venerdì 03/04/2026, 8:06

    Il DDL firmato dal senatore Graziano Delrio e co-firmato da più di una decina di senatori del Partito democratico italiano rappresenta un tentativo di tappare la bocca, per legge, a quei milioni di italiani che in questi due anni hanno protestato contro il genocidio del popolo palestinese risalendo alle cause profonde dello stesso: la cultura coloniale e razzista, della quale il sionismo rappresenta una propagaggine; la volontà scientifica di annichilimento di un popolo, che segna tutti i genocidi della Storia a cominciare, in ordine non cronologico, da quello contro la popolazione ebraica in Europa durante gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso; la battaglia tecnologica e tecnocratica per instaurare nel Ventunesimo secolo nuove forme di autoritarismo di stampo progressista nella tecnologia, nazifascista nei valori e nei metodi, travestite da democrazia nella propaganda.

    I senatori del PD che hanno firmato quella legge costituiscono una fronda, come abbiamo fatto notare immediatamente, dentro il gruppo parlamentare; il loro operato non è liquidabile come una “iniziativa personale” e l’augurio che facciamo ai militanti del Partito democratico è quello di riuscire a produrre una contestazione tale da portare al ritiro della legge. Non sappiamo se saranno in grado di farlo, i vischiosi meccanismi di partito non li aiutano. Ma sappiamo che sarebbe la cosa più giusta da fare.

    Anche per rispetto di altri rappresentanti del PD, come la delegazione guidata da Laura Boldrini che è stata recentemente in Cisgiordania, e che è stata direttamente coinvolta nella violenza cieca dell’esercito israeliano contro i palestinesi. Violenza che si dispiegava mentre in contemporanea il loro compagno – diciamo collega – di partito Piero Fassino, da Tel Aviv, elogiava Israele come “società aperta, libera e democratica”. Contraddizioni così stridenti che è impossibile non chiedersi se davvero sia da applaudire la vocazione “testardamente unitaria” di Elly Schlein e non, piuttosto, da ritenere una strategia di soffocamento della dialettica politica – in nome della governabilità – compreso quando le posizioni si fanno fra loro inconciliabili.

    Il carro dell’israelizzazione

    Piero Fassino durante una manifestazione in favore di Israele subito dopo l’operazione Piombo Fuso, nel 2009. ANSA/FABIO CAMPANA/ JI

    I senatori firmatari di quella legge rappresentano la corsa al salto sul carro del regime tribale e neoarcaico che già si sta delineando nello scenario mondiale, e che comincia proprio dallo Stato d’Israele: una tribù-Stato, su base suprematista razziale, la cui popolazione è interamente militarizzata, in cui il concetto di società civile è stato annullato in favore di un’adesione identitaria profonda al racconto mitologico-esistenziale del Paese, e in cui il capitalismo coloniale si apre spazi attraverso la distruzione e l’annichilimento di tutte le collettività umane che ne intralciano il percorso.

    Da che siamo nati, su questa testata denunciamo che ciò che stiamo vivendo in questa epoca è l’israelizzazione della società e il passaggio dal concetto di cittadinanza al tribalismo.

    Il disegno di legge Delrio rappresenta un ulteriore impedimento all’esercizio della cittadinanza, giacché censura in quanto “antisemita” l’esercizio di una lunga serie di diritti garantiti tuttora – fino a quando? chiediamocelo – dalla Costituzione italiana. Il diritto di espressione del pensiero, la libertà di stampa, la libertà accademica, il diritto all’espressione della personalità umana, il diritto al dissenso e alla critica.

    In che modo lo fa? Sottoponendo l’espressione del pensiero, per incredibile che possa sembrare visto che la proposta arriva da un senatore del Partito democratico, proprio a quelle “autorizzazioni e censure” che per i nostri padri e le nostre madri costituenti rappresentavano l’emblema stesso del fascismo. Il nostro “mai più”.

    Il concreto dell’antisemitismo

    Vediamo come. Il DDL esordisce con un preambolo riguardante l’aumento dell’antisemitismo nel mondo, senza inquadrarlo in una questione ben più ampia e generale, ovvero l’aumento del razzismo nel mondo, nel suo complesso. Testimoniato da decine di report e studi nei diversi Paesi, compresa l’Italia dove alcune compagini di governo si incaricano di mettere l’odio razzista a sistema ogni giorno. Le persecuzioni razziali sono in crescita nel loro assieme, anche a causa del potere sempre più incontrollato nelle mani di compagini suprematiste, quando non direttamente ispirate al nazifascismo.

