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The road to Wigan Pier (1937) è un lungo reportage di giornalismo narrativo che Orwell, fra gli antesignani del genere, dedica alle condizioni di vita e lavoro del proletariato inglese, osservate prendendo coscienza, via via, della sua stessa classe di appartenenza: quella borghese. In questo secondo capitolo si sofferma sulla realtà della miniera di carbone. La traduzione è a cura di Anna Martini.
La nostra civiltà, con buona pace di Chesterton, si fonda sul carbone, più completamente di quanto si capisca finché non ci si ferma a pensarci su. Le macchine che ci tengono in vita, e le macchine che costruiscono altre macchine, dipendono tutte, direttamente o indirettamente, dal carbone. Nel metabolismo del mondo occidentale, il minatore è secondo per importanza solo all’uomo che ara il terreno. È una specie di lorda cariatide che regge sulle spalle quasi tutto ciò che lordo non è. Per questo, vale bene la pena di osservare il procedimento concreto di estrazione del carbone, se te ne capita l’occasione e se sei disposto a prenderti il disturbo.
Quando si scende in una miniera è importante cercare di arrivare alla fronte del carbone quando lavorano i “riempitori”. Non è semplice, perché la presenza di visitatori quando la miniera è attiva è una seccatura, e viene scoraggiata; ma se la si visita in qualsiasi altro momento, se ne può trarre un’impressione del tutto sbagliata. Di domenica, per esempio, la miniera sembra quasi un posto pacifico. Il momento giusto per andarci è invece quando le macchine ruggiscono e l’aria è nera di polvere di carbone, e si vede davvero quello che i minatori devono fare. Allora lì è l’inferno, perlomeno come me lo figuro io. Ci trovi quasi tutte le cose che uno s’immagina all’inferno: calore, rumore, confusione, buio, aria fetida, e soprattutto uno spazio insopportabilmente angusto. Tutto tranne il fuoco, perché non c’è fuoco quaggiù salvo i flebili raggi delle lampade Davy e delle torce elettriche che riescono a malapena a fendere le nubi di polvere.
Quando infine ci arrivi – e arrivarci è un lavoro di per sé; lo spiegherò tra un attimo –, strisci oltre l’ultima fila di puntelli e ti trovi davanti a una parete nera e lucida alta tre o quattro piedi. È la fronte del carbone. In alto c’è il liscio soffitto composto dalla roccia da cui il carbone è stato estratto; in basso, ancora roccia, sicché la galleria in cui ti trovi non è più alta della vena di carbone: non supera di molto una iarda, probabilmente. La prima impressione generale, che per un poco eclissa tutto il resto, è il fracasso spaventoso, assordante del nastro trasportatore che porta via il carbone. Non si riesce a vedere molto lontano: la nebbia di polvere riflette il fascio di luce della lampada, ma si scorge su entrambi i lati la fila di uomini in ginocchio, mezzi nudi, uno ogni quattro o cinque iarde, a spingere la pala sotto il carbone caduto e gettarlo in fretta dietro la spalla sinistra. Lo danno in pasto al nastro trasportatore, un tappeto di gomma semovente largo un paio di piedi, che scorre una iarda o due dietro di loro. Lungo il nastro, un fiume luccicante di carbone fluisce senza posa. Nelle miniere più grandi, trasporta diverse tonnellate di carbone al minuto; questo arriva in qualche punto delle gallerie principali, dove è convogliato in vagonetti con capienza di mezza tonnellata, quindi trascinato fino alle gabbie e issato all’aria aperta.
