Il 30 gennaio il Dipartimento di Giustizia statunitense ha reso pubbliche 3,5 milioni di pagine a seguito del passaggio dell’Epstein Files Transparency Act, approvato all’unanimità dal Congresso a novembre scorso. Il finanziere Jeffrey Epstein è morto da sei anni e mezzo, ma continua a fare parlare il mondo di sé. Il caso giudiziario contro di lui, per abusi sessuali e traffico di minorenni, è stato archiviato poche settimane dopo il suo presunto suicidionel luglio del 2019. I documenti processuali, tra cui anche 2,000 video e 180mila foto, sono parte della valanga di informazioni vomitata nella rete dal DOJ (Department of Justice) statunitense. Ghislaine Maxwell, sua complice ed ex compagna, è stata condannata nel giugno del 2022 a 20 anni di prigione; dall’agosto del 2025 è stata trasferita in un carcere di minima sicurezza in Texas. Ha sempre espresso pubblicamente ammirazione per Trump, il quale è stato meno coerente, e nel 2006, sappiamo ora, la definì “malvagia”.
Di tutti gli uomini complici dei crimini di Epstein, è significativo che sia tuttora incarcerata soltanto lei, una donna. Non si tratta affatto di una vittima però, se non della fame di potere. Convocata dal Congresso a gennaio, si è trincerata dietro al Quinto Emendamento, ma gli avvocati fanno sapere che potrebbe fare dei nomi se Trump le concedesse la grazia.
Proteggere i potenti, affossare le vittime
Sebbene nella lettera inviata al Congresso si legga che “500 tra avvocati e revisori” si sono impegnati nella raccolta e redazione dei documenti e sia stato “utilizzato un’ulteriore protocollo per assicurarsi il rispetto di un ordine giudiziario a riguardo”, con la pubblicazione sono stati rivelate informazioni sensibili e foto di vittime, molte delle quali, avevano deciso di non rendere pubblico il proprio coinvolgimento nel caso. Il DOJ li ha descritti come “errori”, ma date le settimane che tale lavoro ha preso e la cura che è stata adottata nell’oscurare i nomi di coloro che potrebbero essere coinvolti in attività criminali, pare più un atto intenzionale.
Lo è secondo Annie Farmer, una delle vittime che in un’intervista a NPR ha chiamato “più che negligente” il comportamento del DOJ, definendolo “incompetenza armata”. Farmer, che aveva conosciuto Epstein e Maxwell attraverso la sorella maggiore, Maria, denunciò i due nel lontano 1996, senza che il caso venisse preso sul serio. Epstein aveva anche rubato foto di nudi della ragazza, sedicenne al momento dell’abuso. “I nomi delle vittime sono stati fatti da tempo”, continua Farmer. “Cos’è stato fatto per indagare?” Promette che lei e le altre continueranno a chiedere che sia fatta giustizia: tutta la verità deve venir fuori e altri dovranno finire in carcere.
Ciò che sta emergendo sempre più con chiarezza è un sistema di potere costruito anche in virtù di ricatti a sfondo sessuale. Le residenze di Epstein avevano telecamere in ogni stanza: un autentico “dispositivo di ricatto della classe dominante”, come lo ha definito Maddalena Fragnito.
“Tutti sapevano quel che stava facendo”
Ora che i file sono pubblici, ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti, dobbiamo andare oltre (“move on”), ed è evidente a tutti che la storia non era altro che un complotto contro di lui. Trump era amico di Epstein fino al momento della sua prima condanna per prostituzione nel 2008, per la quale il finanziere plurimilionario aveva patteggiato e scontato 13 mesi in carcere per lo più in regime di semilibertà, ottenuto in virtù dell’accordo segreto tra il potente avvocato del finanziere, Jay Lefkowitz, e l’allora procuratore del Distretto Meridionale della Florida (poi Segretario del Lavoro nella prima Amministrazione Trump), Alex Acosta, che già allora impedì che Epstein e i suoi complici fossero accusati del reato federale di traffico sessuale.
Il Presidente evita le domande e come spesso è successo in passato, ricorre ad attacchi ad personam – “Non ti ho mai visto sorridere (…) sei la peggiore giornalista”, come ha detto alla reporter della CNN Kaitlin Collins qualche giorno fa –, mentre il Vice Presidente JD Vance sarebbe aperto a chiamare a testimoniare al Congresso Andrew Mountbatten-Windsor (l’ex principe), coinvolto da tempo nel caso dalla principale accusatrice di Epstein, Virginia Roberts Giuffre, morta suicida lo scorso aprile. Anche Carlo d’Inghilterra ha dichiarato disponibilità a collaborare con le indagini di polizia.
