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Proviamo ad applicare un ragionamento controintuitivo, per porci una domanda: cosa vuole davvero ottenere il , con le dichiarazioni che la Presidente ha lanciato, anche abbastanza frettolosamente, subito dopo gli scontri? Di che cosa ha bisogno e che cosa teme di più, in questo momento?

Nel breve periodo, può esserci una risposta unica ad entrambe le domande, e questa risposta si può sintetizzare così: il Partito Democratico.

Riavvolgiamo il nastro per un momento, torniamo a qualche mese fa, aiutandoci con l’utilissimo intervento di don Luigi Ciotti dopo i fatti di Torino. Perché a suo modo, ricorda don Ciotti, quanto rischiava di accadere prima dello sgombero del centro sociale di Vanchiglia era un fatto alquanto storico. L’Askatasuna, luogo simbolo dei movimenti antagonisti italiani, stava per essere integrato, diciamo così, in un processo di riconoscimento istituzionale, portato avanti dal sindaco del Partito Democratico; un processo di co-gestione che avrebbe contribuito in modo di certo significativo a un avvicinamento tra partiti riformisti del centro sinistra e movimenti sociali.

Questo avvicinamento, evidentemente, non piaceva ad alcuni, e forse era temuto da tutti, anche da quelli che sembravano volerlo. Ma perché? Il punto, l’ago della bilancia – per citare il buon Luigi di Maio – all’interno dell’assetto istituzionale, e sociale, attuale è proprio il Partito Democratico.

Sotto la guida di Elly Schlein, il Partito democratico ha cominciato a spostarsi, seppur secondo alcuni – fra cui chi scrive – troppo timidamente, dalla posizione organicamente centrista che ha tenuto fin dalla fondazione. Una posizione che è esplosa con la direzione di Enrico Letta e con il suo rivendicato draghismo. È esplosa portando in maniera diretta, e a nostro avviso intenzionale, alla vittoria alle elezioni della destra nel 2022, e al cammino di Giorgia Meloni verso la poltrona di Presidente del Consiglio.

Senza Letta, Meloni non sarebbe mai stata la nostra attuale Presidente, e di certo non si sarebbe mai guadagnata il diritto di diventare il volto di un angelo del Purgatorio, conferito da zelanti sostenitori.

Ora, però, siamo in una fase ben differente rispetto al 2022; e lo stesso Partito Democratico sta mostrando sempre di più l’impossibilità di tornare al centrismo organico per ricomporre una contraddizione che lo lacera; quella fra un settore del partito con smaccate tendenze sempre più affini non più al centro, bensì alla destra vera e propria, e un’altra parte che invece sta cercando o forse non può evitare di cercare un percorso di avvicinamento nuovo, ai movimenti e ai sommovimenti sociali. Non è decisamente una cosa qualsiasi, da questo punto di vista, che ci siano stati parlamentari del PD fra i partecipanti alla missione della Flotilla nei mesi scorsi, tanto per dirne una.

Tale percorso di avvicinamento – che comporta anche una stretta dell’alleanza fra PD, e – rappresenta, a parer di chi scrive, il vero bersaglio del governo in questa fase; lo dimostra anche l’ultima mano che Giorgia Meloni ha teso all’opposizione, quella di costruire insieme un nuovo provvedimento repressivo nel nome della sicurezza. Vale a dire: tornare a farsi tutti insieme tecnocrazia, come era stato fino a pochissimo tempo fa, nel nome di una unità nazionale i cui cardini non possono essere messi in discussione.

Il primo e fondamentale cardine della tecnocrazia è che l’ordine si tiene se non c’è nella società.

Ma le vicende di Palestina prima, e le elezioni di Trump poi, hanno fatto saltare il tappo di ogni possibile sociale. Non solo e non tanto per le movenze dei movimenti, bensì per le movenze delle alleanze, e dei conseguenti vassallaggi, a cui il governo italiano è costretto e che gli hanno imposto (probabilmente anche oltre la loro effettiva volontà, al di là della convergenza solida con il movimento MAGA e con il sionismo) di radicalizzare l’, la violenza repressiva ma anche la sostanziale adesione a ogni mossa di Trump, persino la più improvvida, in modo più rapido e netto del previsto. Tant’è; per il governo, nei prossimi mesi, non sarà facile controllare la situazione sociale; e di certo, se la Storia insegna qualcosa, fare leva solo sulla repressione non servirà a nulla in questo senso. Lo dice bene Sergio Fontegher Bologna. Hanno fortemente bisogno della collaborazione delle opposizioni, da questo punto di vista. Anche per ovviare alle divisioni e alle fughe in avanti interne alla loro stessa alleanza e area, come quella di recente tentata da Roberto Vannacci, il cui addio alla Lega promette di non essere senza conseguenze non solo nella Lega ma in tutta l’alleanza di governo.

Due episodi ulteriori sembrano avvalorare una tale lettura. Il primo riguarda la ricerca di alleanza con i centristi del Partito democratico come Graziano Del Rio nel tentativo di arrivare a una legge censoria sull’antisemitismo. Il secondo è l’attacco virulento che, a seguito dei fatti di Torino, stanno subendo personalità di Alleanza Verdi Sinistra, fra cui il segretario e il deputato Marco Grimaldi, che era in piazza sabato nella sua città. Entrambi questi eventi suggeriscono che sia in corso un tentativo di ricostituzione di un fronte tecnocratico che sia capace di far passare l’autoritarismo, la repressione e la censura come figlie di scelte effettuate nel nome dell’unità nazionale, spingendo il più possibile il PD, in quanto ago della bilancia suddetto, verso una convergenza politica di fatto con il potere, e lontano dalle sue attuali alleanze.