È impossibile osservare i “riempitori” al lavoro e non esser colti da una fitta d’invidia per la loro solidità. È un lavoro tremendo il loro, quasi sovrumano rispetto alle capacità di una persona normale. Non soltanto, infatti, muovono quantità mostruose di carbone, ma lo fanno in una posizione che raddoppia o triplica la fatica. Devono rimanere in ginocchio per tutto il tempo – non potrebbero alzarsi senza sbattere la testa contro il soffitto – e basta provarci per capire quale sforzo terribile sia. Spalare è relativamente facile stando in piedi, perché puoi aiutarti a spingere la pala con il ginocchio e la coscia; se sei inginocchiato, tutto il carico grava sui muscoli delle braccia e dell’addome. Poi, gli altri aspetti della situazione non semplificano le cose. C’è il calore – non sempre uguale, ma in certe miniere è soffocante – e la polvere di carbone che ti intasa la gola e le narici e si deposita sulle ciglia, e il fragore incessante del nastro trasportatore, che in quello spazio angusto ricordail crepitio di una mitragliatrice. Ma i riempitori, a vederli lavorare, sembrano fatti di ferro. Sul serio: statue di ferro battuto, sotto la liscia patina di polvere nera che li fascia da capo a piedi. Soltanto vedendo i minatori in miniera e nudi puoi renderti conto di quanto siano magnifici. Sono perlopiù piccoli di statura (gli uomini grossi sono svantaggiati, in questo lavoro) ma quasi tutti hanno corpi nobilissimi; spalle larghe e vita stretta e flessuosa, natiche piccole e pronunciate e cosce nervose, senza un’oncia di carne di troppo. Nelle miniere più calde indossano solo un paio di mutande leggere, zoccoli e ginocchiere; nelle miniere roventi, solo gli zoccoli e le ginocchiere. A guardarli non si capisce se siano giovani o vecchi. Possono arrivare ai sessanta o anche ai sessantacinque anni, ma quando sono neri e nudi hanno tutti il medesimo aspetto. Nessuno potrebbe fare il loro lavoro senza avere il corpo di un giovane e la figura di un soldato delle Guardie Reali; qualche libbra di troppo sulla vita, e i continui piegamenti sarebbero impossibili. È uno spettacolo che, una volta visto, non si dimentica più: la fila di sagome chine, inginocchiate, tutte nere di fuliggine, che spingono le grandi pale sotto il carbone con forza e velocità stupefacenti. Lavorano per sette ore e mezzo, in teoria senza interruzione, giacché non vi sono pause. In realtà, a un certo punto del turno strappano un quarto d’ora per mangiare il pasto che si sono portati, in genere una grossa fetta di pane col grasso d’arrosto e una bottiglia di tè freddo. La prima volta che ho visto i “riempitori” al lavoro, ho appoggiato la mano su qualcosa di orrendamente viscido in mezzo alla polvere di carbone. Era un tocco di tabacco masticato. Quasi tutti i minatori masticano tabacco, dicono che serve a combattere la sete.
Penso che occorra scendere in diverse miniere prima di chiarirsi le idee sulle operazioni che ti si svolgono intorno. Più che altro, perché la semplice fatica di andare da un posto all’altro rende complicato notare qualunque altra cosa. Per certi versi è perfino deludente, o almeno diverso da come te l’aspettavi. Entri nella gabbia, una cassa d’acciaio larga più o meno come una cabina telefonica e lunga il doppio o il triplo. Può portare dieci uomini, ma stipati come sardine in una lattina, e un uomo alto non può starci diritto. Lo sportello d’acciaio si chiude sopra di te e la persona che manovra il verricello in alto ti cala giù nel vuoto. Un attimo di nausea e una specie di esplosione nelle orecchie, ma non fai molto caso al movimento finché non sei quasi al fondo, quando la gabbia rallenta così bruscamente che giureresti stia tornando a risalire. Durante la corsa, la gabbia tocca probabilmente le sessanta miglia all’ora; anche di più, in alcune miniere più profonde. Arrivato al fondo, quando strisci fuori, ti trovi più o meno a quattrocento iarde sotto terra. Vale a dire che hai sopra la testa una discreta montagna; centinaia di iarde di roccia compatta, ossa di bestie estinte, substrato inerte, selci, radici di cose vive, erba verde e vacche che ci pascolano – tutto ciò, sospeso sulla tua testa e sorretto unicamente da puntelli di legno spessi come il tuo polpaccio. Ma data la velocità con cui la gabbia ti ha fatto scendere, e il nero assoluto che hai traversato, ti pare d’essere non più giù che alfondo della metropolitana di Piccadilly.
