Poco meno di un anno fa, in occasione delle celebrazioni per il decennale della liberazione di Kobane da parte delle Unità di protezione popolare (YPG), su Kritica avevamo intervistato il giornalista siriano, di Raqqa, Hussam Eesa, fra i responsabili della pagina di informazione “Raqqa is being slaughtered silently”, nata durante gli anni in cui l’esercito dell’ISIS faceva strame della Siria e del popolo siriano, allo scopo di documentare le violenze subite e cercare l’attenzione internazionale.
Raqqa, stretta fra più regimi (e nessuna democrazia)
L’intervista nasceva anche dalla necessità di non silenziare il punto di vista siriano, e arabo-siriano, durante quei giorni di celebrazione apologetica e totalmente acritica in cui l’esperienza del DAANES – Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est – veniva dipinta sui media occidentali, di sinistra e non solo.
La realtà raccontata da Hussam Eesa aveva suscitato grande scalpore, rivelando una zona grigia all’interno dell’esperienza del “confederalismo democratico” del DAANES che molto raramente aveva trovato spazio sulla stampa italiana fino a quel momento: l’esperienza di una popolazione in cui la maggioranza araba era sostanzialmente sottomessa a un esercito occupante, le Forze democratiche siriane (SDF) autoritario, arbitrario e gestito in base a rigidi criteri di supremazia etnica con la componente curdo-turca delle YPG in tutte le posizioni di comando, seppur fosse composto da un’ampia fetta di soldati di origine araba a propria volta.
A un anno di distanza, in questi giorni di metà gennaio abbiamo assistito allo sgretolamento delle SDF, man mano che l’esercito statale siriano risaliva lungo i territori del Nord est a maggioranza araba per riprenderne il controllo, dopo che la leadership del DAANES non aveva rispettato i termini, in scadenza a fine dicembre 2025, dell’accordo stipulato a marzo dell’anno scorso con il nuovo governo siriano. L’accordo di marzo prevedeva un’integrazione delle unità delle SDF nel nuovo esercito statale siriano, ma lasciava anche discreti margini di amministrazione autonoma ai curdi del DAANES. Con il nuovo accordo di cessate il fuoco firmato fra il 18 e il 19 gennaio scorsi grazie alla mediazione degli Stati Uniti, i termini per l’amministrazione curda sono molto più severi. Nel frattempo, tutte le città a maggioranza araba del DAANES hanno festeggiato la ripresa del territorio da parte del governo centrale siriano. Raqqa, specialmente, è esplosa in un giubilo popolare che tuttavia, proprio come un anno fa, ha trovato ben poco spazio sui media italiani della sinistra, ancora una volta concentrati in forma esclusiva nel riportare il punto di vista della sola componente dell’amministrazione legata alle YPG, silenziando per intero il punto di vista arabo-siriano.
Ecco perché siamo tornati a parlare con Hussam Eesa. Questo è quello che ci ha raccontato.
Stiamo assistendo in questi giorni a una rapida ritirata delle SDF dai territori che controllavano fino a poco tempo fa, e alla loro incorporazione nello Stato siriano. Cosa sta succedendo esattamente, dal tuo punto di vista?
Quello che sta accadendo è innanzitutto una rivolta popolare, seguita dall’ingresso delle forze governative siriane nella zona. Dal punto di vista della popolazione locale, le Forze Democratiche Siriane erano viste come una forza di occupazione che imponeva un’ideologia recepita come coercitiva nella regione sotto molti punti di vista, che puntava a lacerare il tessuto sociale e il nostro senso di unità con il resto del popolo siriano, spingendoci verso una visione secessionista. Quello che sta accadendo ora è percepito come una liberazione a cui hanno partecipato insieme arabi e curdi, piuttosto che un conflitto tra gruppi etnici. Si può dire che a Raqqa la nostra liberazione sta arrivando adesso.
Dal mio punto di vista, è molto difficile parlare di una reale integrazione delle SDF nello Stato siriano, perché queste forze hanno altri obiettivi che non sono in linea con le aspirazioni e i sogni dei siriani comuni. Non si è mai trattato di un conflitto tra arabi e curdi; al contrario, oltre il 60% dei combattenti delle SDF erano arabi, la maggior parte dei quali si è unita per garantirsi un sostentamento, ricevere uno stipendio e proteggere le proprie famiglie, non per credere nel progetto politico o ideologico promosso dalla leadership. Anche diversi curdi delle zone ora tornate sotto il controllo siriano hanno festeggiato il cambiamento, specialmente ad Aleppo e nella sua campagna. Non tutti i curdi sostengono o apprezzano le milizie SDF, poiché queste ultime hanno commesso abusi contro di loro proprio come hanno fatto contro gli arabi, soprattutto per quanto riguarda il reclutamento di bambini.
