Gaza, 8 marzo 2026 – Nella Giornata internazionale della donna, mentre il mondo festeggia con fiori e discorsi, vi scrivo dal cuore dello sfollamento, dove “sopravvivere” è l’unico risultato possibile. Voglio raccontarvi delle mani di mia madre, mani che un tempo profumavano di costosi profumi e seta, ma che ora portano la polvere della nostra casa bombardata e le cicatrici delle macerie.

Mia madre è laureata in letteratura inglese, una donna colta e intelligente. Nella nostra vecchia vita, aveva un “angolo sacro” al sesto piano del nostro palazzo. Ricordo che sedeva vicino alla grande finestra, affacciata su campi verdi infiniti, intrecciando sogni nel suo progetto, “Fatto a mano da Masa”. Per anni, i suoi delicati ricami e lavori con perline sono stati il cuore pulsante della nostra famiglia. Siamo in sette: i miei genitori e cinque figlie. Mia madre non era solo un’artista, era il nostro scudo, colei che sosteneva mio padre e garantiva che vivessimo con dignità.

In un batter d’occhio, il palazzo è scomparso. La finestra, i campi e i fili colorati di mia madre sono stati sepolti sotto montagne di cemento grigio. Siamo fuggiti verso l’ignoto, lasciandoci alle spalle la nostra storia. Ma l’anima di mia madre è rimasta sotto quelle rocce.

In una scena che spezzerebbe il cuore anche al più duro, mia madre è tornata tra le rovine. Non è andata a cercare oro o denaro, è andata a cercare la sua “anima”. L’ho guardata, la donna che studiava Shakespeare e Keats, scavare tra le ceneri e le pietre frastagliate con le sue unghie nude. Sanguinava, ma non si è fermata finché non li ha trovati: alcuni fili bruciacchiati e una manciata di perline che il fuoco non era riuscito a raggiungere.

Ha portato quelle perline impolverate nel nostro affollato luogo di sfollamento come se fossero gli ultimi diamanti del mondo. Oggi, all’ombra della nostra nuova, dura realtà, ha ricominciato da capo. Non c’è la vista dal sesto piano, non c’è la luce del sole e la sua vista sta svanendo sotto lo stress. Eppure, tiene in mano lo stesso ago, cucendo la speranza negli stracci delle nostre vite.

La donna palestinese è un fenomeno che i dizionari del mondo non riescono a definire. È l’unica donna al mondo che deve essere madre, sostentatrice, infermiera e protettrice, mentre il cielo le crolla sulla testa. È la custode di una memoria che rifiuta di essere cancellata. Non si limita a dare alla luce i figli, ma ogni mattina fa rinascere la speranza dalle ceneri della sua cucina bruciata. Essere una donna palestinese significa trasformare il proprio dolore in un ponte e la propria perdita in un capolavoro di resilienza.

Questa è mia madre, e questa è la storia di ogni donna di Gaza. Non siamo solo “numeri” o “vittime” nei notiziari. Siamo laureate e creatrici che ora sono costrette a sopportare l’impossibile, ma trovano comunque la forza di creare bellezza dalle rovine. L’ago di mia madre non cuce solo tessuti, ma ricuce anche i cuori spezzati delle sue cinque figlie. Sta dicendo al mondo: “Potete bombardare le nostre case, ma non potrete mai bombardare la nostra volontà di esistere”.

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