    L’argomento dell’antisemitismo in crescita, se nessun cenno si fa – e nella legge non si fa – all’aumento dell’islamofobia e di molte altre forme di razzismo diventa così un argomento-fantoccio, che porta acqua solo al mulino di un identitarismo chiuso e a sua volta razzista, visto che continua a separare l’appartenenza ebraica dal resto della compagine umana. Senza contare che, a un’attenta analisi delle forme di antisemitismo analizzate dal CDEC (Centro di documentazione ebraica contemporanea), analisi che su Kritica abbiamo realizzato già diversi mesi fa, nel computo degli episodi di antisemitismo sono stati fatti confluire anche casi montati ad arte, come quello dell'(inventato e smentito) assalto alla sinagoga di Bologna del 12 febbraio 2025.

    Ricordare questo significa tornare ai nudi fatti. Non per negare che si stia diffondendo un odio entiebraico nella società, o che questo si stia rinfocolando laddove non si era mai davvero sopito; quest’odio c’è, in rete si esprime, e non ne è immune il campo di coloro che difendono il popolo palestinese dal genocidio. Il caso della condanna di Cecilia Parodi per aver rivolto frasi antisemite contro la senatrice Liliana Segre ne rappresenta probabilmente, a oggi, la punta.

    La normalizzazione del genocidio

    Ricordare questo significa dire, come su queste pagine abbiamo fatto spesso, che la normalizzazione di un genocidio in diretta TV da anni e anni ormai è un lasciapassare per la normalizzazione di ogni forma di violenza; un crollo, legittimato e consentito, di un tabù che, dopo averlo violato con la più brutale carneficina della Storia – la Seconda guerra mondiale – le potenze vincitrici avevano cercato di ricostituire attraverso il diritto internazionale e attraverso la democrazia. Ma lo avevano fatto lasciandosi ampi spazi per violare le loro stesse regole, ogni volta che lo avessero ritenuto. E lo Stato d’Israele, l’apartheid e l’occupazione coloniale della Palestina, hanno rappresentato fin dal 1948 quella porta lasciata socchiusa dalle democrazie alla negazione dei loro stessi principi, se lo avessero voluto.

    Oggi dovrebbe essere chiaro che quella porta è spalancata, il vaso di Pandora è stato aperto, e mentre tornano a essere normalizzati concetti come “leva obbligatoria” e “pulizia etnica”, torna a essere normalizzata anche l’impunità del più forte. E il fatto che sia il più forte a stabilire cosa si può dire e cosa no.

    Le contraddizioni dell’IHRA

    Fonte: Pagina Facebook di Sinistra per Israele Due popoli due Stati.

    La legge Delrio è il tentativo sfacciato di consentire al più forte cosa si possa dire e cosa no. La definizione di antisemitismo stilata dall’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance – rappresenta un decalogo che, come ha dichiarato il suo stesso estensore, una volta messo nelle mani del più forte gli offre una clava da utilizzare per censurare opinioni e idee che hanno piena legittimità sulla base della libertà di espressione come diritto universalmente dichiarato.

    C’è un elemento su cui la definizione di antisemitismo dell’IHRA insiste molto, ed è che sarebbero antisemite “Le manifestazioni che possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica”. Se non fosse grottesco e molto amaro, sarebbe quasi divertente constatare, qui, che in base a questa definizione – stilata nella plenaria dell’IHRA del 2016 – a costituire una espressione di antisemitismo è la stessa Legge fondamentale di Israele del 2018, quella che sancisce la natura di Israele come “Stato degli ebrei”.

    Se infatti l’IHRA dice che sono antisemite “manifestazioni che possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica”, quale manifestazione più sfacciata di questa se non una legge, addirittura, che lo sancisce? In base al DDL Delrio, a volerlo prendere sul serio, la pubblicazione della Legge fondamentale di Israele – insieme a una marea di altre manifestazioni sioniste – diventerebbe sanzionabile e censurabile, in quanto non solo essa traccia quel parallelo ritenuto antisemita, ma addirittura ne ha fatto legge.

    La definizione dell’IHRA porta con sé proprio questo paradosso: chi l’ha stilata e approvata non ha considerato che la radicalizzazione antisemita così come loro per primi la stigmatizzano, cioè il tracciato di una coincidenza adesiva – quella che in inglese chiamano conflation – fra ebraismo e Israelismo sarebbe stata portata avanti in primo luogo dentro Israele stesso, dai sionisti.

    Non aver fatto i conti con cosa sarebbe diventato Israele

    Almeno un paio di articoli del decalogo IHRA aprivano le porte alla censura fin dall’inizio, quindi erano e sono pienamente discutibili. Ma se la definizione è diventata di fatto censoria ed estremista è innanzitutto perché Israele stesso ha acuito e portato alle conseguenze estreme la sua connotazione razzista, suprematista ebraica. Ed è per questo che in tanti diciamo, da tempo, che la principale fabbrica di produzione di antisemitismo nel mondo è Israele; e lo è intenzionalmente, perché intenzionalmente addossa le azioni di uno Stato terrorista a tutto il mondo ebraico, e pretende di agire per conto degli ebrei, quando parla e agisce solo e soltanto per conto dei sionisti.

