giovedì 02/04/2026, 23:14

    In un contesto di violenza sistemica e prolungata, la questione della salute mentale non può essere trattata come un effetto collaterale della guerra. In Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza, l’integrità psichica della popolazione è ormai un campo di battaglia. La distruzione delle infrastrutture civili, la morte quotidiana, l’assenza di un orizzonte di sicurezza generano effetti devastanti e persistenti sulla vita mentale dei sopravvissuti. Tuttavia, il paradigma clinico occidentale, centrato sull’individuo e sulla dimensione acuta, biologica e neuroscientifica dell’evento traumatico, tralasciando spesso gli elementi generativi della psicopatologia situati nel vissuto non organico, si mostra del tutto inadeguato a comprendere e trattare la sofferenza psichica che si produce nel contesto di colonizzazione, apartheid e genocidio che riguarda i territori palestinesi.

    Il trauma permanente

    Uno studio condotto da un’organizzazione con sede a Gaza, con il sostegno della War Child Alliance, ha rivelato che il 96% dei bambini che vivono sotto assedio sente che la propria morte sia imminente, e quasi la metà ha espresso il desiderio di morire. Il 92% di loro “non accetta la realtà”, il 79% soffre di incubi ricorrenti, e il 73% manifesta sintomi evidenti di aggressività, rabbia incontrollata, comportamenti impulsivi. Una intera generazione che vive in una condizione psichica disorganizzata, scissa, soverchiata da immagini di morte, privazione e caos, senza più adulti che possano funzionare da appoggio stabile per mentalizzare ciò che sta accadendo. Come ha detto Helen Pattinson, amministratrice delegata di War Child UK, “questo rapporto mette a nudo che Gaza è uno dei luoghi più orribili al mondo per essere un bambino”.

    Già nel 2022, Save the Children pubblicava il report Trapped: The Impact of 15 Years of Blockade on the Mental Health of Gaza’s Children, che denunciava come oltre metà dei bambini di Gaza avesse pensato al suicidio, e tre su cinque avessero sperimentato episodi di autolesionismo.

    Secondo un’indagine condotta nel 2024 dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, oltre l’80% della popolazione ha assistito direttamente a scene di morte, bombardamenti o ferimenti gravi; il 72,7% soffre di sintomi depressivi, e l’83,5% manifesta sintomi compatibili con un disturbo post-traumatico da stress.

    Le attuali definizioni di PTSD, come quella offerta dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5 TR) descrivono il PTSD come un disturbo che insorge a seguito di un evento traumatico isolato o delimitabile nel tempo.

    Immaginate cosa significhi a Gaza individuare l’evento traumatico. L’esperienza traumatica è pervasiva, collettiva e permanente. Si può parlare di trauma se il trauma è cronico e costante? Possiamo parlare di “post-traumatico” se non c’è un post? Se il trauma è costante, ripetitivo, martellante? Se nasce e si perpetua nel fatto di essere al mondo come palestinesi?

    Ed è infatti compito dei professionisti della salute mentale, come chi scrive, imporre una lettura nuova e onesta in cui riconoscere che l’incontro con il trauma non avviene con le bombe, non con i lutti, gli sfollamenti, la povertà, le amputazioni. Non è lì che viene concepito il trauma. Prima. Ancora prima. Non alla nascita, quando venendo al mondo trovano già la disperazione davanti ai loro occhi, magari in una tenda rovinata, o nel poco cibo a disposizione o in quel frastuono di fumo e detriti che le esplosioni lasciano. Prima, ancora prima. Prima di venire al mondo. È lì, che il bambino palestinese incontra il trauma. Quando lui o lei ancora non è, il trauma già è. È in quell’identità, essere palestinese.

    Se anche spegnessimo ogni bomba e ricostruissimo ogni palazzo, se anche non perdessero più neanche una mamma o un papà, il trauma sarebbe lì ad attenderli quando solo verrebbero pensati.

    Siamo perciò chiamati a leggere con attenzione ogni dato: sia perché i luoghi geografici diversi esigono grammatiche diverse, anche quando si parla di scienza, sia perché in contesti di occupazione cronica, la logica traumatica stessa rischia di essere trasformata in un sistema di lettura totalizzante. Didier Fassin e Richard Rechtman parlano, a questo proposito, di un vero e proprio “impero del traumatismo”, in cui la sofferenza psichica viene tradotta in un linguaggio clinico neutro, spogliata del suo significato politico, e resa compatibile con un dispositivo umanitario che riconosce il dolore solo se disattiva la rivendicazione. In questo quadro, il trauma non è più l’effetto di una violenza storica, ma una condizione individuale da gestire, monitorare, e possibilmente sedare, così da rendere la vittima curabile ma non ascoltabile, fragile ma non pericolosa. Il trauma diventa la forma dominante di accesso alla visibilità ”umanitaria”, alla legittimità internazionale; al prezzo della rimozione delle sue cause politiche. È in questo senso che la categoria di PTSD rischia di diventare una definizione che “tenta di curare senza riconoscere”, senza porre le premesse di una guarigione concreta che invece si radicalizza nella distinta identificazione e mentalizzazione e comprensione del trauma.

