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La mano è sempre più pesante: tempi di guerra e di propaganda, giustificano i governi a paletti alla libertà di espressione e sulla possibilità di dissentire. La gestione delle mobilitazioni per la Palestina è un esempio perfetto di quanto sta avvenendo: l’inasprimento delle norme sull’ordine pubblico e l’ampliamento degli strumenti amministrativi repressivi sono diventati elementi strutturali di un modello che tende a neutralizzare la contestazione. Una nuova Italia autoritaria.
La cornice è quella del ddl sicurezza promosso dal governo Meloni: una norma che ha rafforzato pene e poteri di prevenzione, reso più rapido il ricorso a misure come fogli di via e Daspo urbani, e ampliato l’area dei comportamenti considerati minacciosi per l’ordine pubblico. Questo irrigidimento non colpisce tutti allo stesso modo. A pagare il prezzo più alto sono i giovani senza cittadinanza italiana, persone di fede musulmana o appartenenti a comunità arabe, che diventano, nei fatti, più vulnerabili a controlli invasivi, accuse preventive e detenzioni prolungate.
L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Mohamed Shahin attualmente detenuto nel Cpr di Caltanissetta e che rischia di essere rimpatriato in Egitto, Paese dove rischia la vita giacché dissidente del regime di Al-Sisi. Il ministero dell’Interno ha emesso un foglio di via accusando Shahin di pericolosità e terrorismo per alcune frasi sul 7 ottobre estrapolate da un discorso ampio che vedeva l’atto terroristico di Hamas nella lunga serie di guerre dalla creazione di Israele in poi.
Ma quello di Shahin non è un caso isolato, emergono altre tre storie che si consumano nelle carceri italiane: quelle di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, in attesa di giudizio; quella di Ahmad Salem, detenuto da sei mesi; e quella di Tarek, anch’egli in carcere. Vicende diverse, ma tutte segnate dal medesimo schema di sospetto, interpretazioni arbitrarie, applicazione estensiva di norme securitarie e una tensione crescente a criminalizzare la solidarietà verso la Palestina. Il 13 ottobre, due cortei di solidarietà, a Roma e Torino, chiederanno libertà per loro.
Anan, Ali e Mansour: il processo contro la resistenza palestinese
Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh sono tre giovani palestinesi legati da amicizia e dalle stesse origini, sono provenienti dalla città di Tulkarem, in Cisgiordania, una zona segnata dall’occupazione israeliana.
Il processo in corso presso il tribunale de L’Aquila, e che si avvia a conclusione (la sentenza è prevista per il 19 dicembre), li vede imputati per associazione per delinquere con finalità di terrorismo. I tre sono accusati di aver promosso dall’Italia il cosiddetto Gruppo di Risposta Rapida, un’organizzazione armata palestinese attiva a Tulkarem. Secondo la Procura, il gruppo avrebbe pianificato azioni contro la colonia israeliana di Avnei Hefetz, presentata come un obiettivo civile, nonostante ospiti una base militare.
Quello che si discute in aula non è solo il destino di tre persone, ma il diritto del popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare, sancito dal diritto internazionale e umanitario, dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite e alla Convenzione di Ginevra. La questione non è tecnica: in un processo per associazione terroristica, stabilire se un luogo sia civile o militare determina se l’azione ipotizzata possa rientrare nel diritto internazionale.
Per Anan, che è ancora detenuto, il pubblico ministero ha chiesto dodici anni di reclusione; per Ali e Mansour, rispettivamente nove e sette anni. I legali degli imputati sottolineano come non vi siano prove concrete che abbiano mai preso parte ad azioni armate, e come le accuse si basino principalmente su messaggi, video e foto condivisi tra amici. Atti che, nel contesto della diaspora palestinese, rappresentano interessi comuni e una normale curiosità politica.