Elogio dell’impunità
Il tono delle dichiarazioni dell’Amministrazione, però, è analogo a quello del Presidente, quando il Vice Procuratore Generale Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump e amico di quello di Maxwell (e quindi non il candidato più credibile a occuparsi in modo imparziale del caso…), dice candidamente: “Non è un crimine partecipare alle feste del Signor Epstein”.
Il tentativo sembra dunque quello di far sì che ci si dimentichi dell’elefante nella stanza: ci sono altri che si sono macchiati di gravi crimini oltre a Epstein e Maxwell.
Ma non sarà così semplice: Trump ha sempre sostenuto di non essere a conoscenza dei crimini commessi da Epstein ma secondo l’intervista con l’FBI del capo della polizia di Palm Beach, Michael Reiter, nell’ottobre 2019 Trump dichiarò a proposito dell’indagine sul finanziere “Grazie al cielo lo state fermando, tutti sapevano quel che stava facendo”.
In tanti – basta guardare alcune delle testimonianze nel documentario Jeffrey Epstein. Filthy Rich (2020), basato sul libro di John Connolly e James Patterson, quest’ultimo vicino di Epstein a Palm Beach e produttore del film – dicono di non aver parlato perché non credevano che ci fossero minori coinvolti o abusi in corso, che si stessero commettendo dei crimini insomma. La residenza di Trump a Mar-a-Lago, dove lavorava e fu adescata Giuffre, dista poco più di un chilometro da quella di Epstein.
La verità è molto più amara e non certo consolatoria: anche chi non era direttamente coinvolto o ricattato ha spesso voluto non vedere, perché Epstein era potente e di fatto intoccabile. Tale cultura dell’impunità, in cui siamo sempre più imbevuti, specie dopo anni di genocidio in diretta in Palestina, legittima e normalizza – come abbiamo scritto spesso su Kritica, ndr – qualsiasi crimine, se commesso da chi detiene il potere.
Dopo il #metoo, nell’epoca delle rivendicazioni transfemministe di Non Una di Meno, è accettabile che ancora si condonino tanto sessismo e superomismo? Evidente sì, se sono coinvolti le élite globali, la vera classe dominante, appunto. Quella che in modo opaco orchestra come va il mondo, rendendo accessoria la politica.
Prima del rilascio dei file, i sondaggi dicevano che la maggioranza degli Americani disapprovava come l’Amministrazione Trump avesse gestito la questione, dopo averne fatto, dobbiamo ricordarlo, un punto centrale della campagna elettorale. Il “deep state” tanto sbandierato dalla base MAGA sta emergendo, ma è evidente che ha connotati che differiscono dai desiderata di un’ideale “Epstein client list” trumpiana, il che spiega le dichiarazioni e azioni contraddittorie di Pam Bondi, DOJ e di tutti coloro vicini al Presidente.
Victim blaming, come sempre
Vista la sistematicità della violenza che coinvolgeva componenti di tutti i settori della società e attraverso cui sono state abusate e torturate (e forse persino uccise) tante ragazze e giovani donne, non è tollerabile la retorica del victim blaming, già richiamata da Bobbi Sternheim nella difesa della Maxwell, secondo cui le accusatrici starebbero manipolando l’opinione pubblica per ottenere ingenti somme di denaro (a seguito della morte di Epstein è stato creato il Victim Compensation Fund, dal valore di $121 milioni).
Le vittime hanno portato avanti anche una class action contro JPMorgan, che ha fornito servizi a Epstein tra il 1998 e il 2013, visto che il colosso bancario avrebbe ignorato i segnali di allarme nell’attività del finanziere, in quanto (rieccoci) cliente facoltoso con accesso a decine di persone ancora più ricche e potenti. Vale la pena ricordare che per diventare clienti di Epstein bisognava avere almeno un milione di dollari da investire (a giugno 2023, JPMorgan ha accettato di pagare 290 milioni di dollari per risolvere una causa federale con le vittime di Epstein).
