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Come abbiamo scritto su Kritica, la vicenda di Rodorego, l’indagine sulla morte del 28enne egiziano rappresenta un’epitome della situazione dello Stato di diritto in Italia, ai tempi del governo .

Se i fatti fossero avvenuti con la in vigore, e con l’ultimo trasformato in legge dello Stato, infatti, ci troveremmo di fronte a uno scenario giudiziario completamente diverso da quello che ha portato al fermo, questa mattina, dell’agente indiziato per l’omicidio, l’assistente capo . Il Pubblico Ministero avrebbe infatti agito non più da giudice ma da Superpoliziotto, parte di un corpo istituzionale tutto e solo inquirente, ben distinto da quello giudicante. E lo scudo penale avrebbe reso la presunzione di legittima difesa – la versione dei fatti subito evocata dall’indagato – immediatamente prevalente sull’obbligatorietà dell’indagine.

L’ordinamento giudiziario italiano, tuttavia, al momento non è ancora cambiato. Sulla riforma della magistratura, siamo tutti in attesa di partecipare al referendum del 22 e 23 marzo prossimi; mentre il Decreto Sicurezza, a rigore, avrebbe già dovuto essere legge dello Stato, visto che l’approvazione in Consiglio dei Ministri è arrivata a inizio febbraio. Invece non lo è ancora. E le ragioni per cui non lo è ancora non sono state spiegate con chiarezza dal Governo.

Chi scrive l’ha detto nell’immediato indomani degli scontri di Torino, e lo ribadiamo anche oggi: siamo dell’idea che in primis non sia convinta di portare avanti una forzatura dello Stato di diritto come quella prevista dal Decreto Sicurezza, senza la copertura di un ombrello tecnocratico, vale a dire: con il pieno sostegno anche delle opposizioni. Che sperava di ricevere, cavalcando l’emotività seguita agli scontri di piazza di Torino a fine gennaio; e che invece non ha ricevuto. L’opposizione non si è fatta sedurre; i nostri auspici, per una volta, sono stati ascoltati.

A maggior ragione dopo la vicenda di Rogoredo – fermo restando che la colpevolezza del poliziotto in questione va ancora accertata, e non è un vezzo ricordarlo ma una garanzia per tutti –, e le uscite improvvide a dir poco di Matteo Salvini a riguardo, il governo Meloni si sta assumendo una responsabilità non leggera nel traghettare il Paese verso uno Stato di polizia. L’Italia non sono gli Stati Uniti, la Presidente del Consiglio non è Trump; non è né altrettanto potente, né altrettanto spregiudicata. È piuttosto una tessitrice di lunga lena ed esperienza, che agisce solo dopo essersi assicurata di cadere, in ogni caso, in piedi.

Responsabilità da prendersi

Ma, in questo frangente storico, forzare la mano in senso autoritario, violando la Costituzione, non le dà alcuna garanzia di cadere in piedi. Il Paese non è con lei. Non lo si nota soltanto dal fronte del No referendario, che cresce ogni giorno che passa; lo si comprende dai sondaggi di opinione sulla paura di perdere la libertà di espressione, che vedono elettori di destra e di sinistra sulle stesse posizioni; lo si è compreso quando l’inaugurazione delle Olimpiadi di ha visto il pubblico fischiare sonoramente gli alleati politici principali del governo, dalla delegazione presidenziale statunitense agli atleti israeliani; lo si è capito dall’isolamento delle posizioni italiane in riguardo al Board of Peace, che gettano Giorgia Meloni tutta sola nelle braccia del movimento MAGA, offrendo di lei un’immagine di assoluta subordinazione nei confronti dell’Imperatore.

Coprirsi dietro la tecnocrazia è dunque l’unico modo che Meloni ha per non assumersi la responsabilità delle sue scelte, visto che il consenso popolare, checché se ne dica, non ce l’ha. È bastato che un’opposizione non certamente forte, ma al momento tuttora unita, le negasse una sponda, per far sì che di ogni sopruso di potere che avverrà nel Paese da ora in avanti, la responsabilità ricada interamente su di lei; e ben poco possono fare, per ripartire queste responsabilità, personaggi di fatto entristi di governo nelle opposizioni, come i vari Graziano Del Rio o Pina Picierno.

