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Poche settimane fa ero in uno stadio di Edimburgo per una partita di calcio femminile tra Hibernian e Inter Women. Quel pomeriggio, pochi minuti prima del calcio d’inizio, ho visto spuntare alcune bandiere palestinesi a poche file di distanza da me. Sono rimaste visibili per un pochi minuti, giusto il tempo di attirare l’attenzione degli steward, poi il gruppo che le esponeva è stato trascinato fuori dallo stadio. Una scena veloce, identica a episodi registrati in centinaia di impianti sportivi in molte parti del mondo. Episodi che mostrano con chiarezza che il calcio possiede un peso politico enorme, capace di provocare reazioni immediate da parte delle istituzioni e di chi gestisce la sicurezza negli stadi.
Istituzioni deboli e affari con Israele
La stessa logica orienta i vertici istituzionali del mondo del calcio. Dopo il 7 ottobre 2023, i due organismi più influenti, FIFA e UEFA, hanno costruito un approccio che appare studiato per evitare frizioni con Israele. Le due organizzazioni hanno scelto una linea amministrativa, priva di decisioni drastiche o gesti capaci di incidere sul rapporto tra sport e violazioni dei diritti umani.
Le sospensioni hanno interessato solo casi circoscritti e temporanei, giustificati da esigenze di sicurezza o da difficoltà logistiche per le squadre israeliane o le nazionali ospiti. Ad esempio, alcuni incontri europei dei club israeliani hanno subito rinvii o annullamenti quando i rischi di protesta o di disordine pubblico apparivano troppo elevati. Secondo le comunicazioni ufficiali, queste scelte sono dipese dalla pura necessità di proteggere l’incolumità di atleti, tifosi e staff tecnico.
Misure di questo tipo non hanno mai assunto il carattere di sanzioni disciplinari contro Israele per le sue politiche di occupazione o per le violazioni dei diritti umani documentate nei territori palestinesi. Non si è proceduto a nessuna esclusione formale, a decurtazioni di punti o all’irrogazione di multe significative. Le federazioni calcistiche hanno mantenuto un profilo basso, evitando condanne pubbliche o prese di posizione nette che avrebbero potuto scuotere l’intero sistema.
La FIFA allineata
Lo stesso atteggiamento trova riscontro nella linea adottata dal presidente della FIFA Gianni Infantino, che dopo il famoso 7 ottobre ha preferito inviare lettere neutrali verso entrambe le parti, proponendo il calcio come strumento di speranza e ricostruzione, senza affrontare la questione delle responsabilità.
Infantino ha partecipato persino all’evento a Sharm el-Sheikh il 13 ottobre scorso, convocato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Si trattava di un vertice straordinario dedicato alla pace e alla tregua nella Striscia di Gaza, dove si sono riuniti i principali leader mondiali coinvolti nel conflitto mediorientale.
Il presidente della FIFA ha assunto il ruolo di rappresentante del mondo sportivo, presentandosi con toni da cerimonia diplomatica. Ha promesso che l’organismo da lui guidato sosterrà la ripresa delle infrastrutture sportive in Palestina e in Gaza, annunciando l’intento di ricostruire campi e stadi distrutti, fornire palloni, inviare istruttori e sostenere giovani atleti, in collaborazione con la Federazione Calcistica Palestinese.
L’iniziativa è stata presentata pubblicamente come un progetto di speranza e unione, un modo per portare il calcio in ogni angolo del paese per aiutare a superare le divisioni e le difficoltà.
Infantino, però, non ha mai affrontato la questione delle restrizioni militari, delle distruzioni generalizzate e delle violazioni dei diritti umani che hanno colpito i Palestinesi e le infrastrutture sportive e civili durante il genocidio nell’enclave.
La sua presenza in Egitto non ha fatto altro che rafforzare la sua rete personale di relazioni con leader come Trump e i rappresentanti del Golfo, investiti di potere economico e mediatico.
Infantino ne ha sfruttato la visibilità per promuovere l’immagine della FIFA come attore di pace, lasciando fuori le questioni fondamentali e le responsabilità dirette nel massacro di un popolo.
Il vero banco di prova per la coerenza del calcio mondiale, però, si chiama UEFA. Poco noto è il fatto che l’organo europeo finanzia direttamente la Federazione Calcistica Israeliana tramite i suoi programmi di sviluppo.
