Reportage da Majdal Shams – Un muro in pietra, nuovo di zecca, divide le alture del Golan occupate dalla Siria. Da qui la nuova Siria ha un altro aspetto: la liberazione non ha voluto dire sicurezza per tutti, almeno non ancora. Al di là del monte Hermon si susseguono i festeggiamenti, oggi è un anno che i ribelli di Hay’at Tahrir Al-Sham (HTS) hanno preso Damasco buttando giù il regime ventennale di Bashar Al-Assad, ma qui tutto tace.
Siamo nelle alture del Golan occupate da Israele, a Majdal Shams. Da qua ci è proibito accedere in Siria, nonostante le camionette dell’esercito israeliano facciano avanti e indietro. Oggi è un anno dalla caduta del regime di Assad ma anche un anno che Israele è penetrato con la forza dentro quella che un tempo era la buffer zone tra Golan occupato e Siria, controllata dalle Nazioni Unite. Qui Israele continua ad avanzare ampliando la sua sfera di influenza all’interno della comunità drusa del Golan.
Un anno fa
Ma riavvolgiamo il nastro: a novembre 2024, dopo mesi di incessanti bombardamenti israeliani nel sud del Libano, l’asse Iran – Siria – Hezbollah è molto indebolito. È in questo momento che una coalizione di gruppi ribelli, guidata principalmente da HTS, entra in gioco, approfittando del momento di grande debolezza per sferrare l’offensiva contro Assad. Nel giro di poche settimane, le difese del regime collassano. Le forze ribelli conquistano rapidamente le maggiori città strategiche, tra cui Aleppo, Hama e Homs.
L’8 dicembre 2024, le forze ribelli entrano a Damasco senza incontrare alcuna resistenza. Il Presidente Bashar al-Assad, appartenente alla minoranza alawita, è fuggito dal Paese, mettendo fine a oltre cinquant’anni di dominio della famiglia Assad e del partito Baath. Subito dopo la vittoria, viene istituito un Governo di transizione. Ahmed al-Sharaa (ex membro di Al Nusra, milizia originariamente affiliata ad Al Qaida, e poi, separatasi da quest’ultima, leader di HTS – Hayat Tahrir al-Sham – sotto il nome di Abu Mohammad al-Jolani) è emerso come la figura politica e militare dominante del nuovo panorama.
La transizione è stata immediatamente caratterizzata da un enorme vuoto amministrativo e dalla necessità urgente di ripristinare i servizi essenziali, oltre che dalla gestione dei milioni di rifugiati e sfollati che hanno iniziato a considerare il rientro.
Ma la fine del sanguinario regime alawita ha innescato anche una fase di brutali rappresaglie e violenze settarie contro le minoranze, in particolare gli Alawiti e i Drusi. Le violenze si sono concentrate nelle tradizionali roccaforti alawite sulla costa, come le province di Latakia e Tartus. Tra marzo e aprile 2025, gruppi armati ribelli hanno perpetrato esecuzioni sommarie, attacchi e saccheggi contro civili alawiti che avevano opposto resistenza o erano semplicemente associati al vecchio regime. Le violenze hanno causato centinaia di vittime, spingendo migliaia di alawiti alla fuga e sollevando l’allarme internazionale per possibili crimini di guerra e pulizia etnica. Parallelamente, nel sud, nella provincia di Suwayda, la comunità Drusa viene massacrata da milizie affiliate al regime, tra le quali ci sono anche membri dell’Isis e foreign fighters, causando più di mille vittime.
È qui che si inserisce Israele, aiutando i drusi: con aiuti umanitari durante i giorni di assedio di Suwayda ma anche con le bombe arrivando a colpire il ministero della difesa a Damasco lo scorso 17 luglio. E’ chiaro sin dal primo giorno che per Israele non si tratta di benevolenza, ma i drusi e ciò che gli è successo diventano la scusa perfetta per ampliare la sfera di influenza israeliana anche al di là del confine delle alture del golan occupate. Questo nelle ultime settimane si è trasformato in attacchi contro le città confinanti. A Bit Jinn, villaggio all’interno del governatorato di Damasco e a ridosso del Golan oggi occupato dall Idf, Israele ha ucciso decine di civili solo negli ultimi dieci giorni.

