Con questa seconda parte, concludiamo lo speciale sul Memorandum Italia-Libia a cura di Andrea Umbrello. Qui la prima parte del reportage.
Negli anni in cui il memorandum Italia-Libia ha preso forma, il lessico istituzionale ha tentato di nascondere la sostanza. Si è parlato di cooperazione, assistenza, addestramento, ma dietro quella terminologia scorreva una linea di comando che ha trasformato la gestione dei migranti in un affare militare e penale. Le accuse di complicità avanzate da organizzazioni umanitarie non si limitano più al piano morale. Oggi pongono un problema giuridico preciso. I finanziamenti e l’addestramento italiani confluiscono verso organizzazioni la cui stessa natura si definisce attraverso la perpetua trasgressione dei confini dell’umano. Nei rapporti dell’ONU e nelle denunce di Amnesty International si legge che la Guardia costiera libica, sostenuta economicamente e logisticamente da Roma, intercetta in mare persone che vengono poi rinchiuse in centri dove si pratica tortura, violenza sessuale, schiavitù. In termini di diritto internazionale, questo si traduce in una forma di corresponsabilità. Chi fornisce mezzi, fondi e istruzioni a chi commette abusi non ne rischia la complicità, ne sta già acquistando la silenziosa collaborazione.
Diversi giuristi, tra cui esperti dell’ASGI, si sono pronunciati da tempo sulla questione dell’imputabilità. Se uno Stato ha conoscenza delle violazioni che un altro commette e continua a sostenerlo, la cooperazione può ricadere sotto la definizione di concorso. L’Italia conosce da anni le condizioni dei centri di detenzione libici. Le conosce attraverso i rapporti delle Nazioni Unite, le testimonianze delle vittime, le inchieste giornalistiche, le comunicazioni ufficiali delle ONG. Continuare a inviare mezzi e fondi non può essere interpretato come ignoranza. La differenza rispetto ai respingimenti diretti del 2009 è puramente tecnica. L’azione resta la stessa e consiste nell’impedire alle persone di raggiungere il suolo europeo e riportarle in un luogo dove la legge non vale niente.
Un accordo mai ratificato
Sul piano costituzionale, il memorandum genera un conflitto con principi fondamentali. Non è mai stato ratificato dal Parlamento. È stato firmato come accordo di cooperazione e non come trattato internazionale, scavalcando così l’articolo 80 della Costituzione, che prevede l’autorizzazione parlamentare per intese che comportano oneri finanziari o implicano modifiche normative. La giustificazione usata dai governi è che l’accordo rientrerebbe nella categoria dei protocolli tecnici. Ma la sua portata reale è politica, economica, e soprattutto giuridica. I successivi rinnovi automatici rafforzano un atto che, a rigore, non ha mai avuto piena legittimazione democratica. In altre parole, l’illegalità è una condizione strutturale del memorandum, che ogni proroga non fa che confermare e rafforzare.
Un ulteriore problema, costantemente evitato da ogni governo, riguarda la natura delle forze libiche con cui si coopera.La Guardia costiera funziona attraverso una rete di milizie locali che esercitano un controllo autonomo su tratti di litorale e proprie basi, senza una reale unificazione sotto un’autorità statale. Alcuni comandanti sono stati nominati da governi rivali, altri rispondono direttamente a gruppi armati. In molti casi i loro nomi compaiono nelle indagini dell’ONU per traffico di esseri umani.