Quello che davvero stupisce, invece, sono le immense distanze orizzontali che si devono coprire nel sottosuolo. Prima di scendere in una miniera, immaginavo vagamente il minatore che esce dalla gabbia e si mette a lavorare su una vena di carbone poche iardepiù in là. Non mi rendevo conto che prima di cominciare a lavorare può dover strisciare in gallerie lunghe come da London Bridge a Oxford Circus. Certo, all’inizio il pozzo della miniera si scava nelle vicinanze di un filone di carbone. Ma una volta esaurito quel filone, se ne seguono altri nuovi e l’attività si allontana sempre più dal fondo del pozzo. Un miglio dal fondo del pozzo alla fronte del carbone è una distanza media, tre miglia è nella norma; pare che in certe miniere si arrivi a cinque miglia. Ma sono distanze che non hanno niente a che vedere con quelle di superficie. Perché per tutto quel miglio, o quelle tre miglia, non c’è che la galleria principale dove si possa stare dritti in piedi, e anche lì non sempre ci si riesce.
Dopo qualche centinaio di iarde, ti accorgi dell’effetto. Ti chini leggermente e imbocchi la galleria semibuia, larga otto o dieci piedi e alta circa cinque, con le pareti rinforzate da lastre di scisto, come i muri in pietra del Derbyshire. Ogni paio di iarde ci sono puntelli di legno che reggono travi e putrelle; alcune putrelle si sono deformate creando fantastiche curve, sotto le quali ti devi abbassare. Di solito il terreno è pessimo: polvere densa o schegge puntute di scisto, e in certe miniere, dove c’è acqua, è fangoso come in un’aia. Poi c’è il binario dei vagonetti del carbone, una specie di ferrovia in miniatura con le traversine distanziate di un piede o due, dove è faticoso camminare. Tutto è grigio di polvere di scisto; c’è un acre odore polveroso che sembra uguale in tutte le miniere. Vedi macchinari misteriosi di cui non capirai mai lo scopo, e attrezzi affastellati col filo di ferro, e a volte topi che schizzano via dai fasci di luce delle lampade. Non sono affatto rari, specie nelle miniere dove ci sono o ci sono stati dei cavalli. Sarebbe interessante sapere come ci siano arrivati; forse cadendo giù per il pozzo: si dice che un topo può cadere da qualsiasi altezza senza farsi male, dato che ha una superficie molto ampia in rapporto al peso. Ti schiacci contro la parete per fare spazio alle file di vagonetti che vanno sballottando verso il pozzo, trainati da un infinito cavo d’acciaio azionato dalla superficie. Strisci attraverso tende di tela da sacchi e sportelli di legno spessi che, quando si aprono, fanno passare violente raffiche d’aria. Questi sportelli sono una parte importante del sistema di ventilazione. L’aria esausta viene risucchiata fuori da un pozzo tramite ventilatori, e l’aria fresca entra da sé nell’altro pozzo. Ma se la si lasciasse fare, l’aria prenderebbe la via più breve, e le zone di lavoro più profonde resterebbero prive di ventilazione; perciò tutte le scorciatoie devono essere chiuse con paratie.