Il principale è il piano HatTrick, un fondo che riversa una parte consistente delle entrate degli Europei alle federazioni membre per sostenere progetti di vario tipo. È attraverso questo canale che la UEFA ha contribuito, ad esempio, alla creazione dell’Accademia Femminile di Calcio e del Centro Nazionale di Allenamento della IFA in Israele.
Una parte di questi fondi, inoltre, viene distribuita a sei club che giocano negli insediamenti israeliani in territori occupati della West Bank, su terre sottratte ai palestinesi.
In questo modo, la UEFA contribuisce indirettamente alla vita sportiva di insediamenti che il diritto internazionale considera illegali, sebbene l’organizzazione tenti di evitare qualsiasi assunzione di responsabilità su questa rete di rapporti finanziari.
Il confronto con la sospensione della Russia
Ma come si spiega, allora, la differenza di reazione rispetto alla sospensione della Russia nel 2022? Dopo l’invasione dell’Ucraina, la FIFA e la UEFA esclusero la federazione russa in meno di due giorni. È mancato del tutto un dibattito pubblico, così come qualsiasi tentativo di rinvio o di ricerca di formule diplomatiche. Nel caso di Israele, invece, la richiesta ufficiale della federazione palestinese di sospendere l’IFA resta senza seguito. La FIFA rimanda la decisione, sostiene che la questione richiede valutazioni legali, parla di procedure da rispettare.
Amnesty International, All Out e molte federazioni arabe hanno chiesto un intervento immediato, presentando dossier dettagliati su uccisioni di atleti palestinesi, bombardamenti su impianti sportivi, spoliazione di territori. Nonostante le pressanti richieste, i dirigenti sportivi europei continuano a trattare Israele come una federazione qualsiasi, nascondendosi dietro una neutralità usata per evitare conflitti con governi capaci di influenzare sedi politiche e investimenti.
A questa gestione si affianca un irrigidimento sempre più visibile nei confronti di qualsiasi espressione pubblica di solidarietà verso la Palestina negli stadi. Come io stesso ho avuto modo di vedere da vicino, in più paesi si osserva un’efficienza repressiva, pronta a intervenire quando compare una bandiera palestinese sugli spalti, quasi fosse un oggetto capace di mettere in discussione l’intero ordine del calcio europeo, andando a colpire forme pacifiche di dissenso.
Censura e repressione negli stadi europei
Per misurare la paranoia delle autorità sportive verso la Palestina basta un biglietto per il Bernabéu. In diverse partite di campionato e Champions League, gli steward del Real Madrid hanno sequestrato bandiere palestinesi con operazioni tempestive e coordinate.
Le testimonianze dei tifosi parlano di controlli a campione ai varchi d’ingresso, perquisizioni selettive e rimozioni immediate anche quando le bandiere restavano ferme sulle ginocchia o venivano semplicemente appoggiate ai sedili.
In alcuni casi sono state allontanate persone che non avevano dato alcun segnale di protesta, come se la sola presenza di quei colori fosse sufficiente a creare un allarme. La società non ha mai spiegato in modo convincente questi interventi, rifugiandosi in generiche formule sulla sicurezza e sull’ordine interno.
La sensazione che circola tra i tifosi è che il club preferisca prevenire qualsiasi discussione politica, anche quando non esiste alcun rischio, attraverso un controllo spasmodico che finisce per colpire espressioni legittime.
Il clima francese appare ancora più pesante. Le prefetture di diverse città hanno annunciato divieti espliciti per le bandiere palestinesi nelle partite della nazionale. Nei comunicati si parla delle solite esigenze di sicurezza e di un presunto pericolo di tensioni, senza alcun riferimento a episodi concreti che possano giustificare misure così drastiche. Il risultato è una vera e propria interdizione preventiva, applicata in modo uniforme a chiunque entri allo stadio. Anche in questo caso, i tifosi segnalano controlli invasivi ai tornelli, perquisizioni estese e l’obbligo di consegnare qualsiasi oggetto che richiami la Palestina.
Scontri e tensioni durante le partite
Purtroppo, accanto al sequestro delle bandiere e alle perquisizioni agli ingressi, la crisi israelo-palestinese entra negli stadi anche con la violenza diretta.
Amsterdam è forse il caso più grave. Nei giorni del match di Europa League tra Ajax e Maccabi Tel Aviv, il 6 e 7 novembre 2024, la città è sprofondata nel caos più assoluto, con scontri violenti tra gruppi di tifosi israeliani, attivisti pro Palestina e residenti. La guerriglia urbana è scoppiata quando i Maccabi Fanatics hanno attraversato il centro città strappando bandiere palestinesi da edifici privati. Lanciando cori apertamente razzisti come “morte agli arabi”, hanno tentato persino di forzare l’ingresso di un palazzo dove erano appese più bandiere.
