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    Emergono nuove prove delle connessioni affaristiche che rendono possibile non solo l’occupazione israeliana, ma tutti i crimini commessi da Israele in Palestina. Sono quelle contenute nel quinto rapporto di Don’t buy into occupation, una coalizione di 25 organizzazioni della palestinese ed europea, supportate nell’analisi dall’organizzazione di ricerca indipendente Profundo.

    Costituita nel gennaio 2021 per documentare le relazioni tra istituzioni finanziarie europee e imprese commerciali globali coinvolte nella creazione e nell’espansione degli insediamenti illegali israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, la coalizione ha scelto quest’anno di allargare l’ambito d’indagine. Nelle quattro edizioni precedenti, il lavoro si era infatti tradizionalmente concentrato sull’economia degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Il quinto rapporto estende la sfera di analisi e adotta un approccio radicalmente più ampio e comprensivo. Include infatti l’intero sistema di oppressione israeliano a danno del popolo palestinese e, dunque, le più ampie violazioni del diritto . Tra queste, figurano anche atti che equivalgono a genocidio e apartheid.

    Il mutato contesto legale

    La sola attenzione agli insediamenti – si legge nel rapporto – non consentiva più di cogliere la totalità del sistema di illegalità creato da Israele. Gli ultimi due anni hanno segnato una svolta storica su questo fronte: la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aia ha dichiarato la presenza di Israele nei Territori Palestinesi Occupati totalmente illegale. Ha inoltre stabilito che Tel Aviv sta violando i principi fondamentali del diritto internazionale, invitando gli Stati terzi ad adottare misure per impedire tutte le relazioni commerciali o le attività di  investimento che contribuiscono al mantenimento di una situazione arbitraria.

    La stessa Corte ha poi riconosciuto la plausibilità del genocidio a Gaza. Infine la Commissione d’Inchiesta , lo scorso settembre, ha confermato che Israele e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso atti di genocidio, integrando quattro delle cinque condotte previste dalla definizione di genocidio data dalla Convenzione Onu del 1948. Alla luce di questo mutato scenario sul piano giuridico, Don’t buy into occupation ha aggiornato il proprio quadro analitico, analizzando l’intero complesso di pratiche illegali compiute dal regime israeliano nei confronti del popolo palestinese.

    All’interno di tale infrastruttura di potere e oppressione, il settore privato e quello finanziario svolgono un ruolo determinante nel rendere possibili e nel perpetuare le violazioni del diritto internazionale compiute da Tel Aviv.

    Gli attori privati ​​dietro l’economia dell’occupazione e del genocidio

    Nonostante la raccomandazione della Corte internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle , le connessioni tra potenza occupante, attori economici transnazionali e sistema finanziario globale sono continuate indisturbate e nella totale impunità, come denunciato peraltro anche da Francesca Albanese nel suo rapporto sull’economia del genocidio, pubblicato lo scorso giugno, in cui venivano messe a nudo le complicità del mondo del “business” con lo Stato coloniale d’Israele. Nella prefazione di Don’t buy into occupation, la giurista italiana sottolinea come il lavoro della coalizione abbia contribuito in modo decisivo alla sua comprensione della situazione e allo stesso compimento del suo mandato come Relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati.

    Le istituzioni finanziarie, che rappresentano di fatto “l’ossigeno economico” del sistema di oppressione strutturale israeliano, hanno erogato – si legge in Don’t buy into occupation – decine di miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni e detengono investimenti altrettanto consistenti in azioni e obbligazioni di società coinvolte in gravi violazioni dei in Palestina. In particolare, ad agosto 2025, attori finanziari del Vecchio Continente, tra cui le banche BNP Paribas, Deutsche Bank, Barclays, HSBC, Crédit Agricole, ma anche le italiane Intesa Sanpaolo e Banca Mediolanum, detenevano oltre 1.503 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni di società con attività che contribuiscono a sostenere l’occupazione, l’apartheid e il genocidio in Palestina.

    Da gennaio 2023 ad agosto 2025, le istituzioni finanziarie europee hanno erogato prestiti e sottoscrizioni per un valore di oltre 310 miliardi di dollari a queste aziende.

    1.115 istituti finanziari europei hanno rapporti finanziari con 104 imprese commerciali coinvolte nel mantenimento della situazione illegale creata da Israele nei Territori Palestinesi Occupati e/o nella commissione del crimine di genocidio.

    Il rapporto dedica oltre 70 pagine ai profili dettagliati delle aziende identificate, tutti basati su documentazione pubblica proveniente da database autorevoli – come quelli dell’ONU, di Who Profits (un centro di ricerca israeliano indipendente) e di AFSC Investigate -, in cui vengono descritte le trame complesse di coinvolgimento aziendale nei crimini israeliani, che vanno ben oltre le semplici transazioni commerciali. Tra le aziende citate figurano colossi del comparto della difesa – tra gli altri Leonardo, Boeing, Lockheed Martin, BAE Systems, Thales -,  multinazionali tecnologiche e digitali – Google/Alphabet, Meta, Amazon, Microsoft, IBM e Palantir -, aziende energetiche e di estrazione di risorse come BP, , Dana Petroleum, Eni, fino a imprese operanti nei settori della logistica, del turismo, dei trasporti e dei servizi commerciali, tra le quali spiccano Airbnb, Booking, Expedia, Tripadvisor, Carrefour.