All’inizio camminare curvi sembra roba da ridere, ma presto ti passa la voglia. Io sono svantaggiato dalla mia altezza non comune, ma quando il soffitto non supera i quattro piedi diventa dura per chiunque non sia un nano o un bambino. Non solo devi piegarti in due, ma devi anche tenere la testa sempre sollevata, per vedere travi e putrelle e scansarle al momento buono. Quindi patisci un torcicollo perenne, che però non è niente in confronto al dolore alle ginocchia e alle cosce. Dopo mezzo miglio diventa (non esagero) uno strazio insopportabile. Cominci a chiederti se arriverai mai alla fine – e più ancora ti domandi come diamine farai a tornare indietro. Il passo rallenta sempre più. Arrivi a un tratto di circa duecento iarde tutto eccezionalmente basso e devi trovare la forza di procedere acquattato. Poi d’improvviso il soffitto si spalanca a un’altezza misteriosa: un vecchio crollo di roccia, probabilmente; e puoi star dritto per ben venti iarde. Un sollievo travolgente. Ma poi ecco altre cento iarde basse e quindi una serie di travi sotto cui devi strisciare. Ti metti giù a quattro zampe e anche questo è un sollievo, dopo tanto andare acquattato. Ma quando arrivi alla fine delle travi e cerchi di rialzarti, scopri che le ginocchia sono entrate temporaneamente in sciopero e rifiutano di sostenerti. Fai una sosta, con gran vergogna, e dici che ti piacerebbe riposare un paio di minuti. La tua guida (un minatore) è comprensiva. Sa che i tuoi muscoli non sono come i suoi. «Altrequattrocento iarde appena» dice incoraggiante; per te, è come avesse detto altre quattrocento miglia. Ma alla fine, in un modo o nell’altro, riesci a trascinarti fino alla fronte del carbone. Hai percorso un miglio impiegando quasi un’ora; un minatore ci metterebbe poco più di venti minuti. Arrivato lì, puoi solo buttarti nella polvere di carbone e recuperare le forze per diversi minuti, prima di riuscire anche soltanto a osservare il lavoro in corso con un minimo di lucidità.
Il ritorno è peggio dell’andata, non solo perché sei già sfinito ma anche perché la stradadi ritorno al pozzo sarà probabilmente in leggera salita. Percorri i tratti più bassi con una velocità da tartaruga, e quando le ginocchia cedono chiedi di fermarti, senza più vergogna. Perfino la lampada che tieni in mano diventa un fastidio e forse, quando inciampi, ti cade; di conseguenza, se è una lampada Davy, si spegne. Chinarsi sotto le travi è uno sforzo sempre più grande, e a volte dimentichi di farlo. Cerchi di camminare a testa bassa come i minatori e sbatti la schiena. Anche i minatori sbattono la schiena abbastanza sovente. Ecco perché nelle miniere più calde, dove bisogna stare mezzi nudi, quasi tutti i minatori hanno quelli che loro chiamano “bottoni posteriori”, ovvero una crosta permanente su ciascuna vertebra. Quando il binario è in discesa, a volte i minatori incastrano gli zoccoli, cavi sotto la suola, alle rotaie dei carrelli e si lasciano scivolare giù. Nelle miniere dove il “viaggio” è più duro, tutti i minatori hanno bastoni lunghi circa due piedi e mezzo, scavati all’interno sotto l’impugnatura. Nei tratti normali si tiene la mano appoggiata sopra il bastone e nei tratti bassi la si infila dentro l’incavo. Questi bastoni sono di grande aiuto, e i caschi di legno — invenzione relativamente recente — sono un dono del cielo. Sembrano elmetti d’acciaio francese o italiano, ma sono fatti di una specie di midollo e leggerissimi, e così robusti che puoi prendere un colpo violento alla testa senza sentire nulla. Quando finalmente torni in superficie, sei stato sotto terra forse tre ore e hai percorso due miglia, e sei più esausto che dopo una camminata di venticinque miglia all’aria aperta. Per una settimana avrai le cosce così rigide che scendere le scale sarà un’impresa non da poco; andrai giù in una strana maniera sghemba, senza piegare le ginocchia. I tuoi amici minatori ti vedono camminare rigido e ti canzonano. («Allora, mica male lavorare lì sotto, eh?», eccetera.) Ma anche un minatore che sia stato a lungo senza lavorare – a causa di una malattia, per esempio – tribola parecchio, i primi giorni nel pozzo.
