lunedì 11/05/2026, 11:47

Gli scontri fra manifestanti e polizia che abbiamo visto nelle piazze di Torino a fine gennaio 2026 hanno tristemente riportato con la memoria tanti di noi alle giornate di Genova 2001. Non tanto sul piano dell’analisi, quanto su quello del sentimento; per alcuni – molti – che hanno visto segnata la loro esperienza di militanza politica da quell’evento storicamente traumatico, è difficile scrollarsi di dosso un senso di rassegnazione che proviamo – e che, pure, è molto giusto iniziare a chiamare con il suo nome, superando la riottosità a farlo –, per il fatto che alcuni copioni sembrano ripetersi da ormai un quarto di secolo; e, in questo quarto di secolo, si sono accompagnati a quella che su Kritica abbiamo spesso definito spoliticizzazione della nostra società.

Le analisi da svolgere sono tante e lunghe. Si può forse cominciare da alcuni brevi appunti, linguistici e pratici, per aiutarci a uscire da un clima di accettazione, ancorché rumorosa, della sconfitta politica; un clima che data ancora prima di Genova 2001, che ci trasciniamo dietro almeno dai tempi dei Disobbedienti e Tute Bianche degli anni ‘90 e che tuttora continua ad affliggerci impedendo qualsiasi forma di rigenerazione dal basso della nostra società.

Sul piano linguistico, per esempio, si potrebbe smettere di usare frasi come: “La resistenza non si condanna”, “L’antifascismo non si processa”, “La lotta non si arresta” che ritroviamo di continuo nelle piazze. La possibilità di condannare, arrestare, processare non fa capo a noi, fa capo al potere di Stato. Che senso ha voler intimare al potere di Stato di fare come vorresti tu? Continueranno a fare come dicono loro; e questi slogan continueranno a non possedere alcun significato politico se non quell’aura contestataria/scolastica di chi pretende di dettare regole che non ha il potere di far applicare.

Superare l’ossessione delle condanne morali

Non dire “Condannare” quando si tratta di prendere una posizione politica. Basta con questa sovrapposizione continua fra il piano politico e quello morale. Noi non siamo preti né giudici.
I cittadini esercitano una forza nella società. Non di tipo morale; di tipo materiale. Quindi certamente culturale, certamente etica, ma di un’etica che afferisce i rapporti di forza, invece che le posizioni di autorità. Il peso autoritativo delle “condanne” va lasciato ad altri. Le condanne le comminano i tribunali. Le colpe le infliggono i preti.

Noi, invece, viviamo. E vivendo agiamo, e mentre agiamo possiamo fare la cosa giusta o quella sbagliata, se una cosa è sbagliata la puoi casomai denunciare come tale, ma meglio ancora puoi fare atti di politica, fisica e materiale, come prendere le distanze, o dissociarti, che implicano assumersi la responsabilità di un movimento proprio, in prima persona; condannare, invece, è una sentenza, una pietra o una fatwa lanciata su qualcun altro.

Parlare di condanne continuamente, di chi è colpevole, di chi non è assolto, è una certificazione involontaria della fine del pensiero politico, oltre che, da parte di alcuni, un goffo tentativo di praticare continuo securitarismo nel discorso pubblico.

Dalle narrazioni alla ricerca di verità

Buttiamo via dalla finestra una volta per tutte le “narrazioni” e concentriamoci sulla verità dei fatti e su tutti i modi con cui è facile manipolarla, attraverso le parole e le immagini.

Una società oppressa si può liberare solo attraverso la verità, non costruendo una narrazione più virale, vincente, numericamente superiore a quella nemica.

Ma la verità che cos’è? La verità è il riconoscimento di gradi di umanità primari nelle cose che accadono, esplorati attraverso una fisica dei punti di vista (così l’abbiamo chiamata su Kritica).
Se assistiamo a un atto di violenza, certo si può contestualizzarlo, rovesciarlo, riempirlo di dettagli per sminuirlo; rimane un atto di violenza perché così lo hanno visto i nostri occhi e lo hanno percepito i nostri sensi, avvezzi per dotazione antropologica profonda a riconoscere la violenza in modo immediato; da tutti i punti di vista da cui guarderemo questa verità primaria, essa non cambierà. Il genocidio dei palestinesi è una verità universale, su scala planetaria, che nessuna narrazione può negare; ha raggiunto la percezione primaria dei sensi.

Desensibilizzarsi o cercare forme di autoinganno è pratica molto comune; dilaga nel nostro tempo, per la ragione che non viviamo cercando liberazione, bensì viviamo cercando di raggiungere una posizione di superiorità morale rispetto ad altri.

E questo tiene insieme la propensione al condanna questo e condanna l’altro con l’uso delle “narrazioni”. A volte spacciate per verità, altre volte neanche più, semplicemente insistite in ogni modo finché non prevarranno sulle narrazioni avversarie.

Dalla liberazione alla superiorità morale

Dobbiamo allora scegliere: cosa ci interessa? Liberarci dalle gabbie della nostra oppressione trasformando la realtà, o acquisire posizioni di superiorità morale e autoritativa nella realtà così com’è?

Nell’epoca del capitalismo come unico mondo possibile siamo spinti, da ormai almeno 40 anni, a stare nella seconda modalità. La prima richiede una sincerità di fondo che manca, ovvero riconoscere che le gabbie che ci rendono schiavi sono gabbie costruite con la nostra stessa complicità, non solo imposte.