La risposta non si è fatta attendere. La sera del match, gruppi di giovani che si identificavano con la causa palestinese hanno organizzato veri e propri agguati contro i tifosi israeliani. Il bilancio è stato di almeno sette persone ricoverate in ospedale, cinque delle quali israeliane, una ventina di feriti lievi e più di sessanta arresti.
I giudici olandesi hanno poi inflitto pene detentive fino a sei mesi per alcuni degli aggressori, riconoscendo il carattere organizzato degli attacchi dopo la partita. Amsterdam ha reagito con misure di emergenza, divieti di manifestazione per più giorni e un rafforzamento imponente della presenza di polizia attorno ai luoghi legati alla comunità ebraica e palestinese.
Un episodio altrettanto eloquente si è verificato ad Atene nel marzo del 2024. In piazza Syntagma, un uomo che sventolava una bandiera palestinese è finito in ospedale dopo essere stato circondato e picchiato da un gruppo di tifosi del Maccabi Tel Aviv, appositamente arrivati in Grecia per la partita di Conference League contro l’Olympiacos. Il video dell’aggressione mostra una violenza improvvisa e mirata contro un bersaglio isolato, scelto solo per i colori che stringeva in mano.
Le proteste di Udine
Anche l’Italia ha conosciuto questa violenza, che ha avuto il suo epicentro a Udine in una doppia, significativa tappa.
La prima si è consumata il 14 ottobre 2024 per la Nations League Italia-Israele, con la città blindata da misure di sicurezza eccezionali.
L’area dello stadio e gli hotel delle squadre furono trasformati in una “zona rossa”, presidiati da controlli a cerchi concentrici con prefiltraggi, dissuasori mobili e un grosso dispiegamento di forze di polizia. In centro, la comunità palestinese e decine di associazioni sfilarono in corteo contro la disputa della partita, denunciando i bombardamenti a Gaza e il sostegno politico e sportivo concesso a Israele.
Quella giornata si chiuse senza scontri gravi, ma lasciò diversi spunti di riflessione. Ogni volta che la nazionale israeliana scende in campo, il calcio diventa un mezzo per prendere posizione. Di fronte a un corteo di protesta pacifico, le istituzioni hanno messo da parte il dialogo, scegliendo di rispondere con dispositivi di sicurezza degni di un’operazione militare, trasformando la città in un avamposto militare.
Una sospensione della democrazia
Quella del 2024 si rivelò solo una prova generale. Il 14 ottobre 2025, la stessa partita innescò una reazione a catena ben più grave. Prima del match di qualificazione ai Mondiali tra Italia e Israele, le organizzazioni per la Palestina convocarono la manifestazione nazionale “Show Israel the red card”. In migliaia risposero all’appello, sfilando con una grande bandiera palestinese, cartelli che accusavano la FIGC di complicità e un sudario lungo diversi metri metri con i nomi delle migliaia di minorenni uccisi a Gaza.
Il corteo attraversò una Udine semivuota, con i negozi chiusi per timore di incidenti e un dispiegamento di forze dell’ordine che ricordava quello di un vertice internazionale.
Interi quartieri divennero di fatto zone off-limits, con alcune famiglie invitate dalle autorità a lasciare temporaneamente le proprie case mentre il territorio veniva presidiato da controlli stile aeroporto, idranti schierati pronti all’uso, cecchini sui tetti e accessi interdetti ai non residenti nell’area che ospitava la nazionale israeliana.
La giornata degenerò in serata quando, dopo la manifestazione pacifica, un gruppo di alcune decine di persone tentò di sfondare il cordone di polizia in viale della Vittoria. Le autorità reagirono senza preavviso impiegando cannoni ad acqua a distanza ravvicinata, seguiti da gas lacrimogeni e in misura minore dai manganelli.
Sei osservatori di Amnesty International Italia, specializzati nel monitoraggio di situazioni pubbliche a rischio, hanno documentato l’operato delle forze dell’ordine. La loro osservazione, unita all’analisi di video, ha accertato un uso massiccio e indiscriminato di munizioni e granate al gas lacrimogeno.
