sabato 09/05/2026, 21:12

Non solo sordidi dettagli riguardanti abusi sessuali e altri crimini atroci commessi su ragazze in gran parte minorenni torturate, stuprate, sfruttando la loro vulnerabilità e povertà. Dagli Epstein Files, i tre milioni di documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e riguardanti le vicende legate a Jeffrey Epstein, personaggio al centro di una fitta trama di connessioni personali e d’affari con alcune delle figure più rappresentative della politica e dell’economia a livello globale – tra gli altri, come è noto, Donald Trump, Andrea d’Inghilterra, Bill Clinton, Tony Blair, la principessa di Norvegia Mette-Marit, i potenti tecno-capitalisti Elon Musk, Bill Gates, Larry Page, Jeff Bezos e Peter Thiel –, emerge un elemento che sembra essere sistematicamente ignorato dai media nostrani: i legami tra il noto finanziere, morto suicida in carcere, e lo Stato d’Israele.

Chi era Epstein

Nato nel 1953 nel distretto di Brooklyn a New York City da genitori ebrei, Jeffrey Epstein iniziò la sua carriera come insegnante di fisica e matematica per poi passare al mondo della finanza, lavorando dapprima per la banca d’investimento Bear Stearns, e approdare infine, dopo varie attività di consulenza abbastanza controverse, alla gestione del patrimonio di Les Wexner, imprenditore americano che ha guidato, tra gli altri, brand come Abercrombie & Fitch e Victoria’s Secret, e di Leon Black, investitore di private equity.

Una volta acquisita un’immensa ricchezza, l’uomo ha utilizzato le sue risorse per influenzare organizzazioni giovanili e caritatevoli, soprattutto indirizzate a bambini economicamente vulnerabili, per facilitare il reclutamento di quelle che sarebbero diventate le vittime designate di scioccanti abusi sessuali. Ma in questa vicenda di sfruttamento sessuale e logiche fondate sul ricatto, con la potente macchina del capitalismo finanziario a suggellare e proteggere l’esistenza di un laido sistema di potere globale, emergono anche gli stretti legami tra il finanziere e  Tel Aviv.

I collegamenti tra il finanziere e Tel Aviv

Branko Marcetic ha scritto sull’edizione statunitense di Jacobin che, secondo alcune fonti, Epstein sarebbe stato una risorsa dell’intelligence israeliana. In particolare, la relazione di Trump con Epstein sarebbe stata sfruttata da Israele per accrescere il proprio peso diplomatico e influenzare la politica statunitense. Tanto da far scrivere a Marcetic che, sulla base di questo, parrebbe spiegarsi «l’imbarazzante servilismo che Trump ha dimostrato nei confronti di Netanyahu e Israele nell’ultimo anno». Ma i vincoli tra l’uomo e Israele testimoniati dai cosiddetti Epstein files non si limitano a questi retroscena. Si sono anzi manifestati su più fronti e hanno contribuito a rafforzare lo Stato ebraico sul piano diplomatico ed economico a discapito delle rivendicazioni palestinesi.

Il ruolo nel promuovere le relazioni tra i vertici indiani, israeliani e statunitensi

«Ciao. Ero a Delhi. La dirigenza vorrebbe il tuo aiuto per incontrare Jared e Bannon il prima possibile». A scrivere questo messaggio a Jeffrey Epstein è Anil Ambani, miliardario indiano con notevoli interessi commerciali in Israele e vicino al Primo Ministro Narendra Modi. È l’agenzia di stampa statunitense Drop Site News a rivelare il ruolo svolto dal finanziere come intermediario tra il governo israeliano – e in particolare l’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak che ha avuto rapporti decennali con Epstein – e quello indiano, nell’ambito della strategia volta a coltivare stretti legami con i vertici della nazione più popolosa del mondo. 

Nel luglio 2017, Modi è stato il primo capo di governo indiano a effettuare una visita ufficiale in Israele, mossa che ha segnato una rottura decisiva con decenni di politica estera improntata a relazioni distaccate con Tel Aviv, per rispetto degli stati arabi e della causa palestinese. 

