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Belgrado – “Pumpaj” – spingere, andare avanti – è l’urlo che riecheggia a piazza Slavija, nella capitale della Serbia, dopo la vittoria della Studenteska lista alle elezioni parlamentari del 25 ottobre. È lo slogan che si legge sulle spillette che gli studenti indossano dall’inizio delle proteste nel 2024. Spingere, andare avanti, adesso, non significa più proseguire con le marce e le blockade, ma sedere in Parlamento e rendere la Serbia «finalmente libera», come raccontano gli occhi lucidi dei serbi di ogni età, in piazza dopo l’ammissione della sconfitta da parte di Aleksandar Vučić. Piangono tutti: gli studenti della produzione che hanno allestito la conferenza stampa, i giornalisti che possono tornare a vivere in un sistema mediatico libero e indipendente, la gente comune che ha vissuto nell’autocensura e nel terrore dell’ipercontrollo, degli spyware e delle telecamere di videosorveglianza, della repressione violenta.
Grazie anche a un’affluenza che ha raggiunto il 69% (l’11% in più rispetto alla tornata elettorale precedente), con il 52,45% dei voti la Studenteska lista dovrebbe assicurarsi 138 dei 250 seggi all’Assemblea Nazionale (Parlamento serbo), contro il 39,2% di Serbia Unita di Vučić, secondo l’analisi dell’organizzazione indipendente di osservazione delle elezioni in Serbia CRTA.
Una vittoria contro ogni pronostico
«Gli studenti non poggiavano né su una struttura di partito né su una leadership politica che avesse un’esperienza lunga come quella di Vučić, che conta tra gli iscritti oltre un elettore su nove, numeri a cui non si avvicinano né Russia Unita di Putin né il Partito Comunista cinese», spiega Giorgio Fruscione, ricercatore e redattore dell’Ispi, esperto di Balcani. Le esperienze da cui provengono le due forze che si sono fronteggiate nel duello da clima referendario del 25 ottobre sono diametralmente opposte. Le altre forze politiche candidate sono state quasi inesistenti.
Da una parte il culto della personalità, dall’altra la rinuncia alla leadership
Il Partito Progressista Serbo (SNS) di Vučić si è basato, soprattutto negli ultimi anni, sul culto della personalità, mentre la lista degli studenti è andata avanti senza leadership per tutta la campagna elettorale; una scelta dettata non dalle tempistiche ristrette, ma da un preciso programma politico: proporre un sistema alternativo. A essere agli antipodi è proprio il modo stesso di fare politica. Per abbattere quello che ritengono essere un regime corrotto e autoritario, gli studenti hanno fatto proprio il metodo della democrazia diretta e orizzontale dei plenum universitari e delle zborove, ossia delle assemblee civiche. «Gli studenti hanno scelto un rappresentante per ogni seggio e hanno fatto sì che non fosse una lista Belgrado-centrica ma che rappresentasse tutto il territorio della Serbia. Quanto questo metodo di rappresentanza riuscirà a resistere per la legislatura non possiamo saperlo», dichiara Fruscione.
Comunque vada, la Serbia nella notte tra il 25 e il 26 ottobre ha celebrato un cambiamento storico. Dal crollo della pensilina nella stazione di Novi Sad del 1° novembre 2024, la rivolta guidata dalla Gen Z ha guadagnato la fiducia di tutta la popolazione, anche fuori dalle Università e in ogni angolo del Paese. Nelle piazze post elezioni, i giovani serbi hanno portato i nonni, i genitori, i fratelli e cugini più piccoli. Un’unione trasversale, non ideologica, che ha avuto un unico obiettivo: ribaltare il sistema e riappropriarsi della propria libertà e dei propri diritti. «Abbiamo aspettato fin troppo, era giunto il momento che avvenisse questa trasformazione radicale. Facciamo tutto questo per i nostri figli, per un futuro migliore. Ora siamo felici, guardate i volti delle persone», racconta sorridendo Aleksej, 41 anni, una felpa rosa shocking e lo sticker Studenti prubeduju, gli studenti vincono, appiccicato in fronte.