Chi scrive è stata in prima fila nella denuncia della nuova fase di autoritarismo globale, così lo abbiamo chiamato, che si stava aprendo; ancora prima di fondare Kritica, ha iniziato a parlarne e a sollevare il punto in un momento in cui la parola “autoritarismo” non veniva usata da quasi nessuno. Ora che invece la prospettiva di un nuovo regime autoritario su scala globale è sotto gli occhi di tutti, sentiamo la necessità di fare una precisazione di merito.

Perché non stiamo, affatto, andando verso un autoritarismo di stampo novecentesco, quello in cui una élite dominante schiacciava la classe sfruttata e oppressa come forma di controrivoluzione, per impedirne in tutti i modi la rivoluzione. Oggi da questa parte del mondo, nel cosiddetto Occidente, stiamo andando verso un autoritarismo della società clanica. In cui ciascuno di noi partecipa alla struttura autoritaria, ponendosi come piccola o grande fonte di autorità all’interno del proprio clan di appartenenza ed entrando in competizione e guerra contro il clan avverso; e più i clan si moltiplicano, più la struttura autoritaria si rafforza. Non c’è spinta rivoluzionaria in questo quadro, in nessun segmento sociale; e non ci sarà nella misura in cui non è in corso un processo di ricerca di liberazione di classe, ma di competizione fra gruppi per acquisire un maggior statuto morale e autoritario.

Diventare noi quelli che hanno il diritto di dire che questo si fa o non si fa, si dice o non si dice, all’interno di un mondo in cui i mezzi di produzione e il potere reale rimangono esattamente gli stessi di prima, e si trovano negli stessi luoghi di prima.

Le controspinte a questo quadro iniziano a sentirsi; le possiamo percepire, per esempio, negli Stati Uniti, dove la piccola rivoluzione delle città democratiche – guidata dall’elezione di Zohran Mamdani e dalle sollevazioni di Minneapolis – contro il potere di Trump ha una interessante valenza anticlanica e antisettaria. E quando parliamo di clan e sette, facciamo riferimento anche e in primo luogo a quelle che ritroviamo tremendamente fotografate nei file di Epstein.

Negli Stati Uniti tutto questo è reso possibile dalla volontà di liberazione sociale da uno stile di vita riconosciuto ormai come impossibile, invivibile, da tutti. È qui che si situa il momento di sincerità e di verità che sta consentendo il percorso di liberazione. L’assenza storica di qualsiasi Stato sociale e di strutture familistiche di protezione sta facendo sì, da un quindicennio a questa parte, che la classe media statunitense si proletarizzi a grande velocità, cambiando subito stile di vita non appena le condizioni lavorative precipitano.

Arriverà il nostro momento di verità?

Nel nostro Paese siamo ancora fermi alla guerra fra destra e sinistra sul piano squisitamente morale. La nostra insincerità di fondo sta nel volerci considerare superiori sui valori, posizionando la lotta politica solo su quel piano; invece che riconoscere che una classe sociale rivoluzionaria si conforma nel momento in cui è la sua condizione esistenziale a essere riconosciuta come non più vivibile; da quella condizione prende il via una nuova coscienza, dalla quale può scaturire una idea e pratica del cambiamento.

Quel tempo per noi non è ancora arrivato. Chi vive condizioni realmente invivibili non ha alcun mezzo neanche per nominare la sua realtà, e quel che è peggio, è zittito e ingabbiato non solo dai poteri oppressivi principali ma anche dai corpi intermedi. Per esempio, dal paradigma umanitario che si è affermato nella gestione delle migrazioni da parte dei buoni; la solidarietà caritatevole e paternalista su cui si fonda ha sottratto alle classi migranti tutto il loro potenziale di lotta. Noi altri ci crogiolamo in condizioni di fastidio sì, di patimento sì, di ansia sì, continuamente compensate per via privatistica, familistica o, per l’appunto, clanica, oltre che dalla tenuta sempre più fragile, ma ancora esistente, dello Stato sociale

Ci sono germogli sani di nuova coscienza di classe nelle lotte sindacali di base, che non a caso vedono proprio gli immigrati in prima fila. Il potenziale di incisione materiale sulla società dei nostri sindacati di base è alto, a condizione che si spurghino dei loro veleni ideologici, che le affiliano tuttora a progetti politici in tutto e per tutto oppressivi.

Ma, per il resto, nel grande magma dei movimenti la maggior parte delle iniziative prese ha un sapore autoreferenziale e vittimista, la necessità di una testimonianza di visibilità, priva di progetto d’azione.

La progettualità non nasce dalle sole idee astratte, né tantomeno dall’adesione a una scuola politica o a un’altra. Non può che sorgere dalla presa di coscienza della verità della propria condizione. Potranno iniziare a cambiare le cose quando fra le maggioranze si aprirà il vaso di Pandora della condizione esistenziale e si comincerà a chiamare con il suo nome, anche da queste parti, una vita sempre più invivibile, e soprattutto sempre più infelice; smettendo di farcene carico in modo privatistico, in termini di successi e fallimenti soggettivi. Quando usciremo dall’insincerità della mentalità borghese, che rende le persone rivendicative e incarognite con chiunque non convalidi il loro status o ragione; e mai disposte a riconoscere che la prima radice dell’infelicità è il profondo egoismo dei loro desideri.

Competere contro qualcun altro per posizionare la propria autorità morale è più facile, allettante e gratificante che non cercare senza sconti la similitudine fra il proprio fallimento esistenziale e quello altrui; sul lavoro, con gli amici, con i vicini e le persone che magari la pensano in modo diversissimo da noi; praticando con essi un riconoscimento reciproco di classe che stimoli all’azione per cambiare, invece che continuare a cercare protezione e consolazione personale nello statuto morale acquisito all’interno di un clan.


CREDITI FOTO: Wikimedia Commons – Genova, G8, 20 luglio 2001

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Leave A Reply