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Pubblichiamo un estratto da Lessico palestinese. Anatomia del genocidio a Gaza in dieci parole, il saggio della giornalista e ricercatrice indipendente italo-palestinese , che esce oggi 15 ottobre in libreria per le edizioni Le Plurali. Il capitolo da cui traiamo questo estratto, “Identità. Il corpo discriminato”, è dedicato alla famosa pratica del “rainbow washing” e racconta come soggetti impegnati nella battaglia per il riconoscimento dei propri diritti abbiano saputo smascherare le pratiche propagandistiche messe in atto da , solidarizzando con il popolo palestinese e la sua contro genocidio e occupazione. Il capitolo prosegue con una riflessione sull’utilizzo propagandistico della questione femminile e femminista e sull’anestetizzazione delle lotte delle donne palestinesi attraverso gli accordi di Oslo.

IDENTITÀ هويّة
Il corpo discriminato

There is no pride in genocide.
Al Qaws

Le voci diverse e spesso contrastanti di e attiviste lgbtqia+ israeliani e palestinesi, pur operando in contesti differenti, sollevano interrogativi profondi sul ruolo che il movimento per i diritti delle persone lgbtqia+ giochi nelle dinamiche politiche e sociali, sia a livello internazionale che all’interno della stessa società palestinese e israeliana.

Da un lato, ci sono portavoce del movimento in Israele, come Yonatan Gal, attivista e fondatore di un’organizzazione che promuove la visibilità e i diritti gay nel paese, che sostengono fermamente che Israele abbia un ruolo positivo nel garantire la sicurezza e i diritti della comunità lgbtqia+ rispetto ad altri paesi della regione. La città di Tel Aviv, secondo lui, rappresenta uno dei luoghi più inclusivi al mondo per la comunità, un rifugio sicuro nel contesto dell’area Swana dove le minacce alla libertà e alla sicurezza per le persone lgbtqia+ sono all’ordine del giorno. Il Pride di Tel Aviv, per Gal, è una celebrazione della democrazia israeliana e del progresso che il paese ha raggiunto.

Tuttavia, un altro punto di vista emerge da parte di attivisti e attiviste palestinesi lgbtqia+, che criticano aspramente l’uso del rainbow washing da parte di Israele. Khaled al-Khatib, attivista palestinese, ha dichiarato che Israele utilizza questo atteggiamento come una forma di legittimazione per il proprio regime di occupazione. Egli afferma che la visibilità dei diritti delle persone queer in Israele sia un espediente per mascherare il trattamento discriminatorio subìto dai palestinesi e le violazioni quotidiane dei loro diritti fondamentali.

Mentre Israele si promuove come un “paradiso” nell’area Swana, la popolazione palestinese che vive sotto affronta una realtà completamente diversa, in cui le persone che fanno parte della comunità lgbtqia+ non solo sono private della loro libertà poichè vivono sotto l’occupazione, ma sono anche costrette a nascondere la loro identità e orientamento sessuale. La discriminazione nei loro confronti è dunque duplice: quella derivante dall’occupazione militare e quella interna alla loro comunità. Per al-Khatib, il rainbow washing è uno strumento messo in atto per deviare l’attenzione dalle ingiustizie inflitte ai palestinesi, compresi quelli che, come lui, lottano per il riconoscimento della loro identità.

Per comprendere meglio il contesto in cui si inserisce il rainbow washing, è essenziale tenere conto della storia del movimento in Israele e . In Israele, i diritti lgbtqia+ hanno guadagnato visibilità a partire dagli anni Ottanta, con l’abolizione delle leggi contro la sodomia e l’introduzione di protezioni contro la discriminazione sul . Tuttavia, questi progressi si sono concentrati principalmente nelle aree urbane, come Tel Aviv, escludendo di fatto le comunità periferiche e i territori occupati.

Nella Palestina occupata, la situazione è molto diversa. L’omosessualità era stata depenalizzata in Cisgiordania sotto il mandato giordano già nel 1951, anche se permane lo stigma sociale in molti contesti e l’irrigidimento delle posizioni circa le questioni di genere e queer, considerate nel dibattito pubblico spesso “secondarie” dinnanzi al primo problema, quello dell’occupazione. La comunità lgbtqia+ palestinese, già marginalizzata, ha dovuto affrontare ulteriori ostacoli legati all’occupazione militare, inclusi arresti arbitrari e intimidazioni. Questa doppia oppressione, sociale e politica, ha impedito lo sviluppo di un movimento lgbtqia+ autonomo; la voce palestinese delle comunità queer ha comunque un suo punto di riferimento: Al Qaws a Gerusalemme.