La Questura di Udine ha riferito di averne impiegate circa 150. Il lancio dei lacrimogeni, inizialmente diretto verso la minoranza che cercava di sfondare il cordone, ha successivamente raggiunto piazza I Maggio. In quella piazza si stavano svolgendo gli interventi finali della manifestazione pacifica, con migliaia di persone presenti, tra cui anziani e minorenni.
L’intervento di Amnesty International
Gli organizzatori sono stati costretti a porre fine all’evento con largo anticipo rispetto agli orari concordati, per tutelare l’incolumità dei presenti. Il bilancio provvisorio della stampa locale riporta tre feriti, compreso un operatore televisivo colpito al volto, e almeno tredici persone fermate e condotte in questura. Amnesty International ha inserito gli eventi di Udine tra i casi accertati di violazioni dei diritti umani avvenuti in Italia, citando l’uso sproporzionato della forza e restrizioni al diritto di protesta.
Pochi giorni prima della partita, sullo sfondo, era scoppiata la polemica sulla presenza del Mossad. Una notizia pubblicata dalla Gazzetta dello Sport e ripresa da diversi media sosteneva che la nazionale israeliana sarebbe stata scortata da agenti del servizio segreto, con trasferimenti in località segrete e vigilanza continua.
L’intelligence sui tetti
Il Dipartimento di sicurezza smentì formalmente la presenza operativa dell’intelligence israeliana a Udine, ma le preoccupazioni politiche rimasero. In una nota ufficiale, la consigliera regionale Serena Pellegrino e il capogruppo comunale Andrea Di Lenardo parlarono esplicitamente di autorizzazione al Mossad ad agire sul territorio italiano il 14 ottobre.
Ricordarono una precedente gestione dell’ordine pubblico a Parma affidata di fatto agli apparati israeliani e definirono “inconcepibile” l’idea che un servizio segreto accusato di crimini di guerra potesse operare in Italia.
Denunciarono un governo che, a loro giudizio, appaltava la sicurezza a un esercito sotto accusa per genocidio e violazioni del diritto internazionale, e invitarono apertamente a scendere in corteo a Udine.
Su Udine, quindi, si sovrapposero tre livelli. Il primo riguardò la gestione securitaria estrema intorno alle partite con Israele. Il secondo coinvolse un movimento pro Palestina che si organizzò e venne trattato come una potenziale minaccia da neutralizzare. Il terzo introdusse l’ombra dei servizi segreti israeliani nel dibattito pubblico.
La mobilitazione dei giocatori internazionali
Accanto a questi scontri tra tifosi, però, la crisi ha iniziato a travolgere fin dall’inizio i protagonisti stessi del mondo del calcio. Già all’inizio dell’aggressione israeliana a Gaza, alcuni protagonisti del calcio hanno pagato un prezzo elevatissimo per aver preso una posizione pubblica.
Uno dei primi casi interessa Youcef Atal, difensore internazionale algerino del OGC Nice, sospeso dal club il 18 ottobre 2023 dopo un post social sul massacro palestinese.
Il post in questione, che consisteva nella visione e condivisione di un video di un predicatore palestinese invocante la “guida della mano” contro gli ebrei, provocò l’avvio di un’indagine per “incitazione all’odio religioso”. Il club dichiarò che Atal “aveva riconosciuto l’errore” e lo sospese fino a nuovo avviso.
Sebbene poco dopo avesse presentato le sue scuse, il danno era fatto, finendo per essere condannato da un tribunale francese a otto mesi con la condizionale e 45.000 euro di multa per “incitamento all’odio” a causa del post.
Il caso di Anwar El Ghazi
Se per Atal la condanna fu unanime, la reazione del club a un’altra presa di posizione, quella di Anwar El Ghazi, sarebbe stata successivamente giudicata eccessiva e illegittima dalla stessa legge. La vicenda ha luogo in Germania e coinvolse l’attaccante olandese-marocchino, che nel settembre 2023 aveva firmato per il FSV Mainz 05.
Sempre nell’ottobre 2023 il club lo sospese “dalle attività di allenamento e partita” in seguito a un post sui social che il club definì “inaccettabile” in relazione al conflitto. Il giocatore rifiutò di ritrattare le sue dichiarazioni e in un post successivo aveva scritto “This is not conflict […] this is genocide and mass destruction and we are witnessing it live. From the river to the sea, Palestine will be free”.