Come ha illustrato bene il Financial Times, questo newyorkese di Brooklyn, college mai finito, era riuscito a trasformare relazioni in fonte di denaro, informazioni e ulteriori relazioni. Le email di Epstein sembrano quelle di “un gruppo di self-help per lo 0,01%”. Nel giro di Epstein troviamo Bill Clinton, Steve Bannon, Noam Chomsky, Ehud Barak, Bill Gates, Sarah Ferguson, Larry Summers, Donald Trump, Leon Black, Elon Musk e molti altri. Aiutava i ricchi a diventare ancora più ricchi, nascondendo asset, per esempio, secondo il cosiddetto schema sociale Ponzi, una forma di frode per cui vengono pagati i profitti degli investitori precedenti con i fondi degli investitori successivi. Un sistema che regge fintanto che entra denaro e che evidentemente è crollato con la caduta di Epstein.
Ma gli interessi di Epstein non finivano qui. Dai file emerge non soltanto la figura di un predatore, ma quella di una persona interessata a perseguire il dominio suprematista che Epstein mandava avanti lucidamente. Ossessionato, a quanto pare, dal suo aplotipo, si riferiva di continuo, secondo la testimonianza di Farmer, alla sua “intelligenza Ashkenazi”, fomentando il mito dell’eccezionalità ebraica. Aveva investito ed era in stretto contatto con svariati scienziati che facevano ricerca sul genoma umano e con cui avrebbe intrattenuto, così come con il linguista e intellettuale Noam Chomsky (ancora nel 2016!), fitte corrispondenze via email su eugenetica, riproduzione e criogenia, come già rivelato da un’inchiesta del New York Times alla sua morte. Il finanziere pedofilo “sperava di diffondere il proprio DNA nella razza umana fecondando donne nel suo vasto ranch nel New Mexico”. Un’ideologia razzista in linea con il proprio indefesso sostegno a Israele e condivisa con Musk, Trump e il Vicecapo di Gabinetto della Casa Bianca e consigliere per la Homeland Security, Stephen Miller.
Il ruolo di Ghislaine Maxwell
Nata il giorno di Natale, Ghislaine è figlia di Robert Maxwell, magnate dell’editoria britannica, considerato negli anni Ottanta il grande antagonista di Rupert Murdoch nel settore televisivo privato. Già membro del Parlamento britannico con il Partito Laburista, ebreo (i genitori e gran parte della famiglia morirono ad Auschwitz), fu anche un esponente di primo grado del Mossad. Padre autoritario, tradisce costantemente la moglie Elisabeth da cui ha avuto nove figli. “Il Berlusconi inglese” muore misteriosamente nelle acque delle Canarie nel 1991. Dopo qualche mese, emerge la notizia che Robert aveva usato i fondi pensione dei dipendenti per coprire certe perdite finanziari. I beni di famiglia vengono confiscati. Ghislaine si ritrova senza denaro ma con una rete pressoché inesauribile di conoscenze. È lei che mette in contatto Epstein con Andrew Mountbatten-Windsor.
Conosce dunque Jeffrey e se ne innamora. Secondo quanto racconta l’amica di famiglia e giornalista, Petronella Wyatt, in Ghislaine Maxwell: Filthy Rich (2022), diventa una sorta di “sostituto” di Robert. E farebbe di tutto per accontentarlo: recuperare tre ragazzine al giorno per Jeffrey perché “lei non riesce a stare al passo dei suoi bisogni”. Lo asseconda e manipola le vittime, convincendole che sia normale ciò che subiscono, a partire dal fatto che un massaggio sfoci in qualcos’altro, e che il superomismo di Epstein sia da accondiscendere, in quanto uomo dotato di carisma, soldi e potere. Stessa cosa per “gli amici” di Jeffrey.
La dignità di ciò che il potere vede come “spazzatura”
Per Ghislaine, queste ragazzine “non sono nulla. Sono spazzatura”. Dalle sue parole emerge una visione che divide il mondo in due categorie di persone (e donne, con stereotipi vecchi millenni).
La maggioranza delle prede adescate dalla Maxwell (nel Sud della Florida, nelle scuole medie e superiori di West Palm Beach) e tramite altre ragazze, erano giovanissime: poco più che bambine, bianche, spesso bionde. Epstein sembra scegliesse ragazze che rappresentavano il fenotipo “europeo” proprio per degradarle in nome di una presunta superiorità ebraica, una pratica di violenza su donne bianche, secondo lo stereotipo razzista, di solito attribuita a uomini neri o musulmani. Molte ragazze erano già state vittime di abusi in passato o avevano problemi di soldi, soggetti estremamente vulnerabili quindi.