Ayman Odeh, leader della Lista araba unita alla Knesset,34 un parlamentare palestinese con cittadinanza israeliana, ha espresso preoccupazione per l’uso dei diritti lgbtqia+ come strumento di propaganda politica. Odeh ha sottolineato che, pur riconoscendo l’importanza della causa queer, non si può separare questa lotta dalle altre più ampie battaglie per i . Ha ribadito che il sostegno ai diritti lgbtqia+ dovrebbe andare di pari passo con la lotta per la giustizia sociale e il riconoscimento dei diritti fondamentali della popolazione palestinese.

Le riflessioni delle correnti attiviste, sia israeliane che palestinesi, mi spingono a interrogarmi sulla legittimità di separare le lotte per i diritti civili, specialmente quando le disuguaglianze sistemiche e le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi sono parte integrante di questo dibattito.

Il conflitto tra la narrazione di Israele come stato progressista sui temi lgbtqia+ e la realtà vissuta quotidianamente dai palestinesi lgbtqia+ evidenzia quanto il rainbow washing danneggi non solo la loro causa, ma anche la lotta per i diritti umani. I diritti delle persone lgbtqia+ non dovrebbero mai essere utilizzati come giustificazione per nascondere la violenza e l’oppressione subìta quotidianamente. Quella che dovrebbe essere una lotta per l’inclusività e l’uguaglianza è, in questo caso, distorta per giustificare un sistema che perpetua la negazione dei diritti di un intero popolo.

A tal proposito, la campagna Brand Israel, lanciata nel 2005 dal ministero degli Affari esteri israeliano, si inserisce in questo contesto come uno strumento di pubbliche relazioni mirato a migliorare l’immagine internazionale di Israele, in particolare riguardo alle sue politiche di occupazione. Nel 2009, Brand Israel inizia a sviluppare una strategia mirata alla comunità lgbtqia+, sponsorizzando eventi e promuovendo il turismo delle persone queer verso Israele. Addirittura, quando nel 2010 si è verificato un attacco terroristico da parte di un israeliano, rimasto impunito, che ha colpito un centro lgbtqia+ a Tel Aviv, uccidendo due persone e ferendone molte altre, in risposta, Brand Israel ha organizzato il festival Out in Israel a San Francisco, cercando di rafforzare l’immagine progressista di Israele.

L’Idf ha spesso utilizzato il rainbow washing per promuovere un’immagine di sé inclusiva, sottolineando di essere tra “gli eserciti più aperti al mondo”. Il soldato Yoav Atzmoni ha postato su Instagram una foto in cui reggeva una bandiera arcobaleno con la scritta “In the name of love” sulle macerie di Gaza.36 La foto ha fatto il giro del mondo e nella caption Atzmoni scrive: «Nonostante il dolore della , l’Idf è l’unico esercito in Medio Oriente che difende i valori democratici. È l’unico esercito che consente alle persone gay la libertà di essere chi sono. E quindi credo pienamente nella rettitudine della nostra causa». Dal 1992, l’Idf ha permesso alle persone gay di arruolarsi, anticipando di molti anni paesi come gli Stati Uniti, e consente alle persone trans di servire nell’esercito offrendo loro anche assistenza medica per la transizione di genere. Tuttavia, nonostante questi progressi formali, motivati anche dall’inferiorità demografica che è in parte alla base della scelta del coinvolgimento di donne e persone lgbtqia+, persistono forti episodi di omolesbotransfobia nell’esercito, con numerose denunce di abusi verbali e violenze sessuali ai danni di persone lgbtqia+ arruolate. Anche iniziative come la famosa foto di due soldati che si tenevano per mano, usata dall’esercito per promuovere un’immagine positiva di sé, si sono rivelate costruite ad arte per scopo propagandistico. La campagna Brand Israel ha comunque rafforzato l’idea di Israele come paese progressista, in netto contrasto con la sua realtà interna. L’omofobia rimane diffusa, con dichiarazioni pubbliche estremiste da parte di rappresentanti politici, tra cui figure ultraortodosse e di estrema destra, che hanno paragonato l’omosessualità a un pericolo sociale. Yitzhak Ze’ev Pindrus ha definito la comunità queer una minaccia maggiore di Hamas, dichiarando che avrebbe fatto il possibile per impedire che i Pride avessero luogo e per bloccare i diritti della comunità queer.