Nell’intervista dell’anno scorso denunciavi con forza il fatto che il confederalismo democratico curdo non fosse affatto democratico e che le SDF fossero in realtà una sorta di forza di occupazione nei confronti del popolo siriano, privato dei suoi diritti politici. È per questo che assistiamo a così tante celebrazioni a Raqqa? Oggi la gente si sente più libera, ma perché? Questo sentimento vale anche per i curdi siriani o loro sono più timorosi di ciò che riserva il futuro? Pensi che le misure annunciate da al-Sharaa per l’integrazione pacifica della componente curda siriana nello Stato saranno effettivamente attuate e che saranno sufficienti a rassicurare la popolazione curda siriana contro il timore di attacchi e vendette, come quelli che abbiamo già visto in altre zone della Siria contro alawiti e drusi?
Raqqa, come molte altre città siriane, ha cercato innanzitutto di liberarsi dal regime di Bashar al-Assad, ma la sua situazione era molto diversa da quella di altre zone della Siria. La città ha subito una successione di forze di controllo: prima il regime, poi l’Esercito Siriano Libero, seguito da fazioni islamiste come Ahrar al-Sham, poi l’ISIS e infine le SDF.
Dopo tutte queste fasi, la popolazione non era più alla ricerca di un nuovo progetto ideologico, ma desiderava semplicemente una vita normale e l’integrazione nel nuovo Stato siriano, sperando che questo potesse essere un lieto fine dopo anni di distruzione e sofferenza.
Per quanto riguarda i civili curdi, non credo che subiranno alcun danno, né da parte del governo né da parte della comunità locale, perché sono sempre stati nostri vicini e parte della nostra società.
Non sono molto ottimista sul fatto che questioni di lunga data possano essere risolte con un decreto o una singola decisione del governo. È naturale che i curdi provino paura, ma allo stesso tempo, come tutti gli altri, hanno la responsabilità di integrarsi e cercare soluzioni pratiche, proprio come abbiamo fatto noi durante anni di difficoltà.
Dopo un anno di osservazione a distanza, qual è la tua opinione sulla nuova Siria libera? Credi nelle prospettive di democratizzazione del suo Paese? Ci sono segni che indicano che le persone possono vivere liberamente sotto il nuovo governo, che la libertà di critica e di espressione sono garantite, o bisogna temere di difendere posizioni dissenzienti contro al-Sharaa e i suoi uomini?
La Siria non diventerà democratica in un anno o due. Dobbiamo prima fidarci l’uno dell’altro come popolo e dare allo Stato una possibilità concreta. Siamo una nazione che ha vissuto sotto il governo di un unico partito per oltre cinquant’anni e poi ha sopportato quattordici anni di rivoluzione, durante i quali abbiamo affrontato profonde trasformazioni e conflitti.
Pertanto, il nostro obiettivo primario deve essere quello di costruire il nostro Stato e considerare le nostre differenze etniche e religiose come una fonte di forza e arricchimento, piuttosto che di divisione o conflitto.
Personalmente, ho visitato la Siria due volte dopo la liberazione e, come ho detto prima, noi come popolo e come regione non diventeremo una società pienamente democratica nel giro di pochi mesi o di un anno. È naturale che lo Stato commetta degli errori durante questo periodo di transizione.
Ciò che mi ha colpito durante le mie visite è stato il livello di libertà di stampa: molte persone criticano lo Stato senza essere arrestate. La gente per strada può esprimere le proprie opinioni su molte questioni, tra cui l’operato del governo e persino lo stesso presidente.
Diresti che le aspettative di coloro che, come te, hanno partecipato alla rivoluzione contro il regime di Assad sono state deluse o soddisfatte, visto come sono andate le cose in questo primo anno?
Dopo un anno, mi sento ottimista, e ciò che mi dà speranza è che noi, come popolo, non abbiamo più paura. Se il governo commetterà errori gravi, sono fiducioso che saremo in grado di opporci come abbiamo fatto in passato.
Ad essere sincero, il solo fatto di rivedere i miei genitori dopo tredici anni era un sogno che sembrava quasi impossibile, e che finalmente si è avverato quando sono venuti a trovarmi in un’altra città, perché io non potevo recarmi a Raqqa.
Sappiamo che il governo non è perfetto e non ci fidiamo completamente di esso, ma come ho detto prima, vogliamo dargli una possibilità.
In termini di libertà e media, ci sono stati miglioramenti significativi. Tuttavia, per quanto riguarda i servizi di base, i progressi sono limitati, il che è normale: il governo non può realizzare tutto in un solo anno.
Siamo una nazione ferita, divisa e impoverita, il nostro Paese è distrutto e affrontiamo molti problemi, in particolare i continui attacchi di Israele, che colpiscono e occupano regolarmente nuove aree.
Nella nostra ultima intervista, avevi detto di essere preoccupato perché, secondo te, l’ISIS, nonostante la sua sconfitta militare, persisteva ancora tra la popolazione a causa dell’ignoranza e dell’istruzione che aveva prodotto e dei precetti che aveva instillato nella mente delle persone durante il suo dominio. Credi che questo pericolo esista ancora? Pensi che riguardi anche le frange della società e dell’esercito più fedeli al primo ministro ad interim, al-Sharaa?