    Il ruolo dei colossi italiani

    L’italiana Leonardo – secondo quanto riportato da Who Profits – produce componenti utilizzate sulle navi da guerra israeliane classe Sa’ar, come il cannone navale OTO 76/62 impiegato dalle Israel Defense Forces nelle operazioni –  comprese quelle di bombardamento – effettuate a Gaza e nel Mediterraneo orientale. La multinazionale è inoltre coinvolta nella produzione di elicotteri e addestratori militari utilizzati dall’aeronautica israeliana per il training avanzato. Leonardo è citata anche come parte del mercato israeliano della difesa attraverso forniture di sistemi avionici, comunicazioni e manutenzioni militari continuative, configurate come supporto logistico in teatro operativo.

    L’altro colosso nostrano, ENI, è chiamato in causa in Don’t buy into occupation perché coinvolto nello sfruttamento delle risorse energetiche nei territori palestinesi e nell’espansione illegale israeliana nel Mediterraneo orientale. Il report evidenzia il ruolo della multinazionale del settore fossile nelle attività di esplorazione e produzione di gas naturale nella Zone G, un’area marina che confina con le coste di Gaza, dove le operazioni sono controllate da Israele in violazione del diritto internazionale.

    Il documento sottolinea che ENI è stata parte di consorzi energetici che hanno negoziato e firmato concessioni con autorità israeliane per lo sfruttamento di giacimenti offshore come Karish, Leviathan e Tamar, con implicazioni dirette sul controllo e sull’esclusione dei palestinesi dalle proprie risorse naturali. L’estratto segnala che ENI figura nelle banche dati di monitoraggio come Who Profits e Investigate AFSC, e che il suo coinvolgimento è legato al profitto derivante da uno sfruttamento unilaterale delle risorse palestinesi. Inoltre, ENI è menzionata nell’elenco delle aziende che hanno ricevuto notifiche da organismi internazionali, ONG e relazioni ONU a causa del potenziale contributo economico all’occupazione e alla struttura di apartheid israeliana.

    Per quanto riguarda gli attori finanziari del nostro Paese, oltre le citate Intesa Sanpaolo – la cui esposizione  è definita «significativa» nel report – e Mediolanum, nell’analisi compaiono anche , Banco BPM, BPER Banca, Anima, Assicurazioni Generali, Mediobanca, Azimut. 

    Qualcosa sta cambiando: segnali di

    Una delle sezioni più interessanti del rapporto riguarda il crescente movimento di disinvestimento che ha preso slancio durante il 2025 e che potrebbe essere un punto di svolta nel panorama degli investimenti europei. Diverse importanti istituzioni finanziarie hanno iniziato a prendere provvedimenti concreti per prendere le distanze da aziende considerate complici nell’occupazione israeliana e negli attacchi rivolti contro Gaza.

    La si è confermata come il paese leader in questo movimento. Il Norwegian Government Pension Fund Global, che è il più grande fondo sovrano al mondo con un portafoglio che vale ben 1,9 trilioni di dollari, ha compiuto una mossa estremamente significativa disinvestendo da ben 28 aziende israeliane tra luglio e agosto 2025. Altri attori finanziari norvegesi hanno seguito questa strada.

    Sviluppi importanti in questa direzione si sono compiuti anche nei Paesi Bassi, in Danimarca, nel Regno Unito, in .

    Eppure, per quanto significativi – sottolinea il rapporto –, tali disinvestimenti rappresentano ancora una frazione molto limitata rispetto alla scala totale dei flussi finanziari che alimentano la macchina dell’occupazione e dell’oppressione israeliana. La stragrande maggioranza delle 1.115 istituzioni finanziarie identificate continua a mantenere le sue relazioni con le aziende citate nel report, nonostante la documentazione pubblica del loro coinvolgimento in attività controverse. La strada da percorrere è ancora molto lunga. Come conclude la Relatrice Speciale Albanese nella sua prefazione, solo attraverso azioni concertate questo sistema può essere realmente smantellato. E solo abbattendo questa infrastruttura economica apparentemente inamovibile nelle sue infinite ramificazioni,  la comunità internazionale può adempiere ai suoi obblighi più fondamentali e ripristinare le condizioni per la giustizia e la piena autodeterminazione del popolo palestinese.


    CREDITI FOTO: Wikimedia Commons

    Autore

    • Marianna Lentini

      È nata a Lecce, dove vive. Si è laureata in Sociologia all’Università di Milano Bicocca e ha frequentato la Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande. È autrice di "Capitalismo feroce", pubblicato da People, e tiene l’omonima rubrica settimanale su Ossigeno.net. Collabora con The Post Internazionale.

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    2 commenti

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