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Pubblichiamo a beneficio dei lettori il rapporto della coalizione “Don’t buy into occupation” 2025, tradotto in italiano. Si tratta del quinto rapporto realizzato dal gruppo, composto da 25 realtà palestinesi ed europee. Come racconta Marianna Lentini, l’edizione 2025 si incentra su uno sguardo più ampio all’intero sistema di oppressione, apartheid e genocidio nei confronti dei palestinesi, laddove le precedenti edizioni si erano incentrate maggiormente sull’economia illegale dei coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. In totale, il report elenca le principali istituzioni finanziarie e 104 aziende globali “implicate in sei categorie di complicità – dall’industria militare e della sicurezza, alla tecnologia, all’estrazione di risorse, all’edilizia e alle demolizioni, ai servizi finanziari e ad altre imprese che sostengono la presenza illegale di Israele” nei territori occupati.
In allegato è possibile scaricare l’intero report, tradotto dalla nostra redazione con l’aiuto di strumenti di traduzione automatica. Di seguito, invece, pubblichiamo la prefazione di Francesca Albanese.
L’occupazione decennale da parte di Israele e il genocidio in corso del popolo palestinese non avrebbero potuto continuare senza il sostegno incondizionato di un’ampia rete di attori privati e pubblici, un sistema di complicità che deve essere smascherato, come DBIO sta facendo da anni.
La trasformazione dell’economia di occupazione di Israele in un’economia di genocidio ha rivelato la traiettoria finale di un progetto coloniale alimentato da un capitalismo coloniale razziale senza freni. In questo contesto, il genocidio a Gaza non è un’improvvisa aberrazione, ma il culmine violento di un obiettivo perseguito da tempo, in cui le infrastrutture economiche, tecnologiche e finanziarie sono state trasformate in armi per cancellare gradualmente il popolo palestinese e negargli in perpetuo il diritto all’autodeterminazione.
Far riemergere il profondo intreccio delle numerose entità coinvolte nelle attività criminali di Israele richiede un rigoroso lavoro investigativo e intellettuale in grado di mostrare ciò che il sistema nasconde intenzionalmente. Richiede anche coraggio, poiché questa comunità etica della conoscenza continua ad affrontare una serie infinita di battaglie alla Davide contro Golia contro alcuni degli attori più potenti dei nostri tempi malvagi.
In questo scenario, sono lieta di presentare il benvenuto al quinto rapporto Don’t Buy into Occupation (DBIO), data la forte influenza che il lavoro di questa rete ha avuto nello sviluppo della mia comprensione e del mio lavoro. La metodologia ampliata utilizzata quest’anno è sintomatica di un risveglio globale più ampio che la Palestina ha messo in atto, spingendo molti a promuovere lenti analitiche più ampie in grado di rappresentare la realtà sempre più complessa a cui assistiamo e l’uso del diritto internazionale come strumento completo e olistico che sia sia preventivo che correttivo.
Questa metodologia ampliata riflette anche la realtà giuridica stabilita dal parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 che dichiara illegale la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati; dalle misure provvisorie adottate dalla Corte nel gennaio 2024 ai sensi della Convenzione sul genocidio; e dalle conclusioni della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite del settembre 2025 che confermano il genocidio.
Nel loro insieme, queste determinazioni chiariscono che l’occupazione, l’apartheid e la campagna militare genocida di Israele costituiscono un unico regime di illegalità. La complicità degli attori privati non può più essere valutata esclusivamente attraverso la lente dell'”occupazione”. Deve comprendere il loro ruolo nel consentire e trarre profitto dalla situazione illegale nel suo complesso, considerando anche che essa si è trasformata in genocidio.
Le istituzioni finanziarie sono fondamentali in questo contesto. Quando le banche e gli investitori forniscono capitali, crediti o garanzie alle imprese implicate in crimini internazionali, rischiano di incorrere in responsabilità legali per favoreggiamento di gravi violazioni del diritto internazionale.
La mappatura effettuata dal DBIO delle relazioni tra le istituzioni finanziarie europee e 104 aziende globali implicate in sei categorie di complicità – dall’industria militare e della sicurezza, alla tecnologia, all’estrazione di risorse, all’edilizia e alle demolizioni, ai servizi finanziari e ad altre imprese che sostengono la presenza illegale di Israele – rappresenta più di un semplice strumento di advocacy, ma costituisce un necessario invito all’azione sia per le istituzioni che per i singoli individui.
Come ho sottolineato nel mio ultimo rapporto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite presentato nel luglio 2025, intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio“, che esamina lo sfollamento e la sostituzione dei palestinesi e il ruolo del settore privato in questi processi, un’adeguata due diligence in materia di diritti umani avrebbe costretto gli attori aziendali e finanziari a disimpegnarsi già da tempo dalle strutture di oppressione israeliane. Invece, si sono adattati, hanno normalizzato e tratto profitto dal suo culmine genocida. È ora imperativo che utilizzino la loro influenza per porre fine al loro comportamento dannoso e ritirarsi ovunque il loro coinvolgimento perpetui o tragga profitto dall’illegalità. Il primo passo è disimpegnarsi e disinvestire dal regime di apartheid israeliano.
Il nuovo ambito investigativo di questo rapporto è tempestivo; la tabella di marcia che definisce è chiara: affinché questo sistema di complicità crolli, tutti – dai cittadini alle organizzazioni, dalle istituzioni nazionali a quelle internazionali – devono cessare la cooperazione con queste entità e richiedere un’azione decisiva da parte degli Stati, delle autorità di regolamentazione e delle società per disinvestire, porre rimedio e garantire che il commercio non operi più come motore di colonizzazione e cancellazione.
Solo attraverso azioni concertate è possibile scuotere il sistema. E solo smantellando queste strutture economiche apparentemente inamovibili la comunità internazionale potrà adempiere ai suoi obblighi fondamentali e ripristinare le condizioni per la giustizia e la responsabilità, per camminare finalmente verso il pieno significato dell’autodeterminazione del popolo palestinese.

