Dopo i crescenti timori per le loro condizioni di salute sempre più precarie, il 14 gennaio Lewie Chiaramello, Heba Muraisi e Kamran Ahmed – i tre attivisti di Palestine Action che avevano proclamato uno sciopero della fame dallo scorso novembre – hanno annunciato, tramite il collettivo Prisoners for Palestine, la fine della loro clamorosa azione di protesta, protrattasi nel caso di Muraisi per 73 giorni, superando il record di 66 stabilito da Bobby Sands, storico militante dell’Irish Republican Army (IRA).
La classificazione di Palestine Action come “organizzazione terroristica”
Come avevamo già raccontato su Kritica.it, lo scorso luglio il Parlamento britannico aveva classificato Palestine Action come “organizzazione terroristica” secondo il Terrorism Act del 2000. La decisione ha reso reato l’adesione o il supporto al movimento – nato nel 2020 per contestare la vendita di armi britanniche a Israele – con pene che arrivano fino a 14 anni di reclusione.
La misura è passata con l’opposizione di soli otto parlamentari, tra cui Jeremy Corbyn, che avevano presentato una mozione contro il provvedimento. Gli oppositori avevano denunciato un pericoloso attacco alle libertà civili e al diritto di manifestare, sottolineando come si stesse confondendo l’attivismo non violento con il terrorismo e strumentalizzando la legislazione antiterrorismo contro i manifestanti.
La messa al bando ha portato all’arresto di centinaia di attivisti. Otto di loro – in maggioranza cittadine e cittadini britannici, alcuni dei quali con origini migratorie – hanno avviato uno sciopero della fame, la più imponente protesta carceraria di questo tipo nel Regno Unito dal 1981 quando, come accennato, furono i detenuti dell’Irish Republican Army (IRA) a organizzare un digiuno collettivo.
Una vittoria parziale: il contratto negato a Elbit Systems UK
Come riporta il quotidiano britannico The Guardian, la fine dell’azione di protesta è stata presentata come una vittoria, suggellata dalla decisione del governo di non assegnare un contratto di difesa da 2 miliardi di sterline a Elbit Systems UK, una sussidiaria dell’omonimo colosso israeliano degli armamenti. E per quanto altre richieste chiave – come la libertà su cauzione immediata per le attiviste e gli attivisti detenuti – siano state chiaramente disattese, è indubbio che – grazie alle dichiarazioni di figure politiche rilevanti, tra cui la deputata statunitense Rachida Tlaib, all’intervento degli esperti delle Nazioni Unite e alla notevole copertura internazionale – la vicenda abbia prodotto grande attenzione sulla causa di Palestine Action, sul più ampio tema delle condizioni carcerarie di tutte e tutti coloro che hanno levato la loro voce contro i crimini commessi da Israele – e che per questo hanno subito sproporzionate azioni repressive -, ma anche sulla rovinosa triangolazione tra Tel Aviv, governi occidentali e attori economico-finanziari ritenuti responsabili delle ampie violazioni del diritto internazionale messe in atto dallo Stato ebraico contro il popolo palestinese.
Il coinvolgimento di Elbit nelle operazioni militari israeliane
Tra tali attori figura proprio una delle realtà contro cui le azioni degli attivisti erano indirizzate, vale a dire Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, insignito del Premio Israeliano per la Difesa 2024.
Nel report Don’t buy into occupation, già illustrato su Kritica.it, è documentato come, nel contesto dell’assalto genocida di Israele a Gaza, le vendite della società al Ministero della Difesa israeliano siano aumentate del 50% e abbiano raggiunto i 2 miliardi di dollari.
Secondo l’organizzazione Who Profits – un centro di ricerca indipendente fondato a Tel Aviv nel 2007 per documentare il coinvolgimento commerciale di aziende israeliane e internazionali nell’occupazione dei territori palestinesi e siriani – Elbit Systems fornisce alle forze armate israeliane un’ampia gamma di servizi, tecnologie e armamenti, tra i quali equipaggiamenti terrestri, velivoli a pilotaggio remoto (UAV), munizioni per carri armati, razzi, droni come l’Hermes 900 e l’Hermes 450, sistemi di guerra elettronica, apparecchiature di osservazione e di elaborazione delle informazioni, nonché sistemi di comando e controllo, utilizzati dalle forze armate negli attacchi contro Gaza, Libano, Yemen e Iran. Ancora secondo Who Profits, materiale bellico prodotto da Elbit è stato utilizzato dalle forze armate israeliane nell’invasione e negli attacchi aerei e terrestri su Gaza tra il 2023 e il 2025, alcuni dei quali per la prima volta. Sistemi di controllo e tecnologie di raccolta dati – prodotti dalla multinazionale con sede ad Haifa e impiegate ai checkpoint che costellano i Territori Occupati – vengono inoltre regolarmente utilizzati per la sorveglianza della popolazione palestinese, come parte dell’apparato repressivo e di intelligence israeliano nella Cisgiordania occupata, contribuendo al mantenimento dell’occupazione illegale e ai crimini di apartheid, come ribadito anche da Amnesty International. Le IDF hanno, inoltre, utilizzato gli UAV di Elbit per condurre attacchi contro i campi profughi di Jenin, Nur a-Shams, Tulkarem e in quello di Balata a Nablus.