Può sembrare che io esageri, ma nessuno che sia sceso in un pozzo antiquato (come sono quasi tutti, in Inghilterra) e sia arrivato davvero fino alla fronte del carbone potrebbe affermarlo. Ma quel che vorrei sottolineare è questo: la spaventosa faccenda di andare avanti e indietro carponi, che per una persona normale costituisce già in sé una giornata di duro lavoro; e non fa affatto parte del lavoro del minatore, è un sovrappiù, come andare ogni giorno in ufficio nella City con la metropolitana. Il minatore fa quei viaggi avanti e indietro, e fra uno e l’altro ci sono sette ore e mezzo di lavoro bestiale. Io non ho mai fatto molto più di un miglio per raggiungere la fronte del carbone; ma spesso sono tre miglia, e in quei casi io, e praticamente chiunque non sia un minatore, non ci arriveremmo mai. Questo è il punto che rischia sempre di sfuggirci. Quando pensiamo a una miniera, pensiamo alla profondità, al calore, al buio, alle sagome annerite che menano colpi su muraglie di carbone; non necessariamente pensiamo a tutte quelle miglia da percorrere strisciando avanti e indietro. E c’è anche la questione del tempo. Il turno di lavoro del minatore, sette ore e mezzo, non parrebbe lunghissimo, ma bisogna sommarlo ad almeno un’ora al giorno di “viaggio”, più spesso due ore, a volte tre. Certo, il “viaggio” non è tecnicamente lavoro, e al minatore non viene pagato; ma a un lavoro somiglia tanto da non fare alcuna differenza. Facile dire che i minatori non ci fanno caso. Certo, per loro non è come sarebbe per voi o per me. Lo fanno sin dall’infanzia, hanno irrobustito i muscoli giusti e riescono ad andare avanti e indietro sotto terra con un’agilità sorprendente, da far quasi paura. Un minatore abbassa la testa e attraversa di corsa, con una lunga falcata dondolante, posti dove io riesco solo a barcollare. Nelle gallerie li vedi sgattaiolare a quattro zampe attorno ai puntelli quasi come cani. Ma sarebbe un grosso errore pensare che si divertano. Ne ho parlato con decine di minatori e tutti ammettono che il “viaggio” è duro; in ogni caso, quando li senti parlare tra loro di una miniera, il “viaggio” è sempre oggetto di discussione. Si dice che un turno è sempre più veloce a smontare che ad arrivare al lavoro; nondimeno, i minatori sono tutti d’accordo nel dire che è il rientro, dopo una dura giornata in miniera, a essere particolarmente gravoso. Fa parte del loro mestiere e sono all’altezza del compito, ma è senza dubbio faticoso. Forse si può paragonare a dover scalare una piccola montagna prima e dopo la giornata di lavoro.
Dopo esser sceso in due o tre pozzi, cominci ad afferrare qualcosa di ciò che si svolge nel sottosuolo (sia detto fra parentesi: sono sprovvisto della benché minima nozione riguardo agli aspetti tecnici dell’estrazione mineraria; mi limito a descrivere quanto ho osservato). Il carbone è situato in filoni sottili fra strati spessissimi di roccia, dunque, in sostanza, per estrarlo si procede come per scavare via lo strato centrale di un gelato napoletano. Un tempo i minatori incidevano direttamente il carbone con piccone e leva — un lavoro lentissimo, poiché il carbone, quando si trova nel suo stato vergine, è duro quasi quanto la roccia. Oggi a fare il lavoro preliminare è una tagliatrice elettrica, che funziona secondo il principio di una sega a nastro estremamente solida e potente, che lavora in orizzontale invece che in verticale, con denti lunghi un paio di pollici e spessi mezzo pollice o un pollice. Si muove avanti o indietro da sé, e gli uomini che la manovrano possono orientarla nel senso preferito. Per inciso, produce uno dei rumori più tremendi che abbia mai udito e sprigiona nuvole di polvere nera che rendono impossibile vedere oltre due o tre piedi e quasi impossibile respirare. La macchina avanza lungo la fronte di scavo, incidendo la base del carbone e scalzandolo fino a una profondità di cinque piedi, cinque piedi e mezzo; dopo, sarà relativamente facile estrarre il carbone fino alla profondità a cui è stato scalzato. Laddove l’estrazione risulta difficile, però, occorre liberarlo anche con l’aiuto di esplosivi. Un uomo con un trapano elettrico, simile in piccolo a quelli usati per i lavori stradali, pratica fori nel carbone a intervalli, vi inserisce dell’esplosivo in polvere, tappa i fori con argilla, si ripara dietro l’angolo se ce n’è uno (in realtà dovrebbe allontanarsi di venticinque iarde) e fa brillare la carica con la corrente elettrica. Questo non serve a estrarre il carbone, ma soltanto a frantumarlo. Certo, di tanto in tanto la carica è troppo potente, e allora fa venire giù non soltanto il carbone, ma anche il soffitto.
