegate nelle operazioni militari su Gaza.

“Leonardo SpA sostiene di non poter intervenire sulle sue controllate”, aggiunge Bersani “Ma quando le controllate sono possedute al 100%, è un argomento di difesa che non sta in piedi. La capogruppo ha il potere e la responsabilità di decidere”.

Sulle responsabilità di Stato e aziende si esprime anche Giulia Torrini, Presidente di Un Ponte Per: “Questa non è una battaglia individuale: è la scelta collettiva di reti pacifiste che lavorano da decenni. Abbiamo chiesto al tribunale di verificare se questi contratti siano validi, perché secondo i nostri legali non rispettano né la legge 185/1990 né gli obblighi di diligenza interna di Leonardo, se un’azienda pubblica continua a vendere armamenti a un Paese che compie massacri di civili”, dichiara. Con Kritica, Torrini insiste anche su un punto più ampio: cosa rischia la società civile se il criterio economico prevale su quello umanitario? “Il mondo sta andando verso un modello in cui sviluppo tecnologico significa sviluppo di armi”, spiega. “Dagli anni ’90 avevamo immaginato un ordine internazionale fondato sui diritti, sulla , sulla prevenzione dei conflitti. Oggi invece assistiamo alla normalizzazione della guerra preventiva, della sorveglianza digitale”. L’esempio più drammatico è proprio la Palestina: “Le tecnologie di riconoscimento facciale e sorveglianza sono state testate sui palestinesi come fossero cavie da laboratorio”.

La causa civile non si limita a contestare le forniture a Israele: include anche un atto nei confronti dello Stato italiano, responsabile – in quanto azionista e autorità di controllo sulle esportazioni – di vigilare sul rispetto delle norme. “È la prima volta che in Italia avviene una cosa così – sottolinea Bersani –. Siamo curiosi di vedere come si pronuncerà la magistratura, ma crediamo che le carte parlino chiaro. Leonardo difficilmente potrà dimostrare di non aver violato l’articolo 11, la legge 185 e i suoi stessi codici etici”.

Il ricorso rappresenta uno dei primi tentativi in Europa di contestare una filiera bellica nel suo complesso, dalle aziende allo Stato. E pone una domanda politica centrale: fino a che punto un Paese che ripudia la guerra può legittimare economicamente chi contribuisce a combatterla? Le associazioni che hanno presentato l’atto sperano che la magistratura possa fornire una risposta, fermando almeno una parte del flusso di armi verso Israele. Il processo in corso al Tribunale di Roma potrebbe trasformarsi in un precedente importante, capace di ridefinire il ruolo e le responsabilità delle aziende pubbliche e degli Stati nelle filiere militari globali. Al momento, però, resta evidente lo scontro tra due prospettive opposte: da una parte i governi, che sostengono la necessità di rafforzare gli apparati militari; dall’altra associazioni e cittadini, che chiedono di rimettere al centro il diritto internazionale e la tutela delle popolazioni coinvolte.


CREDITI FOTO: Ufficio Stampa Leonardo SpA – Ingresso dello stabilimento di La Spezia

Author

  • Manal Labloul

    Studia Informazione, Editoria e Giornalismo all’Università Roma Tre, dopo una laurea in Scienze della Comunicazione conseguita a Modena e Reggio Emilia. Ama la lettura e la cultura in tutte le sue forme, e coltiva un forte interesse per il mondo editoriale e per le storie che contribuiscono a raccontare la società. Da Kritica svolge il suo tirocinio curriculare.

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