Meloni non ha consenso compatto neanche fra le forze di polizia stesse. I segnali della presenza di fonti di attrito con il governo sono occasionalmente più evidenti, come nel caso delle comunicazioni critiche rivolte al Governo e al ministro Piantedosi, prima nella persona del segretario generale del sindacato Nicola Rossiello, e poi attraverso una lettera non ufficiale, di cui ha dato notizia Il Fatto Quotidiano, in cui si definiscono “incomprensibili” le scelte di ordine pubblico prese in occasione della . Più spesso, tuttavia, è sotto traccia che va colta la mancanza di adesione assoluta del corpo di polizia alle linee politiche governative. Per esempio nella scelta della disapplicazione della Legge sulla Sicurezza che punisce i blocchi stradali, in occasione delle manifestazioni di massa di settembre e ottobre scorsi, quando le espressioni di simpatia esplicita verso i manifestanti da parte dei corpi di polizia furono numerose; o, ancora, nel fatto che il questore di Torino Paolo Sirna sia stato sostituito, dopo poco più di un anno che aveva preso servizio, appena pochi giorni prima di procedere allo sgombero di Askatasuna. O, infine, le numerose lamentele del corpo di polizia per il fatto che – a fronte di numerose offerte di sostanziale impunità nei confronti delle forze dell’ordine contenute nei diversi decreti sicurezza varati – le richieste legate al miglioramento delle condizioni di lavoro siano state finora tutte inevase dal Governo.

Inserirsi nelle crepe altrui

Regalare l’intero corpo di polizia all’estrema destra presumendo consenso e affinità ideologica sarebbe un autogol di portata incalcolabile per il fronte antifascista e antigovernativo, in primo luogo perché si tratta più di un comodo racconto antagonistico, che non di verità.

È certamente del tutto condivisibile la volontà di contrastare la falsa teoria delle “mele marce” che pretende di cancellare una realtà strutturale di violenza e sopruso da parte delle forze dell’ordine in questo Paese; rimane il fatto che non ci troviamo di fronte a una milizia mascherata da corpo di polizia, come nel caso dell’ICE statunitense, bensì a una forza lavoro differenziata alla quale sono preposti anche compiti investigativi (nel caso di Rogoredo, le indagini che hanno portato all’arresto di Cinturrino sono state effettuate dalla Squadra Mobile), che è cambiata anche nel corso del tempo, avvicendandosi da un punto di vista generazionale e quindi culturale, e che di fronte alle temperie violente di quest’epoca subisce gli stessi smottamenti e richiami di coscienza che subiamo tutti.

Per alcune frange antifasciste, cedere al facile schematismo antagonista che individua nel poliziotto il nemico col quale confrontarsi sul suo stesso terreno è anche un alibi per non caricarsi di un bisogno di conflitto su piani molto più complessi da gestire, come per esempio il piano del lavoro, o la possibilità di individuare modi diversi, più creativi, di confliggere con le stesse forze dell’ordine. In queste ultime settimane, la quantità di spazio che ha trovato sui media e sui social media lo strascico degli scontri di Torino è infinitamente superiore rispetto all’attenzione suscitata dalla notizia dei due lavoratori cacciati da Milano Cortina perché ingiustamente criminalizzati. Eppure è una vicenda, quest’ultima, evidentemente molto più grave per l’ulteriore affondo contro i diritti costituzionali che rappresenta e prefigura per tutti. La scarsa eco dimostra che nel campo antigovernativo e antifascista prevale ancora una subalternità rispetto al racconto avversario: se i media governativi amplificano, quelli avversi al governo controamplificano. Ma se i media governativi rimangono in silenzio, nel campo delle opposizioni manca la capacità e la volontà di imporre all’attenzione pubblica vicende di sopruso o ingiustizia, specialmente quando queste riguardano il mondo del lavoro.

Eppure, a guardar bene, il mondo padronale è molto più compatto dietro al governo Meloni di quanto non lo siano i poliziotti. E Giorgia Meloni è decisamente più a suo agio nel ruolo di colei che “non disturba chi vuole fare” che non nella situazione delicata in cui si trova al momento, stretta fra la spregiudicatezza dei suoi punti di riferimento all’estero (per così chiamarli) e una popolazione che non la segue e non la appoggia nelle scelte che, sola, si troverà a dover difendere e rivendicare.


CREDITI FOTO: Unibo

Autore

  • Federica D'Alessio

    Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta - Stampa italiana nel 2022.

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