Purtroppo, continuo a sostenere la stessa opinione: le organizzazioni jihadiste non possono essere eliminate solo con mezzi militari. Si espandono attraverso le loro idee e la loro influenza sui giovani e sugli adolescenti. Questa minaccia rimane, non solo in Siria, ma in tutto il mondo, ed è per questo che abbiamo bisogno di cooperazione internazionale e di un sostegno efficace.
L’Europa e gli altri paesi devono svolgere un ruolo attivo, in particolare sostenendo la società civile e non solo il governo. Le organizzazioni per i diritti umani e i media, così come quelle che si occupano di istruzione, devono essere rafforzate per contrastare in modo sostenibile le ideologie estremiste.
Per quanto riguarda l’esercito, la maggior parte dei suoi membri sono musulmani, il che è naturale dato che rappresentano la maggioranza del Paese. Tuttavia, la maggior parte dei leader – compreso Ahmed al-Sharaa – ha combattuto in passato contro l’ISIS e si prevede che rimarranno pronti a confrontarsi con esso, come hanno dimostrato quando hanno firmato un accordo con gli Stati Uniti per unirsi alla coalizione contro l’organizzazione.
In Siria, a un anno dalla caduta di Assad
Avevi anche affermato che, a tuo parere, l’interesse a riconquistare il nord-est persisteva principalmente a causa della necessità dello Stato siriano di riprendere il controllo delle risorse, in particolare dei giacimenti di gas, e che invece mostrava scarso interesse per la popolazione. È ancora così? Pensi ancora che l’obiettivo principale di al-Sharaa fosse quello di appropriarsi delle risorse, che in effetti sono una parte esplicita degli accordi con l’amministrazione YPG? Quali cambiamenti ti aspetti nella vita civile dei siriani di Raqqa?
Sì, e questo è stato confermato dallo stesso al-Sharaa in alcune interviste, come quella con Shams TV, in cui si è concentrato quasi esclusivamente sulle risorse, senza menzionare le sofferenze, la morte e la distruzione subite dalla popolazione della regione siriana di Jazira, in particolare a Raqqa, Deir ez-Zor e Hasakah. Per loro, la popolazione locale rappresentava poco più che barili di petrolio e risorse.
Spero che questa prospettiva cambi. Ora, dopo la caduta delle SDF, la popolazione di Raqqa è più consapevole e in grado di gestire i propri affari. Il governo deve dimostrare buona fede, compiere uno sforzo sincero per aiutare la popolazione e dedicare risorse extra a questa regione devastata.
Non mi aspetto molto, ma come giornalista e insieme a un folto gruppo di attivisti, non resteremo in silenzio di fronte a violazioni o negligenze.
Qual è la tua opinione sulle violenze settarie che si sono diffuse in alcune parti del Paese nell’ultimo anno? Come le hai interpretate e cosa dicono delle difficoltà nella costruzione dell’unità di popolo in Siria? Ritieni che al Sharaa sia più interessato alla sua carriera e gloria personale che al Paese? Quali sono, al momento, i contrappesi più importanti in grado di limitare qualsiasi tendenza da parte di alcuni settori dello Stato, dal Presidente, al governo, all’esercito, ad abusare del proprio potere?
Il governo ha senza dubbio la maggiore responsabilità per quanto accaduto a Suwayda e lungo la costa siriana, e deve assicurare alla giustizia tutti i responsabili di questi crimini orribili. Allo stesso tempo, anche gli altri attori che cercano di destabilizzare la Siria e spingerla verso la frammentazione devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni, poiché avevano chiaramente interesse ad alimentare le tensioni settarie che si sono sviluppate. Un esempio è Hikmat al-Hijri (leader religioso della minoranza drusa in Siria, ndr).
Per quanto riguarda al-Sharaa, è chiaro che è interessato alla sua carriera personale; è una figura con un passato ben noto, e basta guardare dove si trovava e dove si trova oggi per rendersene conto. Purtroppo, è probabile che si verifichino errori e abusi di potere, poiché coloro che lavorano all’interno delle istituzioni statali non sono angeli, e questo aspetto rappresenta una delle sfide più serie al momento. Credo che il fattore più importante in grado di frenare gli abusi di potere sia l’attenzione pubblica, insieme al controllo di altri Stati che monitorano da vicino la situazione. Lo abbiamo visto ripetutamente negli ultimi giorni, in particolare quando gli Stati Uniti sono intervenuti per mediare un accordo che ha posto fine ai combattimenti tra l’esercito siriano e le milizie delle SDF.
Tornerai finalmente a Raqqa senza paura di essere arrestato?
Ho intenzione di visitare Raqqa, nonostante alcune preoccupazioni per la mia sicurezza persistano, sia riguardo ai sostenitori dell’ISIS sia riguardo ai fedeli delle SDF. Personalmente, negli ultimi giorni sono stato minacciato più di una volta su Instagram dai sostenitori delle SDF, ma la trepidazione mi travolge. Non vedo l’ora di visitare finalmente Raqqa dopo una lunga assenza.
CREDITI FOTO: EPA/AHMAD FALLAHA

Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.


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