Anan Yaeesh era già stato condannato in Cisgiordania dalla Corte Marziale israeliana per fatti della Seconda Intifada: tre anni e dieci mesi di carcere più cinque anni di libertà vigilata. Mentre Ali e Mansour hanno vissuto la loro adolescenza tra le restrizioni imposte dall’occupazione e i campi profughi vicini, chiamati dai residenti “le piccole Gaza” per il livello di devastazione e repressione. Nel corso del processo è emerso che molti giovani in contatto con Anan sono stati assassinati da Israele in esecuzioni extragiudiziali, spesso senza conflitti a fuoco, un dettaglio che non ha trovato spazio nelle udienze italiane.
Il legale Flavio Rossi Albertini denuncia una chiara valenza politica del processo: “L’Italia si è sostituita a Israele”, afferma, “imbastendo un procedimento per fatti avvenuti in Cisgiordania, ignorando violazioni dei diritti umani e il contesto reale della resistenza palestinese”. Secondo Rossi Albertini, le richieste di condanna sproporzionate sono funzionali a un allineamento con le pressioni israeliane, soprattutto dopo il gennaio 2024, quando Anan era nel mirino di Tel Aviv. La richiesta di estradizione è stata negata, e l’Italia ha agito in sostituzione, arrestando anche Ali e Mansour, liberati poi a settembre 2024.
La Procura aveva anche intenzione di utilizzare interrogatori effettuati dallo Shin Bet e dalla polizia israeliana in Italia, senza la presenza di difensori: pratica contraria allo Stato di diritto, documentata da rapporti di associazioni internazionali e da recenti rapporti ONU sulle torture nelle carceri israeliane. Movimenti come la Campagna Free Anan e le Reti per la Palestina hanno già organizzato mobilitazioni in contemporanea a Melfi, dove Anan è attualmente detenuto.
Ahmad Salem: il “terrorismo della parola”
Ahmad Salem, 24 anni, palestinese del campo profughi di al-Baddawi, in Libano, si trova in carcere da sei mesi, accusato di istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo. La vicenda comincia durante il suo iter di richiesta di asilo politico in Italia, quando il telefono viene sequestrato e perquisito. Spezzoni decontestualizzati di un video di otto minuti, in cui Salem invita alla mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese, sono stati interpretati come “propaganda jihadista”.
Altri filmati presenti sul dispositivo sono stati definiti “video istruttivi” di matrice terroristica, nonostante siano riprese di attacchi della resistenza palestinese già presenti nei principali media italiani. I reati contestati poggiano sull’articolo 270 quinquies del codice penale, introdotto dal cosiddetto ddl Sicurezza del governo Meloni: il “terrorismo della parola”. La norma amplia in modo significativo il margine repressivo in Italia, criminalizzando discorsi politici e critiche internazionali.
Salem è detenuto nella casa circondariale di Corigliano-Rossano in Calabria, in un reparto di Alta Sicurezza, tipico dei procedimenti complessi legati al terrorismo. L’impianto accusatorio si regge su frasi isolate e spezzoni video estrapolati dal contesto, ignorando l’obiettivo politico e sociale del messaggio. I suoi legali hanno sollevato la questione di costituzionalità, sottolineando come il ddl Sicurezza limiti diritti fondamentali di espressione, associazione e difesa e presentato ricorso in Cassazione.
Tarek: il gesto estremo e la marginalità repressa
Il 5 ottobre 2024 migliaia di manifestanti scendono in piazza a Porta San Paolo, Roma, per chiedere la fine del genocidio a Gaza. Tra loro, Tarek, tunisino residente in Italia dal 2008, viene arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. A ricostruire il caso quando ormai Tarek è stato condannato è Radio Onda Rossa.
Tarek non era presente al corteo come partecipante, ma si trovava nella zona di Ostiense. Davanti alle manganellate contro i manifestanti, compie un gesto di protesta estrema: si leva la maglietta e si infligge tagli autolesionistici, simili alle pratiche di protesta nei CPR o nelle carceri, per reclamare controllo sul proprio corpo, unico spazio non soggetto al controllo del carceriere.