Dopo l’esplosione, i “riempitori” possono estrarre il carbone facendolo rotolare, quindi romperlo e buttarlo con la pala sul nastro trasportatore. I primi sono massi mostruosi che arrivano a pesare fino a venti tonnellate. Il nastro li spara sui vagonetti, i quali vengono spinti nella galleria principale e agganciati a un cavo d’acciaio che gira continuamente e li trascina fino alla gabbia. Poi vengono sollevati e, in superficie, il carbone viene separato facendolo passare sui crivelli e, se necessario, viene anche lavato. Per quanto possibile, il materiale di scarto, detto “sterile” — cioè lo scisto — viene usato per costruire le strade sotterranee. Tutto ciò che non può essere utilizzato viene portato in superficie e scaricato; ecco quindi gli enormi cumuli di materiale, le orride montagne grigie che sono un panorama consueto nelle regioni carbonifere. Quando il carbone è stato estratto fino alla profondità raggiunta dalla macchina, la fronte di scavo è avanzata di cinque piedi. Si mettono nuovi puntelli per sostenere il soffitto appena messo a nudo e, nel turno successivo, il nastro trasportatore viene smontato, spostato in avanti di cinque piedi e rimontato. Per quanto possibile, le tre operazioni di taglio, brillamento ed estrazione sisvolgono in tre turni separati: il taglio nel pomeriggio, il brillamento di sera (c’è una legge, non sempre rispettata, che lo vieta in presenza di altri uomini al lavoro nelle vicinanze), e il “riempimento” nel turno del mattino, che dura dalle sei all’una e mezzo.
Anche quando osservi il processo di estrazione del carbone, probabilmente lo fai per un tempo breve, e soltanto quando cominci a fare un po’ di calcoli ti rendi conto di quanto sia enorme il lavoro dei “riempitori”. Di norma, ciascuno di loro deve sgomberare uno spazio largo quattro o cinque iarde. La tagliatrice ha scalzato il carbone fino a una profondità di cinque piedi, per cui, se il filone è alto tre o quattro piedi, ogni uomo deve staccare, spezzare e caricare sul nastro una quantità di carbone compresa fra sette e dodici iardecubiche di carbone. Vale a dire — assumendo che una iarda cubica pesi ventisette hundredweight— che ogni uomo sposta carbone a una velocità vicina alle due tonnellate all’ora. Con quel tanto di esperienza di piccone e pala che ho, posso intuire che cosa significhi. Quando scavo fossi nel mio giardino, se in un pomeriggio sposto due tonnellate di terra, sento di essermi guadagnato il mio tè. Ma la terra è materia docile paragonata al carbone, e io non devo lavorare in ginocchio, a mille piedi sotto terra, in un caldo soffocante e inghiottendo polvere nera a ogni respiro; né devo camminare per un miglio piegato in due ancor prima di cominciare. Il lavoro di minatore sarebbe al di là delle mie possibilità tanto quanto esibirmi come trapezista al circo o vincere il Grand National. Non sono un lavoratore manuale e, a Dio piacendo, mai lo sarò; ma esistono lavori manuali che potrei fare, se proprio dovessi. Alle brutte, potrei essere uno spazzino passabile o un giardiniere inefficiente o persino un bracciante di decima categoria. Ma non esiste un concepibile sforzo o addestramento tale da trasformarmi in un minatore di carbone: il lavoro mi ucciderebbe in un paio di settimane.