    Il rischio della neutralizzazione psichiatrica

    La psichiatria inoltre, come ogni sapere medico, è storicamente situata. In contesti coloniali, essa può funzionare come dispositivo di delegittimazione, trasformando la rabbia in paranoia, la dissidenza in patologia. Samah Jabr, psichiatra palestinese, lo denuncia da anni: applicare in maniera astratta le categorie diagnostiche – soprattutto occidentali – senza tenere conto del contesto politico può equivalere a una forma di colonizzazione epistemica. Il rischio è quello di una neutralizzazione simbolica della sofferenza e della resistenza.

    Anche Lara Sheehi, psicoanalista e docente alla George Washington University, nel suo Psychoanalysis Under Occupation (2022), mostra come la psicoanalisi possa diventare un linguaggio capace di resistere alla frammentazione imposta dall’occupazione. Ma per farlo deve rinunciare alla pretesa di universalismo e confrontarsi con le storie, le lingue, le genealogie del dolore che non appartengono al canone occidentale. Per Sheehi, curare in Palestina significa partire dalla discontinuità, accettare che il sintomo non è un “fallimento dell’adattamento” ma una forma di verità politica.

    Anche i lavori della criminologa e psicologa palestinese Nadera Shalhoub-Kevorkian sono centrali in questa direzione. Nei suoi studi su infanzia e militarismo, Shalhoub-Kevorkian mostra come l’occupazione produca un vero e proprio “regime dell’infanzia perduta”, in cui i bambini palestinesi vengono esposti precocemente alla sorveglianza, alla prigionia, al lutto. La “politica dell’infanzia” diventa allora un laboratorio di disumanizzazione, e il trauma infantile non è una disfunzione dello sviluppo, ma il prodotto di un’infanzia rubata in modo sistemico .

    Sumud: oltre la resilienza

    È in questo contesto che il concetto di sumud assume una rilevanza teorica e clinica cruciale. Spesso tradotto con “resilienza”, il termine ha in realtà una portata ben più ampia. Sumud indica una forma di resistenza esistenziale, quotidiana, relazionale. Non è l’adattamento al trauma, ma la capacità di restare nel trauma senza cedere alla frantumazione dell’identità. È un modo di stare nella Storia: continuare a vivere, a raccontare, a curare, a educare anche quando il linguaggio stesso è sotto assedio.

    Sumud è radicamento nel luogo e nella storia, ma anche strategia affettiva e politica. È una forma di salute mentale comunitaria, in cui la dignità non è solo un valore etico ma una condizione psichica. Nei gruppi di supporto, nelle reti femminili, nelle pratiche di lutto collettivo, nella poesia e nel cibo, il sumud diventa la forma sensibile attraverso cui il soggetto palestinese ricostruisce senso in un mondo che glielo sottrae costantemente. Sumud, in questo senso, è anche una categoria clinicamente attiva: indica la necessità di riconoscere modelli narrativi e sintomatici diversi da quelli occidentali, e di immaginare una cura che sia anche costruzione di futuro, riparazione del legame, re-istituzione del corpo politico.

    Cura e verità

    La salute mentale è politica. Non c’è salute senza salute mentale. Prendersi cura della salute mentale in Palestina significa allora innanzitutto nominare il trauma nella sua verità storica. Non si può curare ciò che non si può dire. E ciò che va detto, oggi, è che la sofferenza psichica della popolazione palestinese è il prodotto diretto di un progetto di dominazione e disumanizzazione condotto da Israele. È il risultato dell’apartheid, del blocco, della colonizzazione, dell’impunità internazionale di Israele. Nessun processo di negazione e rimozione che riguarda l’oppressore avrà mai un ruolo terapeutico nella cura dell’oppresso.

    In psichiatria, il processo di guarigione inizia quando il trauma può essere raccontato nella sua interezza, con verità e senza saldi. In Palestina, questo racconto è anche un atto di resistenza. E la salute mentale, in questo contesto, non è solo una disciplina clinica: è uno spazio politico in cui si gioca la possibilità di sopravvivere come soggetti, come comunità, come popolo. Oggi e domani.

    Per questo le Società nazionali e internazionali, di psicologi e psichiatri, le Associazioni comunitarie che si occupano di Salute Mentale, le Istituzioni tutte che nel loro mandato hanno la tutela dei diritti dell’uomo e della cura degli esseri umani, gli ordini professionali, hanno il dovere di interrogarsi, di suggerire soluzioni, di assumere una postura concreta, di riconoscere l’urgenza sanitaria del Popolo Palestinese, fisica e soprattutto psichica, non come un addendo ulteriore alla questione umanitaria ma come oggetto scelto di attacco da parte di Israele che tratta la salute (e la salute mentale) come tratta la fame: generarne il bisogno come strumento di distruzione e genocidio, privarne la popolazione per rendere le loro possibilità di vita (degna) sempre più fragili.

    Stare dalla parte della salute mentale, oggi, significa stare dalla parte della giustizia, del diritto al futuro, della dignità. Significa, in definitiva, stare dalla parte della resistenza.


    CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata/Gaza

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