Affari con un criminale
Il generale Abdurahman al‑Milad, detto Bija, è stato comandante della Guardia costiera libica di Zawiya, una delle milizie più potenti del litorale occidentale. È inserito dal 2018 nelle liste di sanzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e del Regno Unito per la sua partecipazione a reti di traffico di migranti, contrabbando di petrolio e violazioni dei diritti umani. Secondo il rapporto del Panel of Experts delle Nazioni Unite, Bija e i suoi uomini hanno sparato contro imbarcazioni cariche di migranti per forzarne il rientro in Libia, e sono coinvolti nella gestione del campo di detenzione di Al‑Nasr a Zawiya, dove persone migranti subiscono torture, lavori forzati ed estorsioni di denaro. In accordo con altri membri delle milizie locali, tra cui Mohammed Koshlaf e Osama al‑Kuni Ibrahim, Bija ha inoltre organizzato il contrabbando di carburante attraverso Malta, in collegamento con reti criminali del Sud Italia e dei Balcani. Nonostante fosse già sotto inchiesta internazionale, nel 2017 Bija partecipò in Italia a una riunione ufficiale dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) assieme a funzionari italiani, come rappresentante della Guardia costiera libica, pochi mesi prima di essere sanzionato dalle Nazioni Unite. Eppure, la sua unità è stata per anni destinataria di fondi e assistenza tecnica nell’ambito della cooperazione italo‑libica, ricevendo formazione, mezzi nautici e supporto operativo nell’ambito del Memorandum del 2017. Episodi come questo mostrano come l’Italia abbia accettato di interloquire con attori privi di legittimità, delegando la gestione della frontiera a soggetti che agiscono fuori da ogni standard internazionale.
Segretezza
La segretezza che circonda l’attuazione del memorandum genera un ulteriore alone di opacità. Parti delle operazioni vengono coperte da accordi riservati o protocolli che non passano attraverso alcun controllo pubblico. Alcune forniture di motovedette e apparecchiature di sorveglianza sono state gestite tramite il Ministero dell’Interno con fondi classificati, e non risultano accessibili né al Parlamento né agli organismi di vigilanza contabile. Anche i corsi di addestramento, organizzati nell’ambito delle missioni bilaterali, avvengono in aree militari o sotto mandato europeo, il che rende difficile verificarne l’effettiva portata. L’asimmetria informativa tra istituzioni e cittadini è quasi totale. Nessuno sa esattamente cosa accade nei centri di Tripoli, Misurata, Zawiya, Sabha. Le uniche informazioni provengono da chi riesce a uscire vivo da quei luoghi.
Negli ultimi mesi si sono registrati episodi che rendono ancora più evidente la crisi morale e giuridica di questo sistema. A marzo un generale libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra, Najeem Osama Elmasri, è stato arrestato in Italia a Torino in seguito a un mandato d’arresto emesso dal CPI e trasmesso alle autorità italiane tramite Interpol. Elmasri è stato rilasciato poche ore dopo e rimpatriato in con un decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno italiano, nonostante pendessero contro di lui accuse di tortura, violenze sessuali e omicidi commessi in centri di detenzione libici. L’Italia, in quanto Stato parte dello Statuto di Roma, è stata accusata dalla CPI di non aver rispettato gli obblighi di cooperazione internazionale nel caso, non avendo eseguito correttamente la richiesta di arresto e consegna. L’episodio ci costringe a chiederci fino a che punto le autorità italiane intendano spingersi per tutelare i propri partner libici, persino di fronte ad accuse gravissime, rivelando una cultura della segretezza sempre più pervasiva.
Nello stesso periodo, diverse testimonianze raccolte da Sea-Watch e Alarm Phone hanno documentato episodi di violenza in mare. Le motovedette libiche, fornite e manutenute con fondi italiani, hanno sparato colpi d’arma da fuoco durante alcune operazioni di intercettazione. I proiettili sono caduti a pochi metri dalle navi delle ONG. Altre volte le imbarcazioni sono state speronate o costrette a manovre pericolose. La natura di questi episodi si comprende appieno solo riconoscendoli come manifestazioni fedeli di un modus operandi istituzionalizzato. A sostegno di ciò, secondo rapporti di agenzie ONU e ONG, durante le operazioni di intercettazione nel Mediterraneo centrale si moltiplicano gli episodi di violenza e uso eccessivo della forza da parte della Guardia costiera libica, spesso documentati dalle navi umanitarie.
Le proteste dei rifugiati
Le proteste dei rifugiati in Libia raccontano la stessa storia da un’altra prospettiva. Centinaia di persone hanno manifestato davanti alla sede dell’UNHCR a Tripoli, chiedendo di essere evacuate e di porre fine agli accordi che li condannano alla reclusione. Alcuni di loro sono stati arrestati e picchiati dalle forze libiche. Le organizzazioni locali hanno denunciato l’assenza di vie legali di uscita dal Paese. Il memorandum, nel suo effetto più concreto, cancella ogni alternativa. Non prevede corridoi umanitari, non contempla quote di reinsediamento, non offre canali di ingresso regolare. Per chi rimane intrappolato in Libia, l’esistenza oscilla inesorabilmente tra la reclusione forzata e il tentativo di fuga.