La Procura lo accusa di aver colpito agenti con un ombrello e lanciato bottiglie, nonostante video e referti medici non confermino danni o lesioni. La ricostruzione delle forze dell’ordine capovolge la cronologia dei fatti, attribuendo a Tarek condotte aggravate non supportate dalle prove. Il giovane viene condannato a quattro anni e otto mesi con rito abbreviato, superiore ai tre anni richiesti dal PM.
La vicenda personale di Tarek evidenzia la marginalità e le difficoltà dei migranti in Italia: separazione familiare, difficoltà economiche, permesso di soggiorno scaduto e problemi di salute ignorati dal tribunale. La detenzione peggiora le condizioni di vita e il benessere psicologico del giovane, confermando il ruolo del carcere come discarica sociale per immigrati e soggetti poveri, dove l’assenza di strutture adeguate amplifica il disagio e le discriminazioni istituzionali, denuncia l’avvocato dell’uomo: “Il suo caso è un’anticipazione di quello che è il Ddl sicurezza. Introduzione di nuovi reati, aumento di pene. Reati che non sono certamente delle novità. Nel nuovo ddl tuttavia c’è un salto di qualità: le norme sono incentrate sulla punizione di quei soggetti che vivono nella marginalità sociale. E contro coloro che questa marginalità sociale non l’accettano. Soggetti che combaciano con il profilo di Tarek, un ex detenuto che in piazza ha fatto un gesto estremo”. Nel frattempo Internazionale gli ha dedicato un fumetto.
Una stessa logica
Al di là delle differenze, ciò che unisce le tre storie è la logica della criminalizzazione preventiva: trasformare indizi marginali in segnali di pericolo, interpretare frasi o gesti fuori contesto, omettere volutamente ogni lettura alternativa. È lo stesso schema che guida le politiche sulla sicurezza e che informa, ora, anche i nuovi disegni di legge sull’antisemitismo, dove la critica politica verso Israele rischia di essere confusa con l’odio etnico.
Ostacolare la dissidenza diventa più facile quando chi dissente ha meno diritti formali, per cui si può anche essere licenziati per aver espresso solidarietà con la causa palestinese.
I giovani stranieri, gli studenti senza cittadinanza, le persone musulmane vivono in una zona grigia dove la presunzione di pericolosità pesa più del principio di innocenza. Le loro vite possono essere stravolte da un sospetto, un interpretazione malevola, una ricostruzione arbitraria. In tutti e tre i casi, la penalizzazione avviene prima di qualunque giudizio.
In tutto questo il ddl Sicurezza rappresenta l’infrastruttura normativa che consente alle autorità di considerare come minaccia comportamenti prima trattati con strumenti amministrativi leggeri o addirittura privi di rilievo penale. Il blocco temporaneo di una strada, un assembramento improvvisato, una resistenza passiva: tutto si trasforma in reato aggravato o in base per una misura preventiva. Nel contesto delle mobilitazioni pro-Palestina, questo dispositivo si presta a contenere e svuotare il diritto a manifestare.
Parallelamente, il Parlamento discute nuovi disegni di legge contro l’antisemitismo, tra cui quello presentato da Graziano Delrio, quello di Maurizio Gasparri e altre proposte simili provenienti da più schieramenti. Pur avendo come obiettivo dichiarato la lotta all’odio antiebraico, questi provvedimenti adottano la definizione IHRA di antisemitismo, che include esempi controversi: dalla critica di Israele paragonata all’odio antiebraico, fino alla delegittimazione di posizioni politiche sul conflitto. Studiosi, storici e scrittori hanno lanciato appelli pubblici sottolineando il rischio di rendere penalmente rilevanti opinioni politiche o critiche legittime verso lo Stato israeliano.
CREDITI FOTO: © Marco Di Gianvito/ZUMA Press Wire via ANSA


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