Il futuro di una Germania in rovina. Le campagne immiserite non servono all’Europa è una corrispondenza scritta da Orwell per il periodico britannico The Observer all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, quando la città tedesca è stata appena liberata e occupata dagli Alleati. È la seconda corrispondenza dalla Germania dopo quella del 25 marzo e qui Orwell esprime in modo netto e unilaterale una posizione non pacifista; se la guerra è brutale in quanto tale, scrive, non ha senso l’enfasi sulle “vittime civili” giacché, al contrario, una distribuzione più equa delle vittime è preferibile al fatto che debbano morire solo maschi giovani. La sua visione anti-pacifista e realista della guerra lo aveva già portato a polemizzare, nell’anno precedente, con la nota pacifista Vera Brittain.
Man mano che si avanza nel cuore della Germania e sempre più viene allo scoperto la devastazione prodotta dai bombardamenti aerei Alleati, quasi tutti gli osservatori finiscono per ripetere questi tre commenti.
Primo: «Da noi, la gente non ne ha la minima idea.» Secondo: «È un miracolo che abbiano continuato a combattere.» Terzo: «Pensa che lavoro, ricostruire tutto questo!»
È verissimo che nel nostro Paese ancora non ci si rende conto delle dimensioni degli attacchi Alleati sulla Germania, e probabilmente si sottovaluta molto il ruolo che hanno giocato nel tracollo della resistenza tedesca. È difficile dare forma concreta a quel che si legge sui giornali o si ascolta alla radio sulla guerra aerea, e possiamo perdonare l’uomo della strada, se immagina che quanto abbiamo fatto alla Germania negli ultimi quattro anni sia né più né meno quello che loro hanno fatto a noi nel 1940.
Ma questo errore, che negli Stati Uniti dev’essere ancor più comune, contiene un potenziale pericolo, e le numerose proteste contro i bombardamenti indiscriminati espresse da pacifisti e filantropi hanno solo generato confusione.
Il mondo impoverito
I bombardamenti non sono particolarmente disumani. È disumana la guerra stessa, e il bombardiere, usato per paralizzare l’industria e i trasporti anziché per uccidere esseri umani, è un’arma relativamente civile. La guerra combattuta in maniera “normale” o “legittima” non è meno distruttiva nei confronti degli oggetti inanimati, e lo è enormemente di più quando si tratta di vite umane.
Per giunta, le bombe uccidono campioni casuali di popolazione; gli uomini caduti in battaglia, invece, sono proprio quelli che la comunità meno può permettersi di perdere. Il popolo britannico non ha mai visto di buon occhio i bombardamenti sui civili e indubbiamente sarà pronto a compatire i tedeschi, subito dopo averli nettamente sconfitti; ma quel che ancora gli sfugge, grazie alla sua relativa immunità, è l’atroce distruttività della guerra moderna, con il lungo periodo di impoverimento che attende il mondo intero.
Attraversando le città in rovina della Germania si è colti da un autentico dubbio sulla continuità della civiltà. Va infatti ricordato che la Germania non è la sola vittima dei blitz. La medesima desolazione si estende, in ampie porzioni quantomeno, da Bruxelles fino a Stalingrado. E là dove gli scontri sono avvenuti sul terreno, la distruzione è ancor più totale rispetto ai luoghi soltanto bombardati. Per esempio, in un raggio di circa cinquecento chilometri dalla Marna al Reno, non c’è ponte o viadotto che non sia stato distrutto.
Milioni senza dimora
Anche in Inghilterra, sappiamo di aver bisogno di tre milioni di case e che le probabilità di ottenerle entro un tempo definito appaiono piuttosto esili. Ma quante case serviranno alla Germania, o alla Polonia o all’URSS o all’Italia? Quando si pensa all’impresa immane di ricostruire Colonia, Essen, Amburgo, Varsavia, Budapest, Charkov, Odessa, Leningrado e decine o centinaia di altre città europee grandi e piccole (e ricostruirle entro sei anni, durante i quali tutta la manodopera disponibile è stata sperperata nella produzione bellica) ci si rende conto che un tempo lungo dovrà trascorrere anche soltanto per recuperare il tenore di vita del 1939.
Ancora non conosciamo l’entità esatta dei danni subiti dalla Germania, ma a giudicare dalle zone finora occupate è difficile credere che i tedeschi abbiano i mezzi per pagare, in beni o in manodopera, riparazioni di qualsiasi genere. Trovare nuovi alloggi per i tedeschi, rimettere in funzione le fabbriche distrutte e impedire il collasso dell’agricoltura tedesca dopo la liberazione dei lavoratori stranieri, basterà ad assorbire tutta la manodopera verosimilmente a loro disposizione.
Se, come oggi si prevede, milioni di essi saranno deportati nei paesi vincitori per lavori di ricostruzione, la ripresa della Germania rallenterà ulteriormente. Dopo l’ultima guerra, si è infine compresa l’impossibilità di ottenere risarcimenti economici sostanziosi (in parole povere, far pagare la guerra al nemico), ma non siamo altrettanto coscienti del fatto che l’impoverimento di un singolo paese si ripercuote sul mondo intero. La trasformazione della Germania in una specie di campagna immiserita non converrebbe a nessuno.
Il brano è tratto dalla raccolta di articoli scritti per la rivista The Observer dal 1942 al 1948. Titolo originale: Future of a Ruined Germany. Traduzione di Anna Martini.
CREDITI FOTO: Imperial War Museums – 1945-1947, Una fotografia aerea (obliqua) scattata da un De Havilland Mosquito dell’unità cinematografica e fotografica della RAF che mostra edifici gravemente danneggiati nella zona tra Friedrich Hain e Lichtenberg, Berlino.

Pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903-1950). Nato in India da una famiglia di funzionari britannici della borghesia medio-bassa, morì di tubercolosi a soli 46 anni. Scrittore, giornalista, saggista letterario e politico, i suoi scritti hanno puntellato il secolo di utopie e distopie in cui ha vissuto grazie a un acume critico e a un coraggio ideale fuori da ogni dottrina e dogma, alla ricerca di verità intellettuale.


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