A ogni scadenza, il rinnovo del memorandum è arrivato con il suo corredo di promesse di riforma. Si parlava di migliorare le condizioni dei centri, di rafforzare la tutela dei diritti, di introdurre verifiche indipendenti. Nulla di tutto questo è stato realizzato. Gli emendamenti restano dichiarazioni verbali, mai tradotte in atti normativi o protocolli effettivi. Nel 2020 diverse voci in Parlamento avevano chiesto una missione di osservatori internazionali nei centri di detenzione libici, ma la proposta è finita nel dimenticatoio delle commissioni. Nel frattempo il flusso di denaro ha continuato a scorrere.
Retoriche di copertura
La retorica della difesa dei confini è diventata la copertura di ogni omissione. Ogni volta che si solleva una critica, si risponde che senza il memorandum le partenze aumenterebbero. È una formula che funziona, perché non richiede verifica. Si fonda sulla paura e sulla statistica. Il dibattito politico interno si è appiattito su questa logica, riducendo la questione a un problema di numeri e non di diritti. I governi cambiano, ma la linea resta identica. Dalla firma di Gentiloni al rinnovo votato sotto Meloni, il principio ispiratore ha mantenuto una coerenza granitica, preferendo dirottare risorse verso un orizzonte di violenza distante piuttosto che affrontare la complessità del proprio spazio domestico.
L’assenza di trasparenza crea una distorsione che si riproduce anche nel racconto mediatico. Gli episodi di abusi, le morti in mare, le testimonianze dirette non trovano spazio stabile nel discorso pubblico. Le immagini arrivano per pochi giorni, poi scompaiono. Chi racconta la Libia viene spesso accusato di faziosità. Il memorandum diventa così un accordo fantasma, conosciuto ma mai affrontato. È l’indifferenza più subdola, quella che, ammettendo l’esistenza di un problema, ne decide comunque l’oblio.
Le conseguenze di questa politica si estendono anche dentro la Libia.Il denaro proveniente dall’Italia e dall’Europa scorre in una rete di potere che rafforza le milizie locali e indebolisce ulteriormente lo Stato. In alcune aree la gestione dei centri di detenzione garantisce guadagni più alti di qualunque altra attività economica. I migranti diventano una risorsa, una merce da barattare. Agli arresti corrispondono introiti, alle liberazioni corrispondono riscatti. Il memorandum contribuisce a mantenere questo sistema perché garantisce che i flussi di denaro e di persone restino sotto controllo.
La normalità della barbarie
L’aspetto più inquietante è la normalità con cui tutto questo viene accettato. Nessuna forza politica parla di rescissione, nessun leader europeo propone una revisione radicale. La continuità è diventata un valore. Ogni tre anni si rinnova la stessa formula, con le stesse parole e gli stessi effetti. La legge morale viene sepolta sotto il linguaggio della sicurezza. E la sicurezza diventa l’alibi perfetto per giustificare qualunque atto.
Il memorandum Italia-Libia ha ormai travalicato la sua natura di accordo bilaterale, diventando un esempio strutturale per la gestione delle migrazioni. Descrive un modo di pensare e di governare. Disinnesca il potenziale etico dell’azione, spogliando la violenza della sua carica distruttiva per farne uno strumento, svuotando la detenzione del suo carattere punitivo per farne una pratica, e assolvendo la sofferenza della sua tragicità per farne un semplice sottoprodotto. L’Europa guarda altrove, l’Italia esegue, la Libia incassa. In questo equilibrio si consuma la parte più oscura della politica migratoria contemporanea. Chi parte sa di rischiare la vita, chi arriva rischia di essere rispedito, chi resta diventa invisibile. È l’ingranaggio perfetto di un sistema che ha smesso di distinguere la legge dalla colpa.
CREDITI FOTO: ANSA

Giornalista multimediale, documenta storie di prima linea attraverso pubblicazioni internazionali, podcast, libri e fotogiornalismo. Da anni si dedica alla copertura della questione palestinese, delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie sociali nel mondo.


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