Durante la missione diplomatica, i due Paesi hanno firmato una serie di accordi commerciali in settori quali tecnologia, aerospazio, energia e agricoltura, e hanno anche concordato di «concentrarsi sullo sviluppo congiunto di prodotti per la difesa, incluso il trasferimento di tecnologia da Israele».

Nel 2017, l’India è stata indicata come il maggiore acquirente di armi israeliane, avendo acquistato forniture belliche per un valore di 715 milioni di dollari, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. Negli anni successivi, con il consolidamento del potere del BJP- il Bharatiya Janata Party, la formazione politica cui appartiene il Primo Ministro Modi – i rapporti del colosso asiatico con Israele si sono ulteriormente rafforzati grazie alla collaborazione in ambito difesa e a un allineamento diplomatico sempre più stretto.

In risposta alla diffusione di un’email di Epstein in cui quest’ultimo celebrava il fatto che Modi avesse «ballato e cantato in Israele per il bene del presidente degli Stati Uniti», il Ministero degli Affari Esteri indiano ha emesso una nota in cui si legge: «Al di là della visita ufficiale del Primo Ministro in Israele nel luglio 2017, le restanti allusioni contenute nell’email sono poco più che banali riflessioni di un criminale condannato, che meritano di essere respinte con il massimo disprezzo», senza tuttavia rilasciare alcuna dichiarazione sul fatto che alcuni personaggi nell’orbita di Modi avevano da tempo contatti con Epstein, in qualità di intermediario di fiducia, su una vasta gamma di questioni diplomatiche ed economiche. 

Epstein e la genesi della partnership israelo-emiratina

Dalla tranche di fascicoli investigativi emerge come Epstein sia stato un ponte diplomatico importante anche nei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, grazie alla sua intima relazione con il sultano Ahmed bin Sulayem, potente capo dell’impero finanziario Dubai Ports World e individuo strettamente legato alle famiglie regnanti del piccolo stato del Golfo, e grazie agli incontri tra quest’ultimo e il Primo Ministro israeliano Ehud Barak, orchestrati proprio da Epstein.  

Ci sono elementi fondati – confermati anche da un promemoria dell’FBI, desecretato nel 2020 e pubblicato nei giorni scorsi – per credere che il finanziere pedofilo fosse collegato al Mossad (i servizi segreti israeliani) e che in tale veste abbia gettato le basi per una partnership strategica tra lo Stato ebraico e il paese del Golfo – sodalizio che sta ora rimodellando la regione – e sia stato determinante nelle negoziazioni che hanno preceduto la firma degli Accordi di Abramo, una serie di patti commerciali tra Tel Aviv e alcuni paesi arabi, considerati la chiave decisiva per una normalizzazione dei loro rapporti diplomatici e un definitivo ​​colpo di grazia per le aspirazioni palestinesi alla libertà.

Tra le informazioni raccolte da Drop Site News a questo proposito, ci sono quelle riguardanti  il ruolo di Epstein nella svolta strategica di Israele – realizzatasi lo scorso dicembre – in merito al riconoscimento del Somaliland, una mossa tesa a rafforzare il polo logistico di Abu Dhabi a Berbera, città portuale posta in posizione strategica nel Golfo di Aden, dove Israele sta già costruendo una base militare per proteggere i propri interessi marittimi nel Mar Rosso dagli attacchi di droni e missili del governo Houthi dello Yemen. 

Dopo gli Accordi, gli scambi bilaterali tra Tel Aviv e Abu Dhabi hanno superato il miliardo di dollari nel giro di un anno, i dazi doganali sono stati eliminati e i fondi di investimento emiratini hanno puntato massicciamente su aziende israeliane di intelligenza artificiale, biotecnologia e difesa.

Come riporta ancora Drop Site News, «il rapporto tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti si è ulteriormente approfondito negli anni successivi, nonostante il genocidio israeliano a Gaza abbia suscitato indignazione globale. Nel dicembre 2025, gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo di difesa da 2,3 miliardi di dollari con Elbit Systems, una delle più grandi vendite di armi nella storia di Israele.

