Nel biennio 2024-2025, il gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) ha intrapreso una trasformazione significativa, ampliando la sua composizione e rafforzando il suo status sullo scacchiere internazionale. Ad oggi, cinque nuovi Stati hanno aderito al BRICS+ diventandone “membri” (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e recentemente anche l’Indonesia)[1], mentre altri nove Stati hanno acquisito lo status di “Stati Partner”, una forma di collaborazione che non coincide con la piena membership ma segnala un rapporto di partnership riconosciuto: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakhstan, Malaysia, Nigeria, Thailandia, Uganda e Uzbekistan.
In questo contesto di crescita, le tensioni geopolitiche recenti hanno riportato l’attenzione sulla questione della de-dollarizzazione, ovvero la riduzione dell’uso del dollaro statunitense nelle transazioni internazionali da parte di economie dove il dollaro non è la valuta ufficiale. Questo tema è diventato centrale in diversi summit BRICS+, con discussioni su sistemi di pagamento alternativi e l’uso di valute locali per facilitare il commercio tra i membri. Tuttavia, è importante notare che l’interesse verso forme di de-dollarizzazione è un fenomeno che va oltre il foro BRICS+ stesso, coinvolgendo dinamiche globali più ampie. Al contempo, vi sono interpretazioni, interessi ed obiettivi diversi – talvolta anche in netto contrasto fra loro – da parte degli stessi membri del BRICS+, i quali il processo molto complesso, multisfaccettato e non privo di sfide.
L’obiettivo di questo articolo non è quello di misurare quantitativamente il successo delle iniziative di de-dollarizzazione — processo che, nella sua attuale configurazione, resta marginale e disomogeneo — ma quello di disinnescare l’automatismo interpretativo che spesso accompagna questo fenomeno: etichettare iniziative di questo tipo come intrinsecamente “anti-occidentali”, spesso a causa di una visione altrettanto monolitica di “Occidente”.
Da che cosa nasce la spinta verso la de-dollarizzazione?
Non è possibile cogliere quali siano i fattori che motivano molti Paesi a ridurre la propria dipendenza dal dollaro senza comprenderne la centralità nel sistema finanziario e commerciale internazionale.
La stabilità, convertibilità e disponibilità del dollaro hanno contribuito nel tempo alla crescente “fiducia collettiva” nella valuta statunitense, rendendolo il pilastro del sistema monetario internazionale. Per quale motivo, dunque, diversi Paesi stanno avviando iniziative, seppur marginali, volte a ridurre la propria dipendenza dal dollaro? Perché vi è un interesse crescente, seppur limitato nei risultati ottenuti, ad un utilizzo delle valute locali in alcune transazioni commerciali, volto a ridurre l’uso del dollaro?
Per rispondere a questa domanda, vanno presi in esame i fattori sia economici sia geopolitici che, soprattutto negli ultimi anni, hanno contribuito ad avviare iniziative locali volte a ridurre la dipendenza di alcuni Stati dal dollaro.
La spinta economica verso la de-dollarizzazione
Storicamente, il dollaro statunitense (USD) è stato percepito come una valuta relativamente stabile, sicura e largamente disponibile, caratteristiche che ne hanno favorito il ruolo di principale valuta di riserva, soprattutto nelle economie emergenti, nonché di valuta di riferimento predominante nei mercati globali. In questi contesti, infatti, la fiducia nella stabilità e convertibilità del dollaro ha facilitato gli scambi commerciali, in particolare delle cosiddette “commodities”, sovente prezzate in USD. Non solo: molte economie emergenti hanno contratto debiti in larga parte denominati USD, riflesso di una maggiore fiducia sulla stabilità e disponibilità della valuta statunitense rispetto a quelle locali, sovente soggette a volatilità e convertibilità limitata.
Tuttavia, tale percezione è stata progressivamente messa in discussione, anche (ma non solo) a causa delle politiche monetarie adottate dalla Federal Reserve negli Stati Uniti. Come spiega Robert Greene in un paper per Carnegie Endowment For International Peace, il rapido aumento dei tassi statunitensi – volto a contenere l’inflazione interna – ha innescato deflussi di capitale, apprezzato il dollaro e aggravato il costo del debito estero in diverse economie emergenti: un mix che comprime l’accesso ai finanziamenti, alimenta l’inflazione e riduce la liquidità di dollari sul mercato internazionale. Il governatore della Banca centrale sudafricana ha avvertito che queste dinamiche espongono i Paesi in sviluppo a una svalutazione cronica delle loro monete; la Banca centrale indiana ha parlato addirittura di un «difetto intrinseco» del sistema dollaro-centrico, dove l’andamento dell’economia statunitense rischia di avere un impatto sproporzionato su Paesi terzi.
Nei Paesi già gravati da elevati livelli di debito in valuta statunitense—come Egitto, Argentina ed Etiopia — la stretta monetaria statunitense, sommata ai rincari di cibo ed energia seguiti all’invasione russa contro l’Ucraina e alle debolezze strutturali interne, ha innescato gravi spirali di inflazione e crisi valutaria: nell’ottobre 2023, il tasso di inflazione ha raggiunto il 36% in Egitto, il 143% in Argentina e il 29% in Etiopia.
In questo scenario, sia la Cina sia l’India hanno intensificato i propri sforzi per promuovere accordi commerciali e meccanismi di pagamento alternativi al dollaro con diversi Paesi colpiti dalle crisi valutarie e inflazionistiche, aggravate dalla “carenza” di dollari causata dalle politiche restrittive della Fed. In tali contesti, la “scelta” di ricorrere a valute diverse dal dollaro è stata spesso una necessità dettata da crisi macroeconomiche contingenti, piuttosto che l’espressione di una strategia strutturata di de-dollarizzazione. Tuttavia, queste esperienze hanno progressivamente rafforzato, in alcune regioni, l’interesse verso forme di cooperazione economica e finanziaria meno dipendenti dal dollaro.
La spinta geopolitica alla de-dollarizzazione
Un secondo macro-fattore che ha contribuito a far percepire una eccessiva dipendenza dal dollaro come un potenziale elemento di vulnerabilità sono gli strumenti di coercizione economica a cui sovente gli Stati Uniti hanno fatto ricorso, soprattutto negli ultimi due decenni, per perseguire i propri obiettivi geopolitici. Le recenti sanzioni imposte alla Russia hanno esacerbato un timore pre-esistente: in tempi relativamente brevi, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno congelato circa metà delle riserve auree e in valuta estera della banca centrale russa, oltre ad escludere diverse banche russe dalla rete di messaggistica finanziaria SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication).
Queste misure, pur essendo adottate in risposta a una violazione grave del diritto internazionale – aggressione militare e crimini di guerra che hanno portato all’emissione di un mandato d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale nei confronti del Presidente russo Vladimir Putin – sono state interpretate dai policy-makers e leader di diverse economie emergenti come un ulteriore “abuso” del sistema finanziario globale, subordinandolo a decisioni percepite da loro come geopolitiche. Questa percezione ha rafforzato la volontà di costruire meccanismi finanziari alternativi, volti a ridurre la dipendenza dal dollaro e al rafforzamento delle valute locali.
Dall’altra parte, l’aggressione militare della Russia contro l’Ucraina e le conseguenti sanzioni economiche hanno avvicinato Mosca a Pechino, un elemento che anche alcuni membri BRICS+ hanno osservato con apprensione.Nel tentativo di attenuare l’impatto delle sanzioni statunitensi ed europee, la Russia ha progressivamente incrementato la propria dipendenza dall’ecosistema finanziario cinese, in un contesto in cui altre potenze regionali faticano a “controbilanciare” adeguatamente questo riequilibrio. Per Mosca, per esempio, è meno rischioso fare affidamento sul renminbi (RMB) cinese – che gode di maggiore disponibilità e convertibilità rispetto ad altre valute, come la rupia indiana – spingendo il Cremlino a ricorrere in misura ancora maggiore alla valuta cinese.
Coercizioni economiche
Se in alcuni contesti vi è uno sforzo per ridurre la propria dipendenza dal dollaro, per altri Stati è il ricorso sempre meno “tabù” alla leva sanzionatoria in sé ad essere una fonte di vulnerabilità sistemica: in un clima sempre più incline all’uso della coercizione economica, non dovrebbe sorprendere che, nel 2023, un report pubblicato dalla Banca Centrale indiana ritenesse necessario esplorare alternative valide all’euro e al dollaro poiché, in un mondo sempre più polarizzato, detenere ingenti riserve di valute estere avrebbe comportato una sovra-esposizione a eventuali sanzioni. Non senza difficoltà, l’India ha avviato dei tentativi per stabilire canali commerciali con altre economie emergenti basati sulle valute locali reciproche. Va notato, tuttavia, che l’India, su molti fronti, controbilancia attentamente l’influenza cinese (elemento di convergenza con Washington), mantenendo però saldi i legami con i membri del BRICS+, per esempio la Russia. I delicati equilibri su cui deve orientarsi l’India comprendono, quindi, anche il timore di una maggiore influenza di Pechino su Mosca. Del resto, anche la Cina ha fatto uso della coercizione economica per finalità politiche, un dato che non sfugge né alla leadership indiana né a quella di altri Paesi strategicamente orientati verso il cosiddetto “multi-allineamento”. Le iniziative indiane a favore dell’uso della rupia nei pagamenti bilaterali riflettono, inoltre, anche un tentativo di rafforzare l’autonomia delle proprie istituzioni finanziarie in un sistema globale sempre più polarizzato.
Il Brasile – storicamente integrato nel circuito finanziario dominato dal dollaro – ha rafforzato, negli ultimi anni, i propri rapporti finanziari e commerciali con la Cina mediante diversi accordi bilaterali. Al contempo, Brasile, India e Sudafrica, pur mantenendo i propri legami diplomatici ed economici con la Russia e con la Cina, hanno respinto con fermezza l’accusa di rispondere a logiche “anti-occidentali”, rivendicando una postura più vicina alla tradizione del multi-allineamento.
Alcuni dei nuovi membri del BRICS+, inoltre, hanno interessi e obiettivi ancora diversi: gli Emirati Arabi Uniti (EAU), ad esempio, hanno una valuta dollar-pegged, quindi “agganciata” al dollaro: progetti per stabilire canali di scambio in valuta locale, dunque, hanno un “impatto” minore sulla de-dollarizzazione in sé. Tuttavia, per gli EAU, questo posizionamento può avere un impatto strategico rilevante: da un lato, consente di preservare i rapporti economici e di sicurezza con gli Stati Uniti; dall’altro, permette di segnalare disponibilità a interagire con altri attori, rafforzando anche la propria posizione negoziale nei confronti di Washington. L’adesione dell’Iran al BRICS+, invece, va letta nell’ottica di un Paese fortemente colpito dalle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti e che da anni, per sopravvivere, fa affidamento a canali commerciali alternativi al dollaro.
L’ideologia c’entra ben poco
Le motivazioni geopolitiche ed economiche che spingono un numero crescente di Paesi — non solo membri o partner del BRICS+ — a ridurre la propria dipendenza dal dollaro sono molteplici, spesso profondi e complessi, raramente riducibili in una riduttiva etichetta di “anti-occidentalismo”. In alcuni casi, l’adesione al BRICS+ o l’interesse verso meccanismi alternativi al dollaro riflettono anche logiche di bilanciamento regionale, rivalità strategiche e tentativi di contenere l’influenza di attori dominanti sia all’interno che all’esterno del BRICS+ stesso. La natura eterogenea e multilivello di queste dinamiche rende il fenomeno della de-dollarizzazione più un processo “frammentato e negoziato” che non una “strategia unitaria o ideologica”.
Il rapporto Cina-USA
Il timore che una progressiva, seppur molto lenta, de-dollarizzazione possa giovare all’influenza politico-economica di Pechino facilitando l’ascesa del RMB è condiviso, quindi, anche fra alcuni membri e partner del BRICS+. Come già menzionato, buona parte delle economie sopracitate è particolarmente dipendente dal dollaro – nonostante diversi attori abbiano intrapreso alcune iniziative verso la de-dollarizzazione – ma, in misura diversa, una simile osservazione è valida anche per la Cina: la stabilità del RMB è in parte garantita dalle riserve in dollari; diverse grandi banche cinesi a controllo statale fanno un uso considerevole del dollaro per finanziare le proprie operazioni internazionali, senza contare il fatto che molte aziende cinesi sono quotate nei mercati statunitensi. Una de-dollarizzazione accelerata, pertanto, può destabilizzare l’economia cinese stessa, senza menzionare le sfide e i limiti posti da un sistema finanziario e commerciale fortemente dollaro-centrico.
Inoltre, l’internazionalizzazione di una valuta – qualora l’ambizione di Pechino fosse volta a “sfidare” il dollaro – richiede diverse condizioni strutturali: mercato dei capitali aperti, stabilità macroeconomica, fiducia normativa e un regime valutario relativamente flessibile. La Cina, sia per scelta strategica che per limiti strutturali, non soddisfa pienamente tali requisiti: molti economisti escludono, quindi, la possibilità che il RMB possa rappresentare, nel breve e medio periodo, una reale alternativa sistemica al dollaro.
Al contempo, va osservato che la Cina è da anni impegnata a promuovere l’uso del RMB nei propri scambi commerciali. Per Pechino, dunque, l’obiettivo sembra essere quello di ridurre la propria vulnerabilità gradualmente, ma anche quello di aumentare l’attrattività del RMB come valuta di scambio e di riserva in Paesi terzi, accrescendo così anche la propria influenza geopolitica e commerciale in contesti considerati strategici. La valuta cinese, tuttavia, assume una certa “attrattività” prevalentemente nei seguenti casi: quando vi è presente, nella transazione, una controparte cinese; se vi è il rischio di subire sanzioni dagli Stati Uniti o dall’Europa da parte della controparte non cinese; se vi è una esigenza di sfuggire alla “carenza” di dollari. Le transazioni interamente condotte in RMB tra due controparti di Paesi terzi (dove il RMB non è valuta ufficiale) sembrano essere, ad oggi, piuttosto limitate.
Eppure, la gradualità con cui la Cina sembra approcciare il processo di de-dollarizzazione solleva più domande che risposte: Pechino è davvero interessata a mettere in discussione la centralità del dollaro? E, se sì, questa prudenza riflette soltanto il timore di destabilizzare la propria economia — o anche la consapevolezza dei vincoli profondi imposti da un ordine monetario ancora fortemente incentrato sulla valuta statunitense?
Lo studioso Esfandyar Batmanghelidj ipotizza ulteriori possibilità: la Cina sembra preferire un modello di crescita spinto dall’export e dall’innovazione industriale piuttosto che diventare un hub finanziario sul modello statunitense. Non è quindi da escludere l’ipotesi che Pechino stia solo “tastando il terreno” della de-dollarizzazione, senza investire risorse decisive in tale direzione né programmare svolte “radicali”. Non si può escludere, quindi, che gli Stati Uniti abbiano commesso l’errore di confondere il denaro con il capitale, scambiando la leadership finanziaria per egemonia strutturale. In questo quadro, la Cina potrebbe accettare senza troppe resistenze che il “denaro resti americano”, purché il capitale — inteso come capacità produttiva e infrastrutture strategiche — resti in Cina.
Questa prospettiva, tuttavia, pone ulteriori interrogativi: è possibile che, in una certa misura, la questione della de-dollarizzazione sia prevalentemente uno strumento di soft-power esercitato dalla Cina su Paesi che – per diversi motivi – sentono l’esigenza di rendersi meno dipendenti dal dollaro? Quanto di ciò che oggi viene definito “de-dollarizzazione” è in realtà una forma di “adattamento geopolitico” da parte di molte economie emergenti che vi aderiscono, più che una sfida sistemica? È utile continuare a leggere la posizione dell’Unione Europea nel mondo in termini di appartenenza automatica al cosiddetto “blocco occidentale”, o servirebbero nuove categorie analitiche per descrivere la sua traiettoria autonoma (o la sua incapacità di averne una)?
L’Unione Europea
La questione della de-dollarizzazione, da sola, non assumerà una portata rilevante nel breve o medio periodo: il dollaro è e rappresenterà a lungo la valuta dominante nella finanza e nel commercio mondiale. Tuttavia, se questo processo – per quanto frammentato e marginale – viene esaminato alla luce delle dinamiche geopolitiche in gioco, offre uno spunto d’analisi interessante, che ci permettono anche di comprendere come i vari attori declinino tale processo secondo i propri interessi e le proprie possibilità, superando interpretazioni che si basano su logiche binarie.
Per l’Unione Europea, inoltre, il tema della de-dollarizzazione rappresenta un’opportunità cruciale per ridefinire il proprio ruolo geopolitico, cercando di mediare e mitigare le spinte centrifughe che attraversano il sistema internazionale, anziché subirle passivamente. Riconoscere la complessità di queste dinamiche, evitando di cadere in facili riduzionismi, rappresenta la condizione imprescindibile per sviluppare una strategia estera europea finalmente matura, autonoma e consapevole delle sfide che il futuro riserva.
Letture consigliate (disponibili gratuitamente):
- Per approfondire i limiti strutturali della Cina nel processo di de-dollarizzazione: https://carnegieendowment.org/research/2024/10/chinas-dollar-dilemma?lang=en
- Per approfondire il tema della de-dollarizzazione nel BRICS (limiti, sfide e iniziative) e per comprendere le complessità di avviare iniziative in un sistema fortemente dollaro-centrico: https://carnegieendowment.org/research/2023/12/the-difficult-realities-of-the-brics-dedollarization-effortsand-the-renminbis-role?lang=en
- Approfondimento (in inglese) sul BRICS+: https://carnegieendowment.org/research/2024/10/brics-summit-emerging-middle-powers-g7-g20?lang=en
- Un altro approfondimento (in italiano) sul BRICS: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brics-laltro-mondo-e-noi-18822
- Articolo con taglio storico-geopolitico sui cambiamenti sistemici: https://nationalinterest.org/blog/buzz/has-russo-ukraine-war-really-changed-global-order-201835
[1] Non è ancora chiaro se l’Arabia Saudita aderirà ufficialmente come Stato membro.
CREDITI FOTO: Flickr, licenza CC BY-ND 2.0 – Meeting bilaterale fra il presidente indiano Modi e quello sudafricano Cyril Ramaphosa durante un summit dei BRICS in Sudafrica, luglio 2018.

Analista specializzata in relazioni internazionali e geopolitica, con un focus sul Medio Oriente e sull’Iran. Dopo un Master in Global Security Studies a Sheffield, ha lavorato presso le Nazioni Unite, il Parlamento Europeo e una ONG a Bruxelles. Ha pubblicato analisi e approfondimenti su riviste come il Global Trendometer , Micromega e AREL. Attualmente lavora come freelance in Svizzera.