“Ci sentiamo tra ‘incudine e martello”, raccontano i drusi di Majdal Shams incastrati tra l’occupazione israeliana e la violenza settaria del nuovo governo siriano, “un anno fa credevamo davvero che saremmo tornati a far parte della Siria, eravamo felicissimi, adesso se dovessero propormi se restare sotto l’occupazione israeliana o vivere sotto il nuovo regime siriano non saprei cosa rispondere”.

I drusi di Suwayda, invece, sono sicuri della propria risposta: “Israele è il nostro salvatore, ci ha salvati quando il governo siriano ha permesso che ci massacrassero. La vicinanza ad Israele è ciò che ci ha fatto sopravvivere”, racconta al telefono un cittadino druso di Suwayda.
Così intorno al confine tra alture del Golan occupate da Israele nel 1967 e poi annesse formalmente nel 1981 (annessione mai riconosciuta dalla comunità internazionale) e la buffer zone occupata dalle idf dopo la caduta del regime di Assad, sono cominciate a spuntare delle case in costruzione che da Majdal Shams ci dicono appartenere a famiglie di Suwayda e di Jaramana (quartiere di Damasco a prevalenza drusa) che sono scappate nella speranza di trovare sicurezza a ridosso dello Stato Ebraico.
“La caduta del regime di Assad l’8 dicembre 2024, dopo una rapida offensiva guidata da HTS, ha segnato una rottura storica che ha posto fine a oltre cinque decenni di governo della famiglia Assad. Tuttavia, a quasi un anno dalla transizione politica della Siria, il panorama dei diritti umani riflette una realtà complessa e spesso contraddittoria: persistenti modelli di abuso ed episodi di violenza settaria coesistono con passi limitati e irregolari verso la riconfigurazione istituzionale, in un contesto di immense sfide di sicurezza, politiche e socioeconomiche ereditate dal regime precedente”, spiega a Kritica Fadel Abdulghany, direttore esecutivo del Syrian Network for Human Rights (SNHR).
Al confine con la Turchia
Ma spostiamoci nel confine opposto, quello con la Turchia. La caduta del regime di Bashar al-Assad ha rappresentato un momento di estrema incertezza anche per il Kurdistan siriano o Rojava (ufficialmente Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est – AANES), l’entità a guida curda difesa dalle Forze Democratiche Siriane (SDF).
La scomparsa improvvisa del regime di Assad ha rimosso un elemento di equilibrio precario e ha esposto l’Amministrazione Autonoma a nuove e vecchie minacce, costringendola a ridefinire rapidamente la sua strategia. Mentre l’avanzata di HTS era in corso (novembre/dicembre 2024), la principale minaccia per il Rojava è stata l’escalation di attacchi lungo il confine. Le forze sostenute dalla Turchia, in particolare l’Esercito Nazionale Siriano (SNA), hanno intensificato le loro operazioni militari, con l’obiettivo di espandere la “zona cuscinetto” turca lungo il confine e sfruttare il caos per indebolire le SDF, che Ankara considera un’estensione del PKK.
Di fronte a questa minaccia, l’Amministrazione Autonoma ha negoziato con il nuovo governo centrale per ottenere garanzie di sicurezza e riconoscimento di un’autonomia. L’obiettivo delle SDF è evitare di finire schiacciate tra il nuovo governo di Damasco e l’aggressività turca.
Ma il caos generale e la ridistribuzione delle forze hanno consentito alle cellule dormienti dello Stato Islamico (ISIS) di riprendere attacchi mirati nelle aree orientali, mettendo ulteriormente sotto pressione le SDF, che sono le uniche responsabili della sorveglianza dei campi di prigionia e sfollati, compresi quelli degli ex combattenti dell’Isis e delle loro famiglie (Al Roj Camp e Al Hol Camp).
