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Ci sono anche charities britanniche tra chi finanzia l’espansione degli insediamenti israeliani illegali e sostiene la costruzione e la gestione di case di studio, scuole, yeshivah e strutture assistenziali per le famiglie di coloni nella Cisgiordania occupata? È questa la domanda che da qualche mese sta rimbalzando tra gli scranni e gli uffici di parecchie istituzioni britanniche, creando ovunque allarme e imbarazzo: la posta in gioco, infatti, va oltre la conformità delle attività agli scopi benefici per sfociare, addirittura, nella possibile complicità in crimini di guerra. 

A vivere momenti particolarmente difficili sono, soprattutto in quest’ultimo periodo, la Charity Commission for England and Wales, l’ente pubblico che ha il compito di vigilare sulle organizzazioni benefiche per garantire la trasparenza e la legalità delle loro attività, e Westminster, dove la questione è stata sollevata nel giugno scorso dalla deputata laburista scozzese Melanie Ward, ex amministratrice delegata di Medical Aid for Palestinians. 

Con in mano i risultati di una ricerca realizzata insieme ad alcune Ong israeliane per i diritti umani, il 1° giugno scorso l’esponente dello Scottish Labour Party ha infatti presentato alla Charity Commission una denuncia su trentadue enti benefici che avrebbero finanziato colonie illegali nei territori occupati, chiedendo, per di più, l’avvio di un’indagine ufficiale e la rimozione delle charities coinvolte dall’apposito registro.

«L’esistenza e l’espansione degli insediamenti israeliani nello Stato di Palestina sono riconosciute a livello internazionale come uno dei principali ostacoli alla pace. Qualsiasi attività che sostenga il [loro] mantenimento e [la loro] espansione – come quelle finanziate da queste trentadue “charities” – è estremista e non porta alcun beneficio al pubblico britannico. Oltretutto, rischia di essere utilizzata materialmente e finanziariamente per favorire violazioni del diritto internazionale», ha messo nero su bianco Ward nell’esposto che il Guardian ha visionato e riassunto qui.

Una decina di giorni più tardi, dai banchi della House of Common la deputata ha domandato al governo di vietare l’erogazione di questo tipo di fondi, ritenendoli incompatibili con l’attività di beneficenza. 

Il punto che sta mettendo in seria difficoltà le istituzioni è questo: se gli insediamenti israeliani sono considerati una violazione del diritto internazionale, è legale che essi siano sostenuti con denaro raccolto dalle charities e agevolato dal sistema fiscale della beneficenza?

28 milioni di sterline in cinque anni agli insediamenti illegali israeliani

 «Negli ultimi cinque anni, queste organizzazioni caritatevoli hanno dirottato oltre 28 milioni di sterline a insediamenti israeliani illegali in territorio palestinese, con un probabile sussidio pubblico di oltre 5 milioni di sterline tramite il regime di agevolazioni fiscali per le donazioni. I nostri elettori ne saranno indignati», ha dichiarato il 10 giugno durante il question time in Parlamento. Poi, ha chiesto direttamente all’allora primo ministro britannico, Keir Starmer, se concordasse «sul fatto che convogliare fondi delle charities verso gli insediamenti israeliani sia un’attività estremista, non benefica», e se intendesse «chiarire che tale attività è vietata». 

La risposta del premier, però, non ha toccato il punto centrale sollevato dalla deputata. Il resoconto ufficiale della Camera dei Comuni (Hansard) ci riporta, infatti, le sue parole di condanna nei confronti delle colonie nei territori occupati ma nessuna presa di posizione netta e chiara sulla natura dei finanziamenti. «Gli insediamenti rappresentano una flagrante violazione del diritto internazionale», ha detto, ribadendo ciò che il sottosegretario di Stato con delega al Medio Oriente, Hamish Falconer, aveva affermato ad aprile, «e nessuna charity britannica dovrebbe sostenerli». Ma dopo aver aggiunto che «le imprese britanniche non dovrebbero avere alcun coinvolgimento economico negli insediamenti illegali», ha evitato di spiegare se quei finanziamenti possano essere considerati «attività estremista» e se siano essi vietati oppure no. 