Episodi violenti, come l’attacco al Pride di Gerusalemme nel 2015, con un morto e diversi feriti in seguito alle coltellate inflitte dall’ebreo ultraortodosso Yishai Schlissel, evidenziano come la comunità lgbtqia+ viva ancora in un clima di tensione e discriminazione. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è legalmente riconosciuto nel paese, sebbene Israele registri i matrimoni celebrati all’estero. La narrazione è quindi costruita non su una reale affermazione dei diritti lgbtqia+, ma sull’esclusione delle persone queer palestinesi da questi parziali privilegi. Israele continua a sostenere una visione razzista che dipinge i palestinesi come terroristi omofobici, ignorando che l’omosessualità è stata depenalizzata in Cisgiordania più di cinquant’anni prima dell’abrogazione delle leggi sulla sodomia negli Stati Uniti. Dipingere Israele come una nazione progressista diventa così uno strumento per giustificare un sistema di apartheid che continua a negare diritti umani fondamentali alla popolazione palestinese, inclusi quelli politici e di cittadinanza, un modo per estremizzare una narrazione di buoni contro cattivi, di progressisti contro retrogradi, di libertà contro discriminazione.

Durante le più recenti mobilitazioni per la Palestina, il supporto da parte di gruppi queer è stato quello che più mi ha commossa: non si sono lasciati intimidire dalle strutture patriarcali che attraversano come ogni altra società anche quella arabo-palestinese, ma hanno saputo produrre una sensibilità peculiare nell’affrontare l’argomento. Credo fermamente che tra persone marginalizzate e politicamente consapevoli ci si riconosca. Chi meglio di loro, persone discriminate costantemente, coi diritti minati dalle nuove destre, esposte al rischio costante di vedere i propri diritti cancellati, ha saputo riconoscersi con una popolazione il cui diritto a esistere è eroso quanto il loro? Non solo, la grande attenzione alle definizioni elettive, alla scelta dei pronomi, dell’identità, alla sensibilità individuale e collettiva, mi hanno fatto sentire profondamente compresa. Mi è stato sempre chiesto in largo anticipo, durante gli inviti alle conferenze organizzate da gruppi queer a sostegno della mia causa, se ci fossero delle domande che mi facessero sentire a disagio o che potessero mettermi in difficoltà, mentre altrove sono stata messa in situazioni scomode dagli stereotipi e dai luoghi comuni riferiti a palestinesi.

Al Qaws ha lanciato lo slogan “There is no pride in genocide”, che ha fatto il giro del mondo e ha influenzato le mobilitazioni politiche di lobbying e attivismo a livello internazionale. I gruppi queer chiedono un immediato e permanente cessate il fuoco nella Striscia, considerato un passo essenziale per fermare la devastazione e proteggere le vite umane, specialmente quelle delle persone più vulnerabili. Insistono sulla necessità di fare pressione sui governi, in particolare sugli Stati Uniti, affinché pongano fine agli aiuti militari e finanziari a Israele, ritenuti uno dei principali strumenti che permettono di perpetuare l’occupazione e le violazioni dei diritti umani contro i palestinesi. Parallelamente, esortano a interrompere ogni legame finanziario con aziende e organizzazioni che supportano direttamente o indirettamente le operazioni militari israeliane, promuovendo il boicottaggio e il disinvestimento, come strategie di resistenza economica.

È essenziale includere le voci di palestinesi queer nei movimenti internazionali per la giustizia lgbtqia+, troppo spesso marginalizzate o escluse dalle discussioni globali.

Allo stesso tempo dobbiamo rifiutare l’uso dei simboli queer, come il Pride e le bandiere arcobaleno, nelle strategie di propaganda israeliana, sfruttati per mascherare o giustificare politiche coloniali e repressive. Infine, si impegnano a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sfide uniche affrontate da persone palestinesi queer, che subiscono discriminazioni sia a causa dell’occupazione israeliana, sia all’interno della loro stessa comunità, lavorando per costruire una lotta inclusiva e trasversale che unisca le loro battaglie alla più ampia lotta per la giustizia sociale e i diritti umani. La direzione quindi delle liberazioni individuali e collettive, civili e indigene, l’affermazione di sè e quella dei popoli vanno di pari passo.

Author

  • Alba Nabulsi

    Giornalista, educatrice, e ricercatrice. Ha fondato il collettivo Zaituna a Padova con cui promuove la cultura palestinese e sensibilizza alla causa del suo popolo. I suoi focus sono gli studi di genere e postcoloniali, l'area SWANA (Asia Sud Occidentale e Nord Africa) e lo sviluppo locale e urbano. Ha pubblicato Lessico palestinese. Anatomia del genocidio a Gaza in dieci parole per Le Plurali Editrice.

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