Il ruolo cruciale di Elbit Systems nelle pratiche illegali e nei crimini di guerra israeliani è stato infine sottolineato dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese nel suo rapporto del giugno 2025 Da economia d’occupazione a economia del genocidio.
Le sinergie tra Elbit e gli attori economico-finanziari occidentali
Elbit Systems mantiene solide partnership commerciali con numerose aziende e istituzioni nel mondo occidentale. Il colosso israeliano della difesa ha sviluppato una fitta rete di collaborazioni industriali ed economiche che attraversa diversi paesi europei e nordamericani.
Lo scorso novembre il colosso ha confermato la sua ottima situazione economica: nel giro di un anno il valore delle sue azioni è aumentato del 33%. La società è quotata al NASDAQ OMX e alla Borsa di Tel Aviv. Tra i suoi principali investitori istituzionali figurano fondi israeliani e globali, come Clal Insurance Enterprises Holdings e Vanguard.
Come riportato dall’organizzazione BankTrack, altri attori finanziari – tra cui Crédit Agricole, Allianz, BNP Paribas, Deutsche Bank – sono legati a Elbit tramite la sottoscrizione di obbligazioni o la concessione di linee di credito.
Elbit ha inoltre concluso contratti per 25,2 miliardi. Di questi, il 69% sono stati stipulati con paesi stranieri, europei in particolare. Tra le partnership principali quelle con KNDS Deutschland, BAE Systems, Rheinmetall, ma anche con l’italiana Leonardo.
Lo scandalo corruzione NATO
Di recente, la testata greca Efsyn ha scritto che la maggiore azienda militare israeliana sta continuando a registrare enormi guadagni anche grazie alle sue esportazioni. Molti governi europei continuano infatti ad assegnarle contratti, nonostante il suo – come abbiamo visto – comprovato coinvolgimento nel genocidio a Gaza. Dalla Grecia alla Romania, passando per i Paesi Bassi e la Spagna, Elbit macina ancora profitti record.
Un’inchiesta pubblicata nel dicembre 2025 dal centro investigativo Follow the Money – frutto di un lavoro congiunto con le testate Le Soir, La Lettre e Knack – ha rivelato che l’agenzia per gli acquisti della NATO (NATO Support and Procurement Agency, NSPA) ha escluso Elbit dalle nuove gare d’appalto e ha congelato una serie di contratti attivi. Ma, attraverso una serie di intermediari, Elbit avrebbe corrotto i dipendenti dell’NSPA per favorire la propria posizione e ottenere informazioni privilegiate, alterando almeno 15 gare d’appalto NATO. Le indagini sono condotte da inquirenti belgi e lussemburghesi e la NATO ha confermato che il caso riguarda accuse molto gravi. Elbit si professa innocente, ma rischia di essere inserita nella lista nera dell’NSPA.
Queste rivelazioni rendono ancora più scandaloso e inaccettabile il fatto che molti governi europei stiano continuando a stipulare contratti da centinaia di milioni di euro con l’impresa israeliana.
Il prezzo della denuncia
È proprio contro questo sistema di complicità che si sono battuti gli attivisti di Palestine Action, pagando con la loro libertà e la loro salute il prezzo di aver denunciato una rete di affari che lega indissolubilmente l’industria bellica israeliana ai governi e alle istituzioni finanziarie occidentali. Come ha scritto Timothy McCord riferendosi allo sciopero della fame, il governo britannico, attraverso la sua complicità nel genocidio di Israele a Gaza e la criminalizzazione dell’attivismo contro di esso, ha completamente stravolto i valori morali di base. La protesta, pur conclusa, ha portato alla luce una verità scomoda: dietro ogni drone, ogni sistema di sorveglianza, ogni arma utilizzata contro i palestinesi, c’è una catena di responsabilità che attraversa le borse europee, le banche internazionali e i parlamenti occidentali.
CREDITI FOTO: Flickr, Leicester Gazette – Licenza CC BY-NC-ND 2.0

È nata a Lecce, dove vive. Si è laureata in Sociologia all’Università di Milano Bicocca e ha frequentato la Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande. È autrice di “Capitalismo feroce”, pubblicato da People, e tiene l’omonima rubrica settimanale su Ossigeno.net. Collabora con The Post Internazionale.