Tuttavia, a confermare quanto la questione fosse delicata per il governo è arrivata anche la richiesta alla Charity Commission dell’allora ministra degli Esteri, Yvette Cooper, di fare luce su questi possibili finanziamenti agli insediamenti illegali.

Il 5 agosto, perciò, l’organismo di vigilanza ha aperto un’indagine formale su otto delle trentadue organizzazioni benefiche segnalate da Melanie Ward con l’obiettivo di verificare se le spese dichiarate fossero compatibili con le finalità caritatevoli (ma anche, va detto, per tutelare la reputazione e la fiducia dei cittadini in un sistema di beneficenza che è molto radicato e strutturato nel Regno Unito).

Il 15 settembre, poco più di un mese dopo l’avvio di questa indagine, la testata indipendente di giornalismo investigativo Declassified UK ha pubblicato un articolo-inchiesta  nell’ambito di un più ampio lavoro sulla vicenda, da cui è emerso un quadro inquietante: sei charities britanniche avrebbero trasferito quasi 2 milioni di sterline in tre anni a soggetti che operano nelle colonie israeliane. 

“Due di queste dichiarano esplicitamente nei documenti depositati presso la Charity Commission, accessibili al pubblico, di sostenere specifici insediamenti nella Cisgiordania occupata”, si legge nell’articolo: in quel territorio, cioè, dove l’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, ha di recente denunciato la realizzazione sistematica di un progetto di cancellazione della vita palestinese. 

Altre charities, invece, includono nel proprio nome quello degli insediamenti illegali”, ha scritto la giornalista tedesca Melissa Muller nell’inchiesta: “I risultati sollevano ulteriori interrogativi sulla qualità della supervisione esercitata dalla commissione, alla luce di recenti inchieste, tra cui diverse pubblicate da Declassified, che hanno rivelato il ruolo svolto dagli enti di beneficenza britannici nel convogliare denaro verso le organizzazioni che sostengono gli insediamenti. […] Non è chiaro se [quelli] identificati da Declassified siano presenti nell’elenco di Ward o tra quelli oggetto di indagine della Commission”.

A scanso di equivoci, nella stessa indagine sono stati riportati anche i nomi di sei organizzazioni caritatevoli: Gainsborough Trust; British Friends of Ezrat Yisrael Kiryat Sefer; Friends of Kupat Hakahal Kirhat Sefer; Matan Beseiser Kiryat-Sefer Beis Aron; The Friends of the Yeshivat Har Etzion Trust; British Friends of Ariel University. La maggior parte di queste avrebbe dichiarato di sostenere attività concentrate soprattutto nel popoloso e povero insediamento Modiin Illit; le altre (le ultime due in questo elenco), risulterebbero invece collegate alle colonie di Alon Shvut e Ariel.

I finanziamenti esaminati dai giornalisti investigativi ammonterebbero ad oltre 1,7 milioni di sterline e riguarderebbero la costruzione, l’espansione o la gestione di centri religiosi, yeshivah (quella di Har Hetzion in particolare) e il sostegno alle famiglie di coloni che vivono in condizioni di indigenza nei territori rubati ai palestinesi. Aiuti economici sarebbero finiti anche alla Ariel University, uno dei più importanti poli universitari israeliani, edificata nel 1982 nell’insediamento che porta lo stesso nome e riconosciuta come università nel 2012. 

Proprio alla Ariel University è legato un episodio riportato da Declassified UK: nel luglio 2025 l’ex ambasciatrice israeliana nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, aveva ospitato nella sede dell’ambasciata un evento al quale contribuirono anche gli “Amici Britannici” dell’università. Il sito dell’ateneo, infatti, li ringraziava per aver collaborato a trasformare l’iniziativa in realtà.