“La chiusura dei campi, il rimpatrio dei cittadini stranieri da parte dei loro Stati d’origine, la valutazione individualizzata della responsabilità, processi equi laddove vi siano prove di condotta criminale e programmi completi di riabilitazione e reintegrazione, sono le uniche soluzioni per i Campi di Al Roj e Al Hol – continua il dottor Abdulghany – tuttavia, anche dopo la caduta del regime di Assad, i progressi sono stati lenti. La sospensione di alcuni aiuti internazionali destinati alle ONG che lavorano in questi campi all’inizio del 2025 ha ulteriormente messo a dura prova risorse già limitate, complicando gli sforzi sia delle autorità locali che degli attori umanitari”.
E a rilento vanno anche i ricollocamenti dei profughi interni: La situazione dei rifugiati interni siriani rimane critica, con milioni di persone sfollate all’interno del paese a causa di oltre un decennio di guerra, sebbene dopo il cambio di regime nel dicembre 2024 si siano verificati rientri significativi (oltre 1 milione di sfollati interni e 400.000 rifugiati) da paesi vicini come Turchia, Libano e Giordania.
“Sono disoccupato perché vivo all’interno del campo Al Karama, sono sposato e ho tre figli. Vivo qui nel campo dal 2014. Siamo sfollati a causa della guerra in Siria. La nostra casa è stata bombardata e mio padre e mio fratello sono morti”, racconta Reda Othman, 32 anni, rifugiato nel campo di al Karama insieme ad altre 63 famiglie, “il campo in cui vivo si trova sul confine turco. La situazione qui è molto grave a causa della mancanza di cibo, acqua e medicine. Le Nazioni Unite ci fornivano cibo gratuitamente, ma tre anni fa le organizzazioni umanitarie hanno smesso di aiutarci perché le Nazioni Unite hanno interrotto il supporto. Dalla caduta del regime di Assad, non siamo stati in grado di tornare alle nostre case perché sono completamente distrutte e inabitabili. Ma qui nel campo, tutti ci hanno abbandonato; sia le organizzazioni umanitarie che lo Stato”.
Issa Hamada, vicedirettore di Bab al-Hawa Camp, un campo di sfollati interni nel nord della Siria dove vivono circa 500 famiglie, racconta: “Le condizioni nei campi vanno di male in peggio. Non c’è supporto. Il supporto si è interrotto un anno prima della liberazione dal regime di Assad. Finora, non c’è stato alcun aiuto dal governo. Poche persone le cui condizioni finanziarie sono buone sono tornate ai loro villaggi. Ma la maggior parte di loro rimane qui nelle tende dei campi e i campi sono stati dimenticati”.
Secondo il Network Siriano per i diritti umani, le garanzie minime per un ritorno sicuro, volontario e dignitoso per i rifugiati siriani e gli sfollati interni, sono la protezione dalla detenzione arbitraria e dalla persecuzione; accesso effettivo alla restituzione delle proprietà e ai diritti abitativi; uno stato di diritto funzionante sotto una magistratura indipendente; e salvaguardie contro la coscrizione forzata e le rappresaglie. Queste condizioni non sono ancora chiaramente soddisfatte.
“Nonostante la fine del regime di Assad, l’ambiente di sicurezza rimane instabile, i quadri giuridici sono in evoluzione e le controversie su proprietà e alloggi rimangono irrisolte su vasta scala”, continua il dottor Abdulghany, “nel frattempo, diversi paesi ospitanti, tra cui Turchia e Libano, stanno aumentando la pressione sui rifugiati affinché tornino, creando un grave divario tra le condizioni sul campo in Siria e le politiche perseguite dagli Stati che ospitano rifugiati siriani. In questo contesto, gli appelli per ritorni su larga scala sono prematuri, e le autorità di transizione si trovano di fronte alla duplice sfida di gestire gli sfollamenti interni pur mancando della capacità istituzionale e delle risorse finanziarie necessarie per garantire ritorni basati sui diritti”.
Cambiamenti a rilento per i diritti politici
I diritti delle donne e la partecipazione politica illustrano un’altra area in cui il cambiamento è stato più limitato di quanto molti sperassero. Le prime elezioni di transizione, tenutesi il 5-6 ottobre 2025, hanno visto solo sei donne ottenere seggi su 119 in parlamento; circa il 4% di rappresentanza, nonostante le donne costituissero il 14% dei candidati.