Il club decise di licenziarlo nel novembre 2023. El Ghazi intraprese un’azione legale per licenziamento ingiustificato e, nel luglio 2024, un tribunale tedesco stabilì che la risoluzione del contratto era illegittima, condannando il Mainz a corrispondere all’attaccante 1,5 milioni di euro di arretrati. Successivamente l’appello del club fu respinto nel novembre 2024, una sentenza che confermò come il licenziamento violasse il diritto del giocatore alla libertà di espressione.
Un terzo profilo, quello di Noussair Mazraoui, completa questo spettro di reazioni dimostrando come anche un semplice messaggio di sostegno alla Palestina, senza connotati estremi, abbia innescato pressioni per una retromarcia. Il fatto che non sia stato formalmente sospeso sembra indicare che la punizione vari in base al contesto negoziale o mediatico.
Repressione generale
Tutto ciò fa capire che quando un atleta nel calcio europeo prende una posizione pubblica e apertamente schierata a favore della Palestina, non necessariamente sotto forma di discorso politico sofisticato ma anche solo con un’immagine o un messaggio social, le conseguenze possono essere immediate. Club, federazioni e media si attivano per contenere l’intervento, talvolta ricorrendo a sospensioni, trasferimenti o licenziamenti. Fortunatamente però, tutta questa repressione non ha fiaccato la determinazione di molte tifoserie, atleti e addetti ai lavori.
Una lettera internazionale
Più di settanta giocatori internazionali, con nomi del calibro di Paul Pogba, Hakim Ziyech, Adama Traoré, Franck Kessié, Benjamin Mendy, Eric Bailly e Ousmane Dembélé, hanno firmato una lettera aperta indirizzata alla UEFA per chiedere la sospensione immediata di Israele dalle competizioni europee, replicando la misura applicata alla Russia nel 2022. La lettera, è stata ripresa da da numerose testate sportive europee, diventando in poche ore un documento politico di portata ben superiore all’ambito puramente calcistico.
Il testo delinea con crudezza la realtà denunciata dagli atleti, documentando l’uccisione di decine di calciatori palestinesi, tra cui giovanissimi delle squadre minori, insieme alla demolizione di impianti sportivi, campi di allenamento e strutture scolastiche. L’elenco prosegue con lo smantellamento di intere formazioni giovanili, orfane sia degli spazi che degli allenatori. Gli atleti firmatari evidenziano come alla Palestina sia stata sottratta non solo una generazione di atleti, ma la stessa opportunità di coltivare futuro attraverso lo sport.
La lettera è la prima mobilitazione collettiva di questa portata a livello internazionale. Calciatori provenienti da campionati e federazioni diverse, spesso restii a esporsi per timore di sanzioni o ritorsioni professionali, hanno scelto di firmare un documento che mette in discussione le istituzioni che governano il calcio europeo.
Per la prima volta, il dissenso collettivo non arriva dalle curve, ma dal centro del sistema e dagli atleti che generano profitti, audience, diritti televisivi e che rappresentano il valore economico delle competizioni.
Eventi simbolici e partite solidali
In Scozia, il Celtic Park è diventato una delle piazze più solide della solidarietà. La Brigata Verde, storico gruppo ultras del Celtic FC, ha lanciato la campagna “Mostra il cartellino rosso a Israele”, trasformando ogni partita interna in un appuntamento politico. Migliaia di tifosi hanno sollevato cartoncini rossi con il nome di Israele ben leggibile, chiedendo alla UEFA di sospendere la federazione israeliana dalle competizioni europee. Gli spalti si sono riempiti di bandiere palestinesi, cori e striscioni che ricordavano le distruzioni a Gaza, i calciatori uccisi e la rete di impunità che circonda l’azione militare nel territorio.
La campagna ha avuto un effetto immediato, portando tifoserie in Spagna, Francia, Italia e Turchia a riprendere lo stesso gesto, moltiplicando le immagini che circolavano sui social e mettendo in difficoltà federazioni che tentavano di mostrare un profilo neutrale. Il Celtic ha ricevuto richiami e minacce di multa da parte della UEFA, ma la tifoseria ha scelto di andare oltre, dichiarando che la solidarietà verso la Palestina non può essere repressa da norme disciplinari scritte per limitare il dissenso.
Turchia
In Turchia la partecipazione è diventata spontanea e travolgente. Le curve di Galatasaray e Bursaspor hanno esposto enormi bandiere palestinesi durante le partite di campionato, accompagnate da cori che accusavano Israele di massacrare la popolazione di Gaza.