Vorrebbe che a raccontare alla stampa potesse essere la figlia Zoe di 12 anni: l’ha portata a piazza Slavija per festeggiare, è per lei che ha sognato il cambiamento.
C’è un’euforia contagiosa che vibra attraverso i clacson delle auto, i tamburelli, i colori blu bianco e rosso che colorano con le torce fumogene e le bandiere tutta la città. Poi i cori, quelli tradizionali e quelli nuovi, creati per l’occasione, gli immancabili fischietti e la voglia di raccontarsi, di spiegare come sono arrivati dal basso fino alle scale dell’Assemblea Nazionale, invase dalla folla in festa.
Le sfide che si aprono
La polarizzazione è stata forte nelle settimane prima del voto, per poi esaurirsi di fronte al risultato schiacciante per gli studenti. Resterà sui muri di Belgrado, travolti dalle scritte antagoniste “F**k Blokaderi”, studenti delle Blokade, e “Gli studenti vincono”, e troverà nuova forma, forse più complessa, dentro le aule del Parlamento. Attualmente a reggere la Presidenza della Repubblica di Serbia è Ana Brnabić, negazionista del genocidio di Srebrenica e fedele di Vučić, subentrata in via temporanea dopo le sue dimissioni il 28 settembre (necessarie alla candidatura per le elezioni parlamentari), ma entro il Natale cattolico la popolazione sarà chiamata a nuove elezioni presidenziali. Fino a quel momento gli studenti dovranno collaborare con Brnabić. «Questo sarà l’altro passaggio fondamentale prima di poter dire che la Serbia ha voltato pagina – spiega Fruscione – Vučić non si può candidare per un ulteriore mandato da Presidente ed è difficile pensare che qualcuno del SNS possa ottenere anche solo la metà dei suoi consensi».
La politica estera rimane un nodo da sciogliere
Se la lista degli studenti ha portato avanti posizioni forti sul tema della democrazia, della lotta alla corruzione e della libertà dei media, ha rimandato alcune questioni cruciali, ma divisive, per arrivare compatti alla tornata elettorale. Prima fra tutte, l’adesione all’Ue. Alcuni capitoli negoziali potrebbero accelerare rapidamente il percorso verso Bruxelles, ma le criticità più forti restano. Cambia lo schieramento politico, ma non le posizioni sulla preservazione del Kosovo come provincia autonoma della Serbia o le relazioni con la Russia, da cui il Paese è dipendente per le forniture energetiche. «Gli studenti hanno posto poca attenzione alla politica estera rispetto a quanto invece non ne abbiano messa sulla politica interna, vero perno della loro azione politica. Nel loro programma si parla poco, se non per niente, di allargamento e si parla di non introdurre sanzioni alla Russia. Credo che sia una scelta di opportunismo: l’obiettivo degli studenti era infatti convogliare un consenso trasversale», dichiara Fruscione. La tragedia del crollo della stazione di Novi Sad ha catalizzato la frustrazione della popolazione, ma la tenacia e la passione degli studenti hanno fatto il resto: hanno cambiato la storia di un Paese, ricordando al mondo intero che un autocrate non è per sempre.
Un modello per le piazze europee?
Le piazze della Serbia parlano all’Europa che sta scendendo in piazza in questi giorni, come spiega Fruscione: «In un Paese che ha una pessima nomea a livello internazionale tra violenza genocida, guerre e i peggiori crimini commessi in questo continente dopo la seconda guerra mondiale, gli studenti hanno dimostrato che si può conquistare il potere contro un regime assoluto, senza violenza e senza leadership politica. Hanno dimostrato che la democrazia prescinde i partiti politici e riguarda le fasce più giovani della popolazione. Le piazze di Tirana contro la corruzione, quelle di Parigi, Milano e Roma per il carovita e l’energia e quelle spagnole per il diritto alla casa indirettamente e a modo loro hanno già all’interno il modello serbo: tutte derivano dall’ingiustizia».
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CREDITI FOTO: Di Berardino/Mariani