Ciò segna un calo rispetto alla rappresentanza del 10-13% registrata in alcuni periodi sotto il precedente regime e prosegue un modello di sottorappresentazione a lungo termine.
“Il governo ad interim include una sola donna ministro, e le donne ricoprono un numero esiguo di posizioni di alto livello, tra cui la leadership dell’Ufficio per gli Affari delle Donne e la rappresentanza nel comitato di redazione della costituzione. È stata annunciata una quota del 20% per le donne, ma si applica ai comitati elettorali complessivi anziché garantire una quota minima di seggi per le donne in ogni organismo. In pratica, questo non si è tradotto in una rappresentanza politica solida ed equilibrata dal punto di vista di genere”, commenta ancora Abdulghany.
La guerra civile e i foreign fighters
Altro problema fondamentale in questo momento in Siria è quello dei combattenti stranieri, molti dei quali avrebbero preso parte ai massacri degli alawiti e dei drusi: “Per quanto riguarda i combattenti stranieri che hanno militato a fianco di gruppi siriani, l’assenza di un quadro chiaramente articolato e reso pubblico per il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione rappresenta una lacuna significativa. Un tale processo basato sui diritti richiederebbe un’accurata verifica individuale, processi equi per coloro accusati di crimini, disarmo e smobilitazione strutturati, supporto psicosociale, processi di riconciliazione locale e monitoraggio indipendente. Ad oggi non ci sono le basi giuridiche e statali per farlo, e tutto questo non è ancora avvenuto”.
Ma, piuttosto, è stato utilizzato l’arresto arbitrario. La privazione arbitraria della libertà, infatti, non è cessata con la fine del governo di Assad. Solo nel maggio 2025, l’SNHR ha documentato almeno 157 detenzioni arbitrarie, a indicare che le pratiche detentive continuano a essere utilizzate dalle nuove autorità. Nonostante la portata complessiva e la natura degli abusi differiscono dal vasto sistema di detenzione, tortura e sterminio dell’era Assad, che ha portato all’uccisione di decine di migliaia di persone in custodia e alla scomparsa di più di 140 mila siriani.
“Le misure concrete per affrontare le violazioni passate e in corso e per smantellare l’impunità radicata rimangono limitate. Le organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto una serie di riforme urgenti, tra cui la revisione giudiziaria indipendente di tutte le detenzioni, il trattamento umano di tutti i detenuti (compreso il personale dell’ex regime) e una riforma completa dei quadri penali e giudiziari”, conclude Abdulghany, “le attuali violazioni, gli arresti arbitrari, le torture e le sparizioni forzate suggeriscono una continuità in alcune pratiche piuttosto che una netta rottura con il passato, ma si stanno svolgendo in un ambiente politico e di sicurezza drasticamente diverso da quello del vecchio regime. Il governo di transizione, formatosi nel marzo 2025, ha sciolto tutte le istituzioni associate al precedente regime e ha cercato di ricostituire l’autorità statale, centralizzando allo stesso tempo il processo decisionale attorno alla presidenza. Questo consolidamento sta avvenendo in un contesto di controllo territoriale frammentato, profonda polarizzazione sociale, collasso economico e istituzioni statali danneggiate, fattori che complicano gli sforzi per migliorare la situazione dei diritti umani”.
La situazione nella nuova Siria rimane fragile, la caduta di Assad ha scoperchiato la violenza senza eguali del vecchio regime e gettato il Paese in un buco nero dove tutto va ricostruito. Dalle violenze settarie, ai foreign fighters, ai campi dell’Isis, alle detenzioni arbitrarie, fino alle donne, la Siria – ad un anno dalla liberazione – sembra ancora incastrata tra l’incubo passato e l’incapacità del presente.

Giornalista freelance, si occupa di guerre e delle conseguenze delle guerre: dalle migrazioni alle diaspore contemporanee. Ha lavorato sul campo in diverse zone di conflitto dalla Palestina alla Siria fino all’Ucraina. Lavora per teste italiane ed estere tra cui Al Jazeera English, New Lines Magazine, L’Espresso, Fanpage.it, il Manifesto e altre.


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