Osservando i minatori all’opera, c’è un attimo in cui capisci come persone differenti abitino universi differenti. Laggiù dove si estrae il carbone è una sorta di mondo a parte, e si può tranquillamente attraversare la vita intera senza saperne mai nulla. È probabile, anzi, che la gran parte delle persone preferirebbe non saperne nulla. Eppure è l’indispensabile contraltare al nostro mondo di sopra. Praticamente tutto ciò che facciamo, dal mangiare un gelato al traversare l’Atlantico, e dal cuocere una pagnotta allo scrivere un romanzo, comporta direttamente o indirettamente l’uso del carbone. Per tutte le arti della pace occorre il carbone; ancor più se scoppia la guerra. In tempo di rivoluzione il minatore deve continuare a lavorare, altrimenti la rivoluzione dovrà fermarsi, perché tanto la rivoluzione quanto la reazione hanno bisogno di carbone. Qualunque cosa accada in superficie, picconate e badilate devono proseguire senza sosta, o perlomeno senza sostare per più di qualche settimana. Perché Hitler possa marciare al passo dell’oca, perché il Papa possa denunciare il bolscevismo, perché le folle possano radunarsi al Lord’sCricket Ground, perché i poetini da salotto possano lisciarsi il pelo tra loro, deve esserci il carbone. Ma in genere non ne siamo consapevoli; tutti sappiamo che “ci vuole il carbone”, ma mai, o quasi, ricordiamo che cosa comporti procurarcelo. Eccomi qui, seduto a scrivere davanti al mio confortevole fuoco di carbone. È aprile ma ancora ho bisogno del fuoco.Ogni quindici giorni il carro si ferma alla porta e uomini in giacchette di cuoio smanicateportano il carbone in casa, in robusti sacchi che odorano di catrame, e lo sbattono con fragore nel deposito sotto le scale. Solo molto di rado, grazie a un preciso sforzo mentale, collego questo carbone a quella fatica remota nelle miniere. È solo “carbone”: qualcosa che devo avere; una materia nera che arriva misteriosamente da nessun posto in particolare, come la manna, salvo che bisogna pagarla. Potresti tranquillamente attraversare tutto il nord dell’Inghilterra in automobile senza ricordare nemmeno una volta che, a centinaia di piedi sotto la strada dove viaggi, i minatori stanno picconando il carbone. Eppure in un certo senso sono quei minatori a far muovere la tua automobile. Quel loro mondo laggiù, illuminato dalle lampade, è necessario al mondo di sopra, immerso nella luce del giorno, come la radice al fiore.
Non è passato molto tempo da quando le condizioni nelle miniere erano peggiori di quelle odierne. Sono ancora in vita poche vecchissime donne che, in gioventù, hanno lavorato sotto terra, con un’imbracatura attorno alla vita e una catena che passava tra le gambe, strisciando carponi e trascinando vagonetti di carbone. E di solito lo facevano anche quando erano incinte. E persino oggi, se il carbone non si potesse estrarre senza donne incinte costrette a trascinarlo avanti e indietro, immagino che glielo lasceremmo fare, piuttosto che privarci del carbone. Ma perlopiù, naturalmente, preferiremmo dimenticare che lo fanno. E questo vale per ogni tipo di lavoro manuale: ci tiene in vita, e noi fingiamo che non esista. Più di chiunque altro, forse, il minatore può rappresentare il tipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente terribile, ma anche perché è così vitalmente necessario e tuttavia così distaccato dalla nostra esperienza, così invisibile, per così dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene. In un certo senso, è persino umiliante guardare i minatori al lavoro. Per un attimo fa sorgere in te un dubbio sul tuo stesso status di “intellettuale” e, più in generale, di persona superiore. Perché ti costringe a riconoscere —mentre guardi, almeno — che è soltanto perché i minatori si spaccano la schiena che le persone superiori possono restare superiori. Tu, io, il direttore del Times Literary Supplement, i poetini da salotto, l’arcivescovo di Canterbury e il Compagno X, autore del Marxismo spiegato ai bambini, noi tutti veramente dobbiamo la relativa rispettabilità delle nostre vite a povera gente che sgobba sottoterra, annerita fino agli occhi, con la gola piena di polvere di carbone, che spinge avanti la pala con braccia e ventre dai muscoli d’acciaio.