Sebbene Epstein non abbia vissuto abbastanza a lungo per vedere questi accordi concretizzarsi, i canali privati ​​che ha contribuito a coltivare tra le élite emiratine e israeliane sono stati determinanti nel renderli possibili. Oggi, quelle stesse reti convergono attorno al sostegno al Somaliland, con il vecchio amico di Epstein, Sultan Sulayem, tra i suoi più accesi sostenitori emiratini». 

Intermediario nel mega-accordo sul gas con l’Egitto

Jeffrey Epstein ha svolto un ruolo dietro le quinte ma strutturale anche nello sviluppo del giacimento di gas israeliano Leviathan, operando per oltre un decennio come facilitatore informale tra politica israeliana, attori finanziari internazionali e interessi energetici globali. In stretto rapporto con l’ex Primo Ministro Ehud Barak, Epstein ha affiancato quest’ultimo nella ricerca di investitori stranieri e partner industriali, fornendo analisi, contatti e orientamento strategico mentre il progetto era bloccato da controversie antitrust, incertezze normative e tensioni geopolitiche.

Email e documenti giudiziari mostrano che Epstein intrattenne rapporti diretti con i vertici di JPMorgan e di altre grandi istituzioni finanziarie e contribuì a facilitare incontri di alto livello con leader politici, incluso un colloquio con Benjamin Netanyahu nel marzo 2011, avvenuto in concomitanza con una votazione chiave alla Knesset sulla tassazione del gas. Il suo coinvolgimento si è esteso anche ai tentativi di coinvolgere attori stranieri – europei, russi, asiatici e mediorientali – per rendere Leviathan finanziabile e politicamente sostenibile.

Epstein, Palantir e la macchina da guerra israeliana

Infine, Epstein ha contribuito a rafforzare l’architettura israeliana del controllo e dell’annientamento, consigliando a Barak di «prendere in considerazione Palantir», un’azienda che all’epoca si stava affermando come un potente attore nel settore dell’analisi dei dati, della sorveglianza e dei software di intelligence. Palantir Technologies, il colosso fondato dal “libertario” con simpatie anarco-capitaliste Peter Thiel, il più noto venture capitalist della Silicon Valley, molto vicino al vicepresidente statunitense JD Vance, a partire dall’ottobre 2023 ha intensificato una collaborazione dichiaratamente ideologica con il governo e le forze armate israeliane, promuovendo la propria tecnologia basata sull’intelligenza artificiale come strumento essenziale per la guerra moderna. Nel gennaio 2024, l’azienda ha annunciato un accordo strategico con il Ministero della Difesa israeliano per supportare le operazioni condotte contro la Striscia di Gaza. Il CEO di Palantir, Alex Karp , ha pubblicamente definito il sostegno a Israele un obbligo di civiltà.

Quanto emerso nelle ultime settimane dagli Epstein files comprova gli intrecci tra il finanziere condannato per reati sessuali, Israele e le potenze alleate di quest’ultimo.

Parlando delle oligarchie occidentali, la scrittrice britannico-tunisina Soumaya Ghannoushi ha osservato su Middle East Eye che «la devastazione di Gaza da parte di questa stessa élite non è un’anomalia morale. Appartiene alla stessa architettura. Alla stessa gerarchia del valore umano. Allo stesso presupposto che alcune vite siano pienamente umane, mentre altre siano sacrificabili».

Ciò che emerge in definitiva dai documenti pubblicati è l’incredibile capacità di Epstein di tessere solidi rapporti con i potenti del mondo e di muoversi nei nodi opachi del potere globale, creando convergenze e reti d’affari che, oltre a rendere possibili dei crimini orribili, hanno garantito la sua impunità e contribuito a creare un putrido sistema di potere, fondato su dinamiche capitaliste. 

Un apparato che ha condannato i palestinesi – e probabilmente non solo loro – a un brutale annientamento e a un destino di morte. 


CREDITI FOTO: Wikimedia Commons – Visita del Primo ministro indiano Narendra Modi in Israele, luglio 2017.

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