domenica 07/06/2026, 16:56

Siamo così presi dalle notizie su quanto accade nel mondo, che rischiamo di non accorgerci di cosa accade anche in Italia in tema di diritti. Uno dei sintomi più evidenti di qualcosa che non quadra nel nostro presente è la trasformazione del dissenso in patologia sociale: non più espressione fisiologica del confronto e conflitto democratico, ma anomalia da correggere, deviazione da contenere e rischio da neutralizzare.

Tra i tanti casi che si susseguono, il più recente è quello di Massa Carrara, dove 37 cittadini e cittadine hanno ricevuto avvisi di conclusione delle indagini dopo che il 3 ottobre 2025 avevano manifestato durante lo sciopero generale per la Palestina.

Non si tratta di un episodio isolato (Un altro episodio che sta facendo scalpore in questi giorni riguarda i dieci vigili del fuoco che a Pisa hanno ricevuto una contestazione disciplinare dal Ministero dell’Interno, per essersi inginocchiati durante una manifestazione, in ricordo delle vittime di Gaza, ndr). È piuttosto un segnale, un punto di condensazione di dinamiche giuridiche, politiche e psichiche che meritano di essere lette oltre la cronaca.

Tra gli indagati figura Giancarlo Albori, presidente provinciale dell’ANPI di Massa Carrara. I reati contestati – interruzione di pubblico servizio, manifestazione non autorizzata, blocco ferroviario – sono resi possibili dall’inasprimento normativo introdotto dai più recenti decreti sicurezza.

Secondo Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale ANPI, tutto ciò segnala il rischio concreto di una deriva autoritaria. Ma cosa significa, oggi, “deriva autoritaria”? E perché proprio ora?

Dalla sicurezza alla pulsione punitiva

Sul piano filosofico-politico, il nodo centrale non è la sicurezza in sé, bensì la sua mutazione di senso.

Nello Stato costituzionale, la sicurezza è una condizione che rende possibile l’esercizio dei diritti. Nello Stato autoritario, diventa invece il principio che li sospende. Il cosiddetto codice Meloni – espressione critica con cui viene indicato l’insieme delle nuove norme securitarie – si inserisce in questa torsione: il diritto penale non agisce più ex post, per sanzionare un danno reale, ma ex ante, per dissuadere, intimidire, prevenire il conflitto.

Dal punto di vista psicoanalitico, si tratta di un passaggio cruciale: la legge smette di essere simbolica e diventa iper-reale, invadente, persecutoria. Non struttura il legame sociale, ma lo irrigidisce attraverso la paura.

Il dissenso come “nemico interno”

Molti giuristi hanno parlato, non a caso, di diritto penale del nemico. Non si punisce un atto in quanto tale, ma un soggetto in quanto portatore di una determinata posizione simbolica: il manifestante, l’attivista, il migrante, il detenuto, il solidale.

Nel caso delle mobilitazioni pro-Palestina, questo meccanismo appare con particolare evidenza. Le manifestazioni contro le azioni del governo israeliano vengono sempre più spesso rilette come potenzialmente antisemite o apologetiche del terrorismo, in una confusione deliberata tra critica politica, solidarietà umanitaria e minaccia securitaria.

Sul piano psichico collettivo, questo slittamento svolge una funzione precisa: trasformare il conflitto politico in pericolo morale. Il dissenso non è più un’opinione, ma un rischio; non più una voce, ma un disturbo, una malattia.

Autorità, paura e produzione del consenso

Il dispositivo securitario non si regge solo sulla repressione, ma sulla gestione della paura.
La percezione dell’insicurezza – spesso disallineata rispetto ai dati reali – diventa il carburante simbolico attraverso cui si legittima l’inasprimento delle pene e la compressione dei diritti.

Come già mostrato da molta filosofia politica novecentesca, la paura è una risorsa di governo.
Essa produce richiesta di protezione, e la protezione giustifica l’autorità.

In questo quadro si colloca la retorica del “cambio di passo” rivendicata dalla presidente del Consiglio, così come l’impianto fortemente repressivo sostenuto dal ministro dell’Interno .

Il messaggio implicito è chiaro: se la sicurezza non funziona, è perché non è stata abbastanza dura.

I nodi costituzionali come nodi simbolici

Il conflitto giuridico attorno al Ddl Sicurezza è, in realtà, un conflitto simbolico.
Gli articoli della Costituzione oggi messi sotto pressione non sono semplici norme, ma architravi del patto sociale.

La piazza come spazio dell’inconscio politico

Storicamente, la piazza è il luogo in cui, ciò che non trova parola nelle istituzioni, irrompe simbolicamente. È lo spazio dell’inconscio politico: desideri, rabbie, lutti, identificazioni, ideali.

Criminalizzare la piazza significa rimuovere il conflitto, non risolverlo.
Ma ciò che viene rimosso, come insegna la psicoanalisi, ritorna: più radicalizzato, più frammentato, più distruttivo.

Le prese di posizione di sindacati come la CGIL e dell’ANPI segnalano proprio questo rischio: non una società più sicura, ma una società più spaventata e più muta.

Ordine, legge e perdita del simbolico

Ogni volta che l’ordine viene assolutizzato, la legge perde il suo carattere simbolico e diventa strumento di dominio. Quando la sicurezza non protegge più i diritti, ma li sospende, non siamo davanti a un rafforzamento dello Stato, bensì a una sua regressione.

Il punto non è stabilire se chi manifesta abbia “ragione” o “torto”. Il punto è se una società possa dirsi democratica se criminalizza chi prende parola.

Oggi, in Italia, si profila una soglia inquietante: non si viene più giudicati solo per ciò che si fa, ma per ciò che si rappresenta. E l’essere a favore dei diritti umani rischia, pia piano, di diventare una colpa.


CREDITI FOTO: ANSA/ENRICO MATTIA DEL PUNTA – Il corteo di Pisa per Gaza blocca la superstrada Fi-Pi-Li, 22 settembre 2025.

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