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Editoriale – Ascoltare in queste ore i racconti dei volontari della Global Sumud Flotilla su come siano stati trattati nel carcere di Ketziot, sulle violenze e le umiliazioni che hanno subito, fa salire tanta rabbia, anche se era del tutto prevedibile, conoscendo il modo in cui vengono trattati da decenni i sequestrati palestinesi nelle loro carceri, molti dei quali veri e propri rapiti, in regime di detenzione amministrativa senza alcun capo d’accusa dal quale difendersi. Come d’altra parte gli stessi equipaggi della Flotilla, ai quali nessun reato può essere contestato nella misura in cui nessun reato è stato commesso.
I leader europei avrebbero già dovuto punto intervenire diplomaticamente da un pezzo, per difendere i loro cittadini e cittadine. Il fatto che finora nessuno di loro si sia dissociato da Israele sul piano diplomatico – con la sola parziale eccezione della Spagna – fa capire qualcosa che, a dire il vero, si era già resa visibile da tempo: nessuno di noi è più protetto dagli Stati di cui è cittadino. Il patto sociale su cui si basa il concetto di cittadinanza si è rotto, scavalcato dalla logica dei rapporti fra potenze. La logica dei rapporti di forza e interesse fra potenze (compresi i loro satelliti) – la cosiddetta geopolitica – ha prevalso sulla democrazia.
Il terremoto che tutto ciò produce può non essere immediatamente chiaro: siamo di fatto arretrati a una situazione precedente la rivoluzione francese e la nascita degli Stati democratici. E le conseguenze di questo, da tutti i punti di vista, innanzitutto culturali, le misureremo con il tempo, e saranno devastanti.
Quello che la flottiglia ha dimostrato, non sapremmo dire quanto intenzionalmente, è che quelli che noi siamo sempre stati abituati a considerare diritti sono in realtà privilegi, nella misura in cui sono concessi solo ad alcuni e non riconosciuti a tutti. Questo è sempre stato il marchio di fabbrica delle democrazie liberali. Proclamare universale ciò che in realtà rimaneva particolare, appannaggio solo di alcuni settori sociali. Ora, tuttavia, ci troviamo in una fase ulteriore della rottura del patto sociale: stiamo verificando che tali diritti non sono più garantiti a nessuno, e si fanno privilegi nella misura in cui è il potere dello Stato, il governo, che li concede o li nega sulla base delle valutazioni arbitrarie legate agli interessi del potere stesso e dei suoi alleati.
Più che mai è necessario difendere i diritti di cittadinanza e riprendersi tutti quelli persi, uno a uno, finalmente pensandoli in chiave umanistica e universale. Non accettiamo di definirli “privilegi”. Per conservarli, ampliarli e difenderli è necessario dare loro il giusto nome, e battersi per la loro giusta collocazione nel sistema degli Stati di diritto e della giustizia internazionale. Prendendoci in questo senso le nostre responsabilità di cittadini. Se il patto sociale si è rotto, infatti, è stato con il concorso dei cittadini stessi, un ampio settore dei quali nel corso degli anni è stato sedotto e rapito dalle sirene della propaganda antisociale e del sospetto, del rinnegamento dei doveri reciproci, fra cittadino e cittadino, non solo verso lo Stato.
Essere cittadini di uno Stato democratico non è un privilegio; essere cittadini di uno Stato democratico significa aver stretto un patto sociale con quello stesso Stato e con gli altri cittadini e cittadine, un patto composto di doveri e di diritti, cementati dalla fiducia reciproca nel ruolo e nel contributo di ognuna e ognuno. Non ci possiamo permettere di buttare a mare, come invece troppi fanno anche a left – e anche perché affascinati da modelli autocratici come quello putiniano –, il concetto di democrazia; il nostro compito storico è lavorare su di esso e contrastare in ogni modo le forze che stanno attivamente cercando di superare il modello democratico, dall’interno stesso delle democrazie. È palesemente il caso dell’Unione Europea, la cui ritrosia a intervenire a difesa dei suoi cittadini contro il trattamento inumano che hanno subito da Israele è già, di per sé, spia e qualcosa di più che spia di una concezione del potere che privilegia gli interessi di potenza sulla tutela dei cittadini.
D’altra parte questo è l’impianto politologico sottostante lo stesso piano di pace trumpiano per Gaza. All’interno del quale colpisce la totale assenza di una prospettiva democratica. Di fatto il modello di riferimento è la Siria di al Sharaa, una tecnocrazia con una sostanziale base settaria, che non parte dall’individuo bensì dalla comunità/tribù di appartenenza.
Se questa è la forma di governo verso la quale i potenti della Terra vogliono andare nel futuro, possiamo dire addio alla vita come in questa parte di mondo l’abbiamo vissuta finora con i nostri diritti individuali e la nostra dignità di persone. La vita in cui sia possibile contare sui propri diritti, la vita a cui aspirano le popolazioni arabe, quella iraniana, quelle che si stanno sollevando in tutto il Pianeta in questi stessi mesi dal Nepal al Marocco fino al Madagascar, a cui aspirano gli stessi palestinesi. Non perché desiderino “il modello liberale”, tanto più che il modello liberale lo stanno trasformando in autocrazia gli stessi che sulla carta lo glorificano. La democrazia non è un modello, è una visione della collettività che poggia su aspirazioni umane: quella alla libertà, alla dignità, il bisogno di verità, il bisogno di giustizia. La necessità della democrazia alberga nella coscienza umana fin da bambini. Chi se ne vuole appropriare allegandola alla sola traduzione liberale-borghese è un impostore. Non di meno è un impostore chi, sulla base della stessa allegazione, sta portando avanti da decenni un’attività di propaganda antisociale per screditarla, diffondendo sfiducia, sospetto e odio sociale fra i cittadini.
La situazione in cui siamo ora vede vincere, ad ogni modo, l’israelizzazione: l’appartenenza alla tribù come unica soggettività di rilievo sul piano politico, e come unica soggettività che conferisce le libertà di cui si può godere, sottomesse organicamente alla logica dei rapporti di forza e all’arbitrarietà dell’autorità al comando. “Il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Ciò che intendeva è chiaro a tutti e tutte noi: ubi maior, minor cessat. Dove la legge del più forte si impone, il cittadino è solo. Lo sa bene Francesca Albanese, cittadina italiana; perseguitata dagli Stati Uniti per il suo lavoro, non ha ricevuto il minimo sostegno dalle nostre istituzioni. Neanche solo verbale.
Se nel prossimo futuro daremo vita a nuove mobilisations, la proposta-richiesta che lanciamo da Kritica è quella di incentrare le istanze in primo luogo sulla rottura dei rapporti diplomatici con Israele, in tutta l’Europa. Un primo obiettivo concreto, sul quale misurare la battaglia e cercare di vincerla. L’Italy del governo Meloni sarà ed è già l’ostacolo principale all’isolamento di Israele sul piano internazionale. Anche per questo noi cittadini e cittadine, che abbiamo visto rotto il patto sociale con lo Stato, dobbiamo urgentemente stringerlo di nuovo fra noi; tornare a esigere, praticandola, la democrazia. Quella aspirazione umana la cui traduzione concreta contenuta nella nostra Costituzione è, senza esagerazioni, realmente fra le più avanzate del mondo.


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