Bisogna, perciò, stare a vedere quello che succederà nelle prossime settimane; se l’opposizione sarà tentata nuovamente dal passaggio tecnocratico, vorrà dire che Meloni avrà guadagnato una vittoria storica, il PD sarà rientrato nei ranghi del suo solito ruolo, e la avrà rimediato una sconfitta che brucerà ancora per molti anni a venire.

Se invece l’opposizione manterrà il punto, e deciderà di costituirsi realmente come tale, allora questa fase si può rivelare un’occasione d’oro per tentare una nuova ripoliticizzazione della spoliticizzata società italiana, a una sola condizione: che i partiti dell’opposizione non inseguano i movimenti o le avanguardie per rosicchiare , bensì comincino a rappresentare direttamente, in prima persona, la ben più ampia e ben più sana radicalizzazione che è in corso nella società.

I movimenti stessi, in questa fase, se di movimenti si può parlare, sono più un problema che una risorsa; presi da logiche tribali e autoreferenziali, non appaiono in grado di rappresentare tale radicalizzazione ampia; gli scontri di sabato parlano di una manifestazione da dichiarare con serietà fallita, non fosse che per l’incapacità della sua direzione di impedire che i settori antagonisti entrassero nel corteo. È stato triste, invece, assistere alla rincorsa agli alibi secondo criteri di puro infantilismo politico, come quelli di chi ha insistito dicendo “la maggior parte erano manifestanti pacifici” o che “non spetta ai manifestanti gestire l’ordine pubblico”, o ha sminuito la bruttura e la portata della violenza antagonista e il suo tratto totalmente impolitico, fino ad arrivare alla totale deumanizzazione delle vittime della stessa. Deumanizzazione che non solo rappresenta un pericoloso segnale di imbarbarimento in corso, ma tradisce una visione delle stesse forze dell’ordine ancorata tuttora a schemi vecchi che impediscono di vedere, per esempio, come la radicalizzazione umana prodotta dall’aver assistito per due anni al genocidio di un popolo abbia coinvolto, nei mesi scorsi, anche settori stessi delle forze dell’ordine.

A testimoniare l’inadeguatezza attuale degli attivisti è anche tanto altro; il fatto che la manifestazione del 31 gennaio a Torino fosse figlia di una convergenza solo fra alcuni settori; mentre altri, in altre piazze, in altre date, si stanno dando appuntamento a ranghi sparsi, incapaci e probabilmente demotivati a trovare una effettiva unione generale. Si va dal prossimo 6 febbraio dei portuali, alle di fine marzo dei No Kings. Tutti momenti slegati l’uno dall’altro, con l’unico collante dei mesi scorsi, il “Blocchiamo tutto” a fianco della Global Sumud Flotilla, che ha mostrato immediatamente quei limiti che avevamo indicato in tempo reale: una costruzione del tutto emotiva dell’evento, attraverso le tecniche del marketing e non facendo leva sulle coscienze.

Ma la radicalizzazione sociale, per quanto confusa e segnata da una lunga educazione spoliticizzata, è in corso. I segnali per intercettarla sono numerosi. Quello che non c’è, da parte delle avanguardie di attivisti che si autodefiniscono “movimento”, è la capacità e la volontà di rappresentare un contropotere che la guidi e la indirizzi, con tutto il carico di responsabilità che questo comporta, la necessità di abbracciare e praticare realmente il conflitto, smettendo di scimmiottarlo e basta; al contrario, come abbiamo visto con le movenze di sabato stesso, alcuni preferiscono il potere di far fallire le feste, esercitando di fatto la stessa funzione dei liberali e liberisti di questo Paese; abortire il protagonismo sociale diffuso con azioni avanguardiste, avventuriste e minoritarie, che alle persone chiedono solo un consenso passivo di massa, perfettamente in linea con la spoliticizzazione dilagante.

Si tratta, allora, di provare a fare un grosso salto di qualità nella necessaria intelligenza politica, anche da parte dei tanti che in questi anni hanno accumulato mille e più legittime ragioni per detestare il Partito democratico o, in generale, la politica istituzionale. Serve spingere per l’unità allo scopo di contendere potere al Governo; fuori da ogni campo largo, però. Una unitarietà che possa rappresentare – attraverso obiettivi specifici e istanze concrete di contesa al potere – un segmento reale, materiale, di società: quel segmento in via di radicalizzazione contro l’autoritarismo e contro la disumanizzazione dilagante prodotta dall’israelizzazione in corso del nostro Paese.

Se questa unitarietà potrà assumere una effettiva fisionomia oppure no, se il ritorno della tecnocrazia potrà essere scongiurato, e la democrazia difesa, lo capiremo soltanto con il tempo, a cominciare da un primo, decisivo snodo: il risultato dell’imminente referendum sulla giustizia.


CREDITI FOTO: Wikimedia Commons

(Articolo aggiornato il 4 febbraio, ore 13.36)

Autore

  • Federica D'Alessio

    Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta - Stampa italiana nel 2022.

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