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On June 16, 2026, during a press conference at the White House, U.S. President Donald Trump stated that he had discussed with Syria the possibility of its involvement in containing Hezbollah, the Iranian-backed Lebanese political-military group designated as a “terrorist organization” by the United States, the Gulf states, the United Kingdom, and others. “It’s a smaller war, and Syria could help stabilize the northern border” Trump said, according to CNN, as if it were a game of checkers rather than a hypothetical military offensive with incalculable geopolitical implications—but above all, with an undeniable human toll that no one wants to pay.
Le parole del titolare della Casa Bianca hanno immediatamente sollevato inquietudini e interrogativi sulle relazioni, sempre più complesse, tra Damasco e il Paese dei cedri, e sugli equilibri nell’intera regione.
Un tentativo d’imperio non riuscito
Come si faccia a ipotizzare che un Paese fragile e impoverito come la Siria, che esce da quattordici anni di guerra, che si deve rigenerare e ricostruire, che vorrebbe lasciarsi la parola guerra alle spalle, possa invece intraprendere una nuova guerra contro un Paese vicino, per conto di altri, è un ragionamento difficile da comprendere.
La risposta da Damasco, infatti, non si è fatta attendere. «Le dichiarazioni del presidente statunitense sono inaccurate e fuorvianti. La Siria non è parte di alcuna discussione riguardante operazioni militari in Libano. La Siria non agirà contro Hezbollah. Le relazioni tra Damasco e la Resistance libanese sono chiare e non sono oggetto di negoziato» ha dichiarato una fonte ufficiale del Foreign Office siriano, citata dall’agenzia governativa Sana.
The same statements were repeated by the Pan-Arab outlet Al Mayadeen, considered close to Hezbollah and the Axis of Resistance. In an interview with Al Mashaad, Al Sharaa added that if it served the interests of both Lebanon and Syria, he would be willing to sit down and negotiate with Hezbollah, against whom he fought for years during the Syrian war that began in 2011, and whom a large portion of Syrian civilians consider an enemy for their support of the al-Assad regime. Damascus authorities seem unwilling to get involved and dragged into a new spiral of bloodshed, demonstrating that there are "No"s that can be said, even to those like Trump who were among the first to welcome them in their new role.
Israele, dal canto suo, ha commentato con un certo distacco; il Jerusalem Post riporta le dichiarazioni di un funzionario della difesa di Tel Aviv, secondo cui “Ogni pressione su Hezbollah è positiva”. Trump ha successivamente rettificato le sue dichiarazioni, affermando che “gli Stati Uniti non stanno chiedendo alla Siria di entrare in guerra”, aggiungendo che “se la Siria decidesse di agire per proteggere i propri confini e contribuire alla security regionale, sarebbe un passo benvenuto”. C’è da domandarsi se farebbe la medesima dichiarazione riguardo alle continue ingerenze di Israele nella Siria meridionale e all’ipotesi di un’eventuale decisione di risposta o di autodifesa che Damasco volesse intraprendere.
Sin dall’8 dicembre 2024, dopo la fuga di al-Assad in Russia, Israele ha intensificato in modo significativo le sue operazioni militari in Siria, colpendo regolarmente obiettivi legati all’Iran, a Hezbollah e alle milizie alleate dispiegate lungo il corridoio che collega Damasco al confine libanese. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, tra dicembre 2024 e giugno 2026 Israele ha condotto oltre 85 attacchi in Siria, causando più di 230 morti, in gran parte combattenti filo‑iraniani, ma anche civili. Tel Aviv sostiene che “le operazioni mirano a impedire il trasferimento di arms avanzate a Hezbollah”, mentre Damasco e Teheran accusano Tel Aviv di voler “prolungare l’instabilità regionale”.
The story of a painful relationship
Sull’instabilità regionale, molto si è detto e molto si è scritto. Secondo un modo di dire diffuso nel Vicino Oriente, “La Siria ha il telecomando del Libano: quando vuole lo aziona e crea il caos, quando vuole, invece, lo spegne”. Non è una citazione letteraria, ma describe the complex relationship between the two countries, che prima delle divisioni imposte dagli accordi di Sykes-Pikot avevano rapporti di buon vicinato e non avevano confini rigidi, facendo parte di quell’area geografica e culturale chiamata Bilad ash-Sham, i Paesi del Levante. A incrinare i legami tra i due vicini sono stati, in particolare, gli anni tra il 1976 e il 2005, che hanno visto una massiccia presenza militare siriana in Libano, sotto il comando della dinastia degli al-Assad.
Unhappy years for the two peoples, who share the same language, practically identical customs and traditions, but who have found themselves in the roles of invaded and invaders, with a worsening of relations that is not easy to manage, especially along the border areas, where friendships, mixed marriages and blood ties have never been reflected in the dividing lines drawn with pencil and ruler by international decision-makers.
A far traboccare un vaso già colmo fu l’attentato che provocò la morte del primo ministro di Beirut Rafic Hariri nel 2005, quando un’autobomba contenente circa 2.500 kg di TNT, devastò il lungomare di Ain al‑Mreisseh. Oltre a Hariri, considerato uno dei politici più influenti dell’epoca, altre ventuno persone persero la vita. La protesta di migliaia di libanesi che diedero vita alla cosiddetta Rivoluzione dei Cedri portò al ritiro delle truppe siriane, visto che molte tracce sulle responsabilità dell’attentato portavano proprio a Damasco. Un’indagine del Tribunale Speciale per il Libano, istituito dalle Nazioni Unite, concluse nel 2020 che membri di Hezbollah erano coinvolti nell’operazione, pur senza attribuire responsabilità dirette alla leadership del movimento né al governo siriano. La vicenda Hariri rappresenta ancora oggi uno specchio dei complessi equilibri interni alla società libanese, ma anche delle verità non dette che regolano i rapporti con la Siria.
Oggi, mentre il Libano piange oltre 4mila vittime, 10mila persone ferite e oltre 400mila sfollati, la popolazione chiede la fine delle ostilità e proprio nella vicina Siria oltre 40 mila civili, in particolare donne e bambini, hanno trovato accoglienza. Un fatto non di poco conto, se si considera che quasi un milione di siriani, negli anni scorsi, a loro volta sono stati accolti in Libano, seppure in condizioni di grande precarietà. I movimenti umani non si contengono nei disegni della geografia politica e scrivono rotte diverse e inarrestabili.
Oggi la Siria torna alla sua natura storica, di terra che accoglie, anche se dei 14 milioni di persone costrette all’esilio e allo sfollamento, solo poco più di un milione e mezzo hanno fatto rientro nelle loro case, o sulle macerie delle stesse. Questi flussi da lontano forse sono impercettibili, non pesano sulla bilancia delle scelte degli “altri”, di chi decide e comanda nuove guerre. I popoli della regione, che sono giovani, con un’età media poco superiore ai 23 anni, sono stanchi di pagare con le loro vite il prezzo di decisioni distruttive in cui raramente sono coinvolti.
Sono quei civili che dicono “There is no place like home”, “Il vicino, prima della casa”, sottolineando cioè l’importanza di avere vicini tranquilli, in pace, perché solo così anche la propria casa lo sarà. La stabilità di tutti i Paesi del Vicino Oriente è un bene a cui tutti aspirano, da generazioni, ma che sembra ancora un obiettivo lontano, irraggiungibile.
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CREDITI FOTO: © Syrian Presidency/APA Images via ZUMA Press Wire via ANSA