Anche l’ICJP, l’International Centre of Justice for Palestinians, sta indagando da tempo sull’operato di alcuni enti benefici e di recente ha presentato una denuncia formale alla Charity Commission e alla Metropolitan Police in merito a una di quelle individuate da Declassified: la Gainsborough Trust.

La Gran Bretagna condanna gli insediamenti ma consente di finanziarli attraverso schemi poco trasparenti

Prima dell’articolo del 15 settembre, il team di giornalisti investigativi aveva dedicato diverse altre inchieste alla vicenda: ad aprile, per esempio, con una indagine sotto copertura aveva rivelato alcuni dettagli dell’attività dell’organizzazione israeliana Shivat Zion (che si occupa di favorire il trasferimento di cittadini britannici in Cisgiordania, il cosiddetto aliyah), compresi i suoi tentativi di raccogliere fondi nel Regno Unito attraverso il Gift Aid, cioè il sistema di agevolazioni fiscali per le donazioni alle charities, e per tramite della charity UK Toremet Limited (quil’articolo). 

A maggio, aveva invece documentato in questo articolo la “disinvolta” partecipazione della stessa Shivat Zion a un evento della World Zionist Organisation nella capitale britannica, e ciò a dispetto delle esplicite richieste di sanzioni nei suoi confronti. 

A tre anni dal 7 ottobre 2023, data che Israele ha utilizzato per giustificare la devastante campagna militare che ha portato al genocidio di Gaza, Londra si trova perciò, in una posizione sempre più difficile da sostenere: mentre da una parte condanna gli insediamenti, dall’altra scopre che dal proprio territorio continuano ad arrivare denaro e sostegno per chi li costruisce e li mantiene. È una contraddizione evidenziata anche dalla ricercatrice legale dell’ICJP, Shaima Dallali, nell’intervista rilasciata a Muller e in un recente post su Linkedin. “Il Regno Unito non può riconoscere che gli insediamenti sono illegali e, allo stesso tempo, chiudere un occhio sui flussi finanziari che hanno origine all’interno della propria giurisdizione”.

La responsabilità e la complicità

Resta ora da capire dove finisca il paradosso politico e cominci la responsabilità giuridica. In altri termini, quand’è che una donazione può diventare, dal punto di vista del diritto internazionale, un sostegno a un sistema di occupazione? E chi finanzia, anche in modo indiretto, attività all’interno degli insediamenti illegali, può avere qualche forma di responsabilità giuridica? 

Abbiamo posto queste domande al giurista Triestino Mariniello, specializzato in Diritto internazionale penale e diritti umani, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla Corte Penale Internazionale.

«Ovviamente la valutazione deve essere fatta caso per caso», spiega a Kritica. «Noi partiamo dall’Advisory Opinion della Corte Internazionale di Giustizia, massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite, del 19 luglio 2024 quando [la Corte] ha stabilito che l’intero sistema di occupazione è illegale ai sensi del diritto internazionale. In quel contesto, la Corte ha affermato che gli Stati debbano bloccare qualsiasi attività volta al mantenimento del sistema di occupazione: questo comprende un ventaglio di attività molto ampio, che vede, in primis, quelle direttamente coinvolte nel finanziamento delle infrastrutture, delle quali si è occupato anche Declassified UK. Ma io aggiungerei anche qualsiasi forma di finanziamento alla popolazione locale, e quindi alle attività delle colone e dei coloni: anche queste», ha precisato, «rientrano nel concetto di mantenimento dell’occupazione perché contribuiscono, di fatto, a perpetuare il sistema in maniera diretta.  In questa categoria di attività che violano il diritto internazionale includerei, perciò, sia fondi e finanziamenti alla popolazione, sia finanziamenti per la costruzione di infrastrutture funzionali all’espansione degli insediamenti, e così via».