Le immagini, riprese dalla stampa turca e poi rimbalzate sui giornali internazionali, hanno reso evidente come un’intera parte del pubblico turco avesse messo in chiaro che la repressione europea non avrebbe trovato terreno fertile lì. Le società turche hanno scelto di non intervenire, né con divieti né con sequestri, accettando il fatto che i tifosi stessero interpretando il calcio come strumento di denuncia collettiva.
La Champions League a Londra
Uno dei segnali più forti è arrivato a Londra, quando durante la finale di Champions League 2025. Nel settore del PSG è comparso uno striscione gigantesco con la scritta “Stop genocidio a Gaza”. L’immagine ha fatto il giro del mondo, diventando la più condivisa della serata e scatenando subito la reazione della UEFA, che ha aperto un procedimento disciplinare contro il club parigino per “messaggi politici”.
Le minacce di sanzione non hanno però oscurato la risonanza dello striscione, che ha costretto media, dirigenti e sponsor a confrontarsi con una realtà ormai impossibile da rimuovere, e cioè che il calcio europeo non riesce più a contenere la voce delle sue curve quando queste decidono di raccontare ciò che accade in Palestina.
Pochi mesi dopo, la scena spagnola ha dimostrato come questa presa di coscienza stesse ormai maturando modalità di azione concrete. Il 15 novembre, a Bilbao, il San Mamés si è riempito per un’amichevole che ha assunto un valore storico. La Euskal Selekzioa, la rappresentativa dei Paesi Baschi, ha affrontato la nazionale palestinese davanti a 51.396 spettatori. Nel pomeriggio la città era stata attraversata da manifestazioni che denunciavano le operazioni militari israeliane, e lo stadio ha raccolto quel clima trasformandolo in un rito collettivo. Striscioni, cori, bandiere e messaggi di sostegno hanno accompagnato le due squadre durante tutto il match.
Le due rappresentative, unite da una lunga storia di rivendicazioni legate alla propria identità nazionale, hanno trovato nello stadio una forma di riconoscimento reciproco che nessuna federazione internazionale aveva mai concesso alla Palestina, un’arena di legittimazione che andava ben oltre il semplice risultato sportivo.
Lo stesso spirito ha ispirato l’appello lanciato da Pep Guardiola in vista dell’amichevole tra Catalunya e Palestina organizzata a Barcellona il 18 novembre. L’allenatore del Manchester City ha chiesto ai tifosi catalani di riempire lo stadio per sostenere la squadra palestinese e ricordare i più di quattrocento calciatori uccisi dall’inizio dell’assedio.
Il ricavato della partita è destinato a progetti umanitari e comunitari in Palestina e rappresenta uno degli esempi più chiari di come il calcio, quando sottratto ai vincoli imposti dalle federazioni, possa diventare un gesto concreto di ricostruzione e sostegno.
Quando il calcio supera la neutralità
Ormai, curve europee e mediterranee elaborano un linguaggio politico autonomo, capace di sfidare sanzioni e direttive. La Palestina fa il suo ingresso negli stadi come presenza concreta, sostenuta da collettivi che rivendicano il calcio come strumento di solidarietà attiva.
Il tentativo di tenere lo sport lontano dalla geopolitica si fa così sempre più evanescente, poiché gli stadi sono ormai tribune da cui denunciare apertamente guerre e occupazioni. Gli interventi disciplinari e il sequestro delle bandiere avvalorano l’impressione che il calcio funga da barriera per contenere la realtà esterna.
Il pallone che rotola è ormai una lente d’ingrandimento sul divario tra i principi proclamati e le scelte effettive. Le istituzioni calcistiche si muovono con cautela, inseguono procedure, evocano criteri tecnici, ma la piazza, gli atleti, gli ultras, i comitati civili portano dentro gli stadi questioni che nessun regolamento riesce più a circoscrivere.
Lo sport, con il suo linguaggio immediato e universale, arriva dove i vertici diplomatici falliscono. Per questa ragione le città che ospitano gli incontri diventano spazi dove si incrociano solidarietà, rabbia e memoria. La sfida decisiva per le istituzioni è quindi scegliere se ascoltare questa spinta dal basso, accettando che il calcio rappresenti anche una forma di partecipazione civile, o rinchiudersi in un approccio disciplinare disciplinare destinato a perdere credibilità. Perché il calcio, piaccia o meno ai suoi dirigenti, è tornato ad essere un campo profondamente attraversato dalla storia.