“Spazzatura”, per lei. Il ruolo di Maxwell è cruciale nel costruire la piramide di sfruttamento in cui le centinaia (forse migliaia?) di vittime sono ridotte a cose, a merce di scambio. Sono pagate sempre in contanti per evitare ogni tracciabilità; isolate le une dalle altre per evitare denunce. Sono giovanissime, per pedofilia e perché più difficili da portare come testimoni davanti alla legge.
Una volta che Epstein finisce in prigione nel 2008, Maxwell cerca di defilarsi e far sembrare che lei e Jeffrey non siano più l’uno parte della vita dell’altro. Prova a salvare la propria reputazione. Nel 2012, fonda così il TerraMar Project, registra anche un TED Talk: la “vera Ghislaine” è una paladina degli oceani. La famiglia fa costruire un sito (non più attivo) per controbattere la versione di Ghislaine Maxwell come una trafficante di minori, nel tentativo (vano) di poterla far uscire su cauzione, opzione non prevista per i reati federali di cui è accusata. Pur trovandosi tuttora in carcere, non è detto che il destino non le riservi liete sorprese.
Sia per come si presentava – elegante, intellettuale, rispettabile – sia per il fatto di essere una donna, le ragazze si fidavano di Ghislaine, credendo ingenuamente alle sue promesse.
Tante vittime hanno parlato della perdita totale di fiducia, proprio per via del ruolo svolto da Maxwell, perché non ti aspetti è che sia una donna a adescarti o tantomeno a violentarti, come nel caso di Jane (pseudonimo).
È possibile ricucire collettivamente certe ferite? Il caso Epstein, con il ruolo svolto da Ghislaine Maxwell, e quello Pelicot, che entra nell’intimo dell’istituzione familiare (devastandola), disturbano a un livello tanto profondo quanto lo sono le maglie del potere e di quelle logiche patriarcali che le lotte delle donne e femministe da ormai secoli cercano di svelare e sfidare.
Quello che ci resta sono esempi incredibili di coraggio. Gisèle Pelicot, accanto a Virginia Giuffre, Annie Farmer, Sarah Ransome, Liz Stein e le altre, ma anche la giornalista del Miami Herald e autrice dell’inchiesta (poi diventato un libro) Perversion of Justice, Julie K. Brown, o il capo della polizia di Palm Beach, Michael Reiter, persone che hanno denunciato insabbiamenti determinanti per lo svolgimento del caso Epstein e dato voce alle sopravvissute. L’8 febbraio, le vittime hanno lanciato un ulteriore, straziante appello con un PSA (Public Service Announcement) trasmesso durante l’evento televisivo dell’anno, il Super Bowl della National Football League. Come nella loro petizione, si sono rivolte direttamente ad un’altra donna in una posizione di potere: la Procuratrice Generale degli Stati Uniti, Pam Bondi.
Hanno superato ancora una volta la vergogna, si sono unite, sacrificando la propria privacy affinché altre non debbano subire ciò che hanno subito loro. Pretendono trasparenza, giustizia, la verità dei fatti. Sosteniamo questa assunzione collettiva di responsabilità, perché senza la speranza nella capacità umana di reagire e combattere, ci sono solo barbarie e caos. E milioni di files che si aggiungono alla pletora di informazioni del web, che non ci fanno capire meglio un bel nulla e anzi, in mancanza di una reazione etica, sollecitano quasi una passiva impotenza complice, come ha scritto su Kritica Manal Labloul. Con il rischio di dimenticarsi in fretta anche di Jeffrey Epstein, senza trovare più noi stessi.

Scrittrice e docente di scienze della comunicazione presso la John Cabot University, è autrice di Gkn. Cronistoria Personale di un innamoramento collettivo (2024). In inglese, ha scritto Here we May Rest. Alabama Immigrants in the Age of HB 56 (2017) e Fields of Resistance. The Struggle of Florida’s Farmworkers for Justice (2013). È autrice del reportage narrativo, Oltre la Siepe. Alla Ricerca di Harper Lee (2013) e dei romanzi Alabama Hunt (2024) e Fioca (2021). Dopo 15 anni negli Stati Uniti, vive adesso a Prato con la famiglia. Collabora con il manifesto.


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