Sul punto relativo alle responsabilità, Mariniello ritiene opportuno distinguere tra responsabilità dello Stato ai sensi del diritto internazionale e responsabilità eventualmente penale individuale. «Nel primo caso, sempre facendo riferimento all’Advisory Opinion, gli Stati hanno l’obbligo di porre fine a qualsiasi tipo di attività volta al mantenimento dell’occupazione, di interrompere qualsiasi tipo di rapporto con Israele – che sia accademico, tecnologico, militare e quant’altro -, che possa facilitare il consolidamento dell’occupazione. Ma gli Stati», continua l’esperto di Diritto internazionale – che nei giorni scorsi è intervenuto su Al Jazeera per invocare una difesa della Corte dalle sanzioni recentemente imposte da Washington come ritorsione per la sua attività giudiziaria, in particolare per i procedimenti riguardanti Israele e i crimini contestati a Gaza, «hanno anche l’obbligo di impedire che organizzazioni, come le charities, che abbiano sede legale nella giurisdizione di quel Paese, lo facciano. Nel caso in cui siano degli attori privati a farlo, questo potrebbe configurare una corresponsabilità dello Stato, poiché non ha evitato, per così dire, che attori non statali sottoposti alla sua giurisdizione contribuissero, attraverso i finanziamenti, al mantenimento della situazione illecita. Quindi, gli Stati non sono responsabili soltanto per eventuali condotte dirette ma anche, come visto, indirette. A ciò si può aggiungere un’ipotesi molto meno remota, vale a dire la responsabilità penale individuale, perché il diritto penale internazionale prevede la cosiddetta “responsabilità per complicità”, che si configura laddove vi sia una condotta volta a facilitare un crimine internazionale con la consapevolezza che in quel contesto si stia commettendo tale crimine». 

«Ora, lo Statuto di Roma, che è il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, prevede il crimine di guerra relativo al trasferimento della popolazione dal territorio della potenza occupante a quello dell’occupato: quindi, è il caso degli insediamenti delle colonie in Cisgiordania. Su questo, peraltro, la Corte Penale Internazionale ha già aperto un’indagine nel marzo del 2021», ha aggiunto.

«Ecco, chiunque realizzi una condotta volta a facilitare la commissione di questo crimine di guerra, con la consapevolezza che essa contribuisca alla sua realizzazione, potrebbe – in teoria – essere ritenuto responsabile a titolo di complicità. In questa prospettiva, potrebbe rientrare, ad esempio, anche il finanziamento di infrastrutture o di altre attività all’interno degli insediamenti, qualora tale condotta sia posta in essere nella consapevolezza del suo contributo alla commissione del crimine».

E così, mentre cerca di capire dove finisca la beneficenza e dove cominci qualcosa di molto più grave, il Regno Unito rischia di accorgersi troppo tardi che certe responsabilità bussano anche ai palazzi del potere.


© Kritica – Riproduzione consentita per non più di metà articolo, citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.

Crediti foto: Flickr

Autore

  • Monica Zornetta

    Giornalista professionista, saggista, autrice.
    Ha scritto di mafia, terrorismo, criminalità per il Corriere della Sera e Narcomafie; ha collaborato con L’Espresso, 7Sette, Rai Storia; è oggi una delle firme di Avvenire, Domani, La Lettura. Tra i suoi libri: "A casa nostra. Cinquant'anni di mafia e criminalità in Veneto", "La resa, ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero", "Ludwig", "Terrore a Nordest" (con G. Fasanella), "Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia" (con P. Camuffo).
    Ha partecipato al “Dizionario enciclopedico delle mafie in Italia” (a cura di C. Camarca) e al libro “Una generazione scomparsa. I mondiali in Argentina del 1978” (di D. Biacchessi). Ha collaborato con C. Lucarelli e D. Iannacone. Del suo lavoro hanno scritto quotidiani e riviste europee e latino-americane.

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