    Dovesse mai passare la legge, gli stessi sionisti potrebbero finire spesso sanzionati per antisemitismo, perciò. Ci chiediamo se Delrio e i suoi senatori lo abbiano calcolato.

    Fallacie logiche

    Gli articoli più problematici e inaccettabili all’interno della Dichiarazione dell’IHRA sono due. Il primo definisce antisemitismo anche come “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.”

    Si tratta di una grave fallacia logica, perché statuisce che lo Stato d’Israele costituisca di per sé “diritto all’autodeterminazione degli ebrei”, quando di fatto numerose componenti del mondo ebraico hanno sempre negato allo Stato di Israele qualsiasi titolarità a rappresentarli in quanto popolo; e, fatto ancor più grave, l’articolo censura il diritto a osservare che nella concretizzazione di questa “esistenza” – termine inadeguato in sé e per sé per parlare di uno Stato, che non rappresenta un soggetto, tantomeno un soggetto vivente, quanto piuttosto costituisce la composizione di numerosi soggetti – si siano potute verificare espressioni di razzismo.

    Ma nell’estrinsecazione concreta del diritto all’autodeterminazione moltissimi popoli danno vita a espressioni di razzismo. Persino nel Rojava i curdi, costituendo la loro amministrazione, hanno prodotto espressioni di razzismo strutturale nei confronti dei siriani. E se vogliamo dirla tutta, c’era razzismo e c’è ancora persino nel modo in cui i catalani concepiscono la loro indipendenza dalla Spagna. Quindi qui la definizione dell’IHRA contraddice sé stessa. Da una parte insiste che le critiche rivolte a Israele siano come quelle rivolte contro tutti gli altri Stati. Dall’altra, impedisce di svolgere una critica che rivolgeremmo invece facilmente anche a moltissimi altri Stati. Il primo dei quali, neanche a dirlo, sono gli Stati Uniti d’America, il cui processo di costituzione tramite colonialismo d’insediamento richiama alla radice il processo di costituzione d’Israele.

    Un altro articolo della definizione IHRA considera antisemitismo anche “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.” Anche in questo caso, a un attento esame, si scoprirebbe che non sono pochi i sionisti israeliani ad aver invocato il nazismo per parlare del governo Netanyahu, tanto come critica, quanto come invocazione: per esempio quando David Azoulai, sindaco di una cittadina del nord di Israele, ha dichiarato due anni fa che l’intera Striscia di Gaza avrebbe dovuto essere “svuotata e rasa al suolo, proprio come ad Auschwitz“. Che è, per inciso, proprio quello che è accaduto. Delrio non può impedire per legge le analogie: il cervello le produce comunque, se ha gli strumenti per farlo. Altrimenti ci chiediamo: come tratterebbe il film-capolavoro sul nazismo “La zona d’interesse”, il cui regista Jonathan Glazer, ebreo britannico, ha esplicitamente detto legarsi alla vicenda palestinese attuale? L’AGCOM dovrebbe multare Glazer?

    Che fine fa l’articolo 21?

    Sì perché il DDL Delrio non ha lasciato niente al caso e prevede che ci siano organi preposti alla vigilanza contro l’antisemitismo.

    In primo luogo, il governo Meloni: “il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi volti a disciplinare i diritti degli utenti e gli obblighi delle piattaforme, nonché le modalità di intervento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme on line di servizi digitali in lingua italiana”.

    Dentro le scuole e le Università compaiono gli ispettori del pensiero: “L’organismo di vigilanza di ogni università individua al suo interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo”, e “Le istituzioni scolastiche comunicano annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’istruzione e del merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo”.

    E per quanto riguarda il giornalismo? Il DDL insiste con una lunga serie di obblighi che devono fare capo alle “piattaforme online di servizi digitali in lingua italiana”. L’espressione si riferisce alle piattaforme normate dal Digital Services Act; ma, i nostri lettori capiranno bene, interviene direttamente sul lavoro delle testate giornalistiche, ciascuna delle quali fa viaggiare i suoi articoli attraverso le piattaforme stesse. E interviene su quel “giornalismo personalistico” che tanti professionisti fanno attraverso i loro profili individuali. Qualsiasi contenuto prodotto dalle testate giornalistiche e divulgato attraverso le piattaforme sarebbe sottoponibile alle ispezioni dell’AGCOM e alle lunghe trafile di controllo che Delrio vorrebbe imporre alle piattaforme. Ecco dunque che le “autorizzazioni e censure” contro la stampa, proibite dalla Costituzione, fanno il loro ritorno in grande stile.


    CREDITI FOTO